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Allarmismo sulla globalizzazione (3): figuratevi se il Congo non potesse esportare

– Riprende, dopo una settimana di stop, la mini-serie di articoli del giovedì di Pietro Monsurrò dal titolo “Allarmismo sulla globalizzazione”. Un articolo a settimana, ogni giovedì, con lo stile semplice e immediato di Monsurrò, per scovare l’irrazionalità di alcune convinzioni, purtroppo molto diffuse, sulla globalizzazione economica (i pezzi precedenti: 1 e 2)

Perché commerciare con l’estero? Molte persone ritengono che sia inutile, e anche pericoloso per l’economia nazionale. La Germania nazista voleva il Lebensraum: non voleva commerciare con l’estero, voleva sfruttare le razze inferiori per lavorare per i tedeschi; Mussolini voleva l’autarchia, cosa molto poco fattibile in un paese privo di risorse naturali come l’Italia; Hoover decise nel 1930 di risolvere la crisi del ’29 con le tariffe doganali, peggiorando la situazione ulteriormente.
Quali sono i benefici del commercio? Gli economisti hanno descritto una serie di fattori che consentono ai paesi di trarre vantaggio dal commercio: gli stessi identici motivi che rendono conveniente comprare la farina al supermercato anziché fabbricarla da sé valgono per i privati e per le “nazioni” (che altro non sono che privati tenuti assieme da un processo di aggregazione statistica).
In primis abbiamo i benefici ricardiani: se io posso produrre un progetto ingegneristico oppure un report di segreteria in dieci ore, e la mia segretaria può fare il primo in trenta ore e il secondo in venti ore, conviene che io mi dedichi al primo e lei alla seconda. Infatti, ogni ora risparmiata in lavoro di segreteria per me vale 1/10 di progetto e 1/10 di lavoro di segreteria; mentre ogni ora in più impiegata in ufficio dalla segreteria vale 1/30 di progetto e 1/20 di lavoro di segreteria. Specializzandoci possiamo produrre globalmente di più, a vantaggio di entrambi.
Poi ci sono le economie di scala: produrre circuiti integrati come i Pentium costa, e farlo per soddisfare i bisogni degli abitanti di San Marino è uno spreco. Un impianto che debba soddisfare la domanda portoghese forse sarebbe sempre troppo grande: meglio fare un impianto che soddisfi ad esempio tutta la domanda dell’Europa Meridionale. È addirittura possibile pensare a industrie la cui scala ottima è l’intero mondo, forse. In ogni caso, ridurre le dimensioni di un mercato frazionandolo in N paesi autarchici renderà la produzione inefficiente in tutti gli stati più piccoli della dimensione ottimale. In alcune industrie la dimensione ottimale è così enorme che anche paesi relativamente grandi come l’Italia pagherebbero in termini di inefficienza di scala.

Non bisogna poi dimenticare la specializzazione: fare una cosa significa spesso saperla fare bene; fare dieci cose significa in genere fare dieci cose mediocri. Dieci persone che svolgono dieci mestieri diversi produrranno molto più di dieci persone che svolgono tutti e dieci i mestieri. Lasciamo al contadino coltivare la terra e all’ingegnere progettare ponti, perché se il contadino dovesse imparare a progettare ponti e l’ingegnere a coltivare la terra la produttività di entrambi ne risentirebbe. Se ci sono due tecnologie, una ad alta intensità di capitale ed un’altra ad alta intensità di lavoro, la prima converrà impiegarla dove il lavoro è scarso, e la seconda dove è abbondante. Specializzazione, quindi, e sempre a vantaggio di entrambe le parti.
E che dire delle risorse naturali? La columbite tantalite (coltan) è praticamente solo in Africa Centrale, eppure serve per i circuiti elettronici ed ottici. Che facciamo? Usiamo il coltan solo per l’economia del Congo? E che ci faranno mai? Il commercio internazionale consente di impiegare le risorse anche dove non sono naturalmente presenti. Così è possibile vendere macchinari meccanici italiani in cambio di petrolio saudita, ad esempio, in modo che anche gli italiani possano avere l’automobile e la corrente elettrica. L’utilità della columbite in Africa è nulla, quindi all’Africa conviene esportare dove la columbite ha valore economico.
Infine c’è la diversificazione internazionale del portafoglio. Ad investire in quattro campi coltivati in provincia di Frosinone si rischia di non avere in mano nulla se l’inverno è troppo rigido. Ma investire in un campo a Frosinone, uno a Milano, uno a Bucarest e uno a Rio de Janeiro può essere un netto passo avanti per la dispersione del rischio. Se i risparmi italiani fossero investibili solo in Italia saremmo nei guai, visto che le nostre istituzioni fanno di tutto per terrorizzare gli investitori: per fortuna possiamo comprare Bund tedeschi, o aziende romene, o obbligazioni svedesi.

Fin qui i benefici economici in senso stretto: il commercio internazionale provoca un aumento enorme della produttività dei fattori, a beneficio di tutti. Un paese come l’Italia può essere ricco solo perché può vendere beni in cambio di risorse naturali estere, e perché è possibile specializzarsi, imparare, investire capitali oppure sfruttare economie di scala.
Ma ci sono altri vantaggi, forse ancora più importanti: un individuo che ha interessi in più paesi non potrà essere sfruttato dal proprio governo perché potrà scappare e mettere in salvo la propria ricchezza. Passaporti, controlli valutari, controlli finanziari e dazi doganali sono una limitazione della libertà di movimento delle persone, e riducono gli incentivi dei politici a trattare decentemente i cittadini (o sudditi?).

I governi fanno di tutto in genere per danneggiare le proprie economie, e quindi non si lasceranno fermare da queste considerazioni. Ma anche solo rallentarli è già importante. Il commercio è l’unica cosa mutuamente benefica che può accomunare gli uomini, e quindi è l’unico motivo per cui esiste una società: senza benefici ricardiani, non ci sarebbero benefici dalla società, e quindi non ci sarebbero incentivi ad evitare il bellum omnium contra omnes.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

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