Categorized | Partiti e Stato

Se la rissa è finita, governiamo in pace. E litighiamo, se serve, sul programma

– Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, la maggioranza ha rivendicato il diritto e il dovere di proseguire nell’azione di governo, sulla base degli impegni assunti con gli elettori, forte di una coalizione solida sul piano parlamentare e di un consenso ampiamente maggioritario nel paese.

Nel rivendicare questo diritto/dovere, che l’opposizione dovrebbe istituzionalmente riconoscere e non contestare con accuse di “indegnità” morale e giudiziaria, il centrodestra dovrebbe però rapidamente uscire dal campo di gioco segnato dalle sentenze, dai procedimenti giudiziari e dalla sovrabbondante pubblicistica sulle virtù morali del premier.

Dovrebbe farlo, per così dire, anche contro il proprio interesse immediato, che sarebbe ovviamente quello di alimentare il canaio delle polemiche e la retorica bellica e “resistenziale”, dando corda – da posizioni di forza politica e mediatica – alle tentazioni suicide di un’opposizione, che da 15 anni tenta inutilmente di battere Berlusconi nei tribunali.

Una maggioranza e un governo, però, non sono eletti per valorizzare il proprio patrimonio di consenso (di breve periodo), né per lucrare sul cupio dissolvi dell’opposizione. Sono eletti – scusando la retorica – per governare, che è un mestiere più complicato e affascinante che strapazzare un’opposizione che continua a prenderne tante, ma prosegue a dirne ancora di più.

Uscire dal proprio “particulare” elettorale è la sfida più grande e impegnativa che aspetta la maggioranza e il premier. Occorre farlo ripartendo dal celebratissimo “programma” che, in questi primi mesi, è stato più usato che attuato, e sempre contrapposto agli “eretici”, cui si rimproveravano (soprattutto sui temi dell’immigrazione, della cittadinanza e della sicurezza) inammissibili fughe in avanti. E’ vero che c’è stata la crisi globale, ma questa ha aggravato e non qualitativamente cambiato la natura delle questioni fondamentali con cui l’Italia deve fare i conti e che ne fanno, rispetto ad altri paesi europei, un “paese meno…”: meno dinamico, meno produttivo, meno fiducioso, meno efficiente, meno unito, meno “uguale”.

Sulla questione fiscale (quali erano i progetti sull’Irap, sul riequilibrio tra pressione fiscale complessiva e Pil, sulla tassazione delle start up dei giovani imprenditori, sull’Iva sul turismo?), sulla questione sociale (a cosa ci si impegnava sulla riforma degli ammortizzatori sociali, sulle politiche pro-family, sulla liberalizzazione dei servizi sociali?), o sulla scuola (che si diceva della riforma “istituzionale” dell’Università o sul buono-scuola?) ci sarebbe da litigare utilmente per un’intera legislatura con le diverse e disunite minoranze parlamentari. Perfino sulla giustizia (non mancavano, nel programma, gli ever-green della separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti e della responsabilità civile dei magistrati) ci sarebbe di che incalzare un’opposizione conservatrice, senza affrontarla per forza sulle trincee dei processi berlusconiani.

Uscire dal “particulare”, come si diceva, forse nel breve periodo costa un po’ più caro che giocare di rimessa infierendo sulle divisioni del Pd, ma a lungo termine rende assai di più. Sul lungo periodo lo stato di salute di un paese e quello della maggioranza che lo governa finiscono per coincidere. Ed è sul lungo periodo che si gioca la scommessa del Pdl.

Pubblicato in contemporanea su FFwebmagazine.it


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

4 Responses to “Se la rissa è finita, governiamo in pace. E litighiamo, se serve, sul programma”

  1. Maurizio ha detto:

    Chissà se prima di essere nominata, la Gelmini sapeva già che il suo ministero della pubblica istruzione sarebbe stato in realtà un’appendice del ministero dell’economia e delle finanze: una sorta di Cavallo di Troia usato dal governo per tentare di risanare i propri debiti, mascherando da riforma un sistema di tagli indifferenziato, foriero di un regresso senza precedenti nel mondo dell’istruzione del nostro paese. Alla fine però se ne sono accorti tutti e la stessa Gelmini ha dovuto ammettere che il decreto comporta 7,8 miliardi di euro di tagli alla Scuola. Ormai solo tra i fedelissimi chiamano ancora “riforma” quello che in realtà si è rivelato un vero e proprio colpo di scure all’istruzione scolastica. Politici, sindacalisti, insegnanti, precari, da tempo dicono la loro sui giornali e in tv, ma sempre più di rado si fa riferimento ai contenuti del decreto, al punto che da pochi giorni qualcuno ha sostituito il concetto di “maestro unico” con quello di “maestro prevalente” del quale, manco a dirlo, nel decreto non c’è nessuna traccia. Per farsi un’idea basta leggersi gli otto articoli che compongono il “taglio Gelmini” proprio dal sito del governo (http://www.governo.it/Governo/Provvedimenti/testo_int.asp?d=40106) . Quello che colpisce, oltre al titolo, “Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università“, sono le premesse: “Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di attivare percorsi di istruzione di insegnamenti relativi alla cultura della legalità ed al rispetto dei principi costituzionali…”

  2. Maurizio ha detto:

    Il ministro Gelmini: “il più alto rappresentante del ministero dell’Istruzione, non solo dimostra di conoscere poco o per niente le cose di cui parla (vedi ad esempio la questione delle pulizie da parte dei collaboratori scolastici), ma quelle che fa, ed anche quelle che non fa, risultano deleterie per la scuola pubblica statale”. Come “questo ultimo episodio delle graduatorie, la cui responsabilità è unicamente del ministro Gelmini, che anziché assumersi le proprie responsabilità, attraverso un provvedimento legislativo chiaro ed inattaccabile, ha demandato ad artifici amministrativi la soluzione del problema”.Chi è la Gelmini? Da dove arriva? Come mai fa il Ministro della Pubblica Istruzione? Con quali credenziali meritocratiche? Leggiamo su Cat: Interessi Comuni – Politica Descrizione: ” Nel marzo 2000 una signora, presidente del consiglio comunale del Comune di Desenzano sul Garda per Forza Italia, fu espulsa dal consiglio, su mozione del suo stesso partito, con la seguente motivazione [delibera Del del consiglio comunale n. 33 del 31/3/ “manifesta incapacità ed improduttività politica ed organizzativa”.Questo consigliere si chiamava Maria Stella Gelmini!!!!!!!! W L’Italia meritocratica…W La coerenza…

  3. Andrea de Liberato ha detto:

    Ineccepibile articolo di Carmelo Palma. Aspettando quella piccola rivoluzione liberale, annunciata del programma del Pdl, che sinistramente rischia di assomigliare sempre di più a Godot. Non è facile essere liberali con una triade socialista alla guida dei dicasteri economici.

Trackbacks/Pingbacks