Obama e Dalai Lama. La guerra culturale delle due Americhe

– Una città illuminata sopra la collina. Era questa l’immagine che i padri fondatori avevano in mente quando, fuggendo da un’Europa che faceva del confessionismo di stato filosofia ispiratrice e teologia politica, provarono a fondare un nuovo ordine politico radicato nelle libertà dell’uomo, ma anche nella tradizione e nella consapevolezza della storicità dell’esperienza umana.  Tra tutte, quella di religione era vista come la libertà più importante. First Freedom. I padri costituenti decisero di fissare nel primo emendamento costituzionale le ragioni di quella scelta. Certo ci sono voluti anni di evoluzioni interpretative, di discriminazioni e persecuzioni patite dalle minoranze religiose, di cattolici spesso non visti di buonissimo occhio, ma nel dna dell’esperienza americana era iscritta la scelta tutta politica della necessaria libertà del cittadino davanti al suo Dio. Nessuno stato avrebbe potuto interferire. Un mercato delle religioni, capaci di sopravvivere alla dura competizione solo per il loro zelo ed il loro rispondere ai bisogni dei credenti senza nessuna stampella offerta dai poteri pubblici. La storia ha confermato la bontà di quella geniale intuizione.
Obama e il “gran rifiuto”. Risulta difficile comprendere la decisione del Presidente Obama di non incontrare il Dalai Lama in occasione del suo viaggio negli Stati Uniti.
Come hanno già sottolineato la redazione di Libertiamo e Benedetto Della Vedova quello di Obama è un errore non di minima portata. Due anni fa il leader tibetano fu ricevuto con tutti gli onori del caso. Il presidente Bush arrivò addirittura ad assegnargli la Congressional Gold Medal. Oggi invece regna un imbarazzato ed imbarazzante silenzio.  Attivissimo sui dossier clima e commercio a livello internazionale, Obama sembra aver dimenticato la grande tradizione che è alla base della nazione americana. La libertà prima di tutto. Quella religiosa prima di tutte. Mentre la Cina delle chiese di stato e dei cattolici e dei musulmani uccisi e perseguiti minaccia il leader tibetano, Obama decide di non decidere. Come spesso accade nella politica degli annunci.

L’America che resiste. Se Obama rinnega gli stessi presupposti su cui si fonda l’esistenza degli Stati Uniti, c’è un’America che resiste.  Dopo anni di grandi incertezze la U.S. Commission on International Religious Freedom nei mesi scorsi ha apertamente criticato la Cina per le sistematiche violazioni commesse ai danni delle minoranze religiose. Lo stesso ha fatto il Dipartimento di Stato abbandonando la tradizionale prudenza spesso dettata da esigenze di realpolitik.  Sono segnali importanti. Come ha segnalato sulla National Review Dan Blumental (fellow presso l’American Enterprise Institute) purtroppo alcuni Stati stanno seguendo l’esempio di Obama. Il primo ministro australiano ha infatti comunicato che non incontrerà il Dalai Lama nella sua prossima visita in Oceania. Mostrare che all’interno della classe dirigente americana non tutti condividono la scelta del Presidente è dunque ancora più urgente.
“Dov’e’ Gao Zhinseng? Dov’e’ il vescovo  Su Zhimin? Dove è Gendun Choeckyi Nyiama? Quanti altri tibetani, uguri, cristiani e membri del Falung Gong e rifugiati coreani devono essere ancora incarcerati, violentati, e torturati in Cina nel nome del diritto e del mantenimento della pace sociale?”. Questo ha scritto Leonard Leo, Presidente della U.S. Commission on International Religious Freedom, chiedendo più attenzioni alle violazioni dei diritti fondamentali da parte della Cina.
Per questo Obama avrebbe fatto bene ad ascoltare il Dalai Lama e a portare queste domande con sé in Cina. Rinunciare alla propria missione, alla propria storia, a una necessaria libertà fondamento e prerequisito di tutte le altre non ha senso. Neanche nel dorato mondo di Obama.


Autore: Pasquale Annicchino

Nato a Maratea (PZ) il 13 Dicembre 1982, vive a Firenze. Fellow del Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell'European University Institute. Ha insegnato e tenuto seminari in numerose università italiane ed internazionali: Siena, Alessandria, Como, Salerno, Tallin, Berkeley Law School, Brigham Young University School of Law. E’ stato Editor in Chief della University College London Human Rights Law Review ed è membro della redazione dei Quaderni di diritto e politica ecclesiastica del Mulino. Ha pubblicato saggi scientifici su varie riviste fra cui: Ecclesiastical Law Journal, George Washington International Law Review, University College London Human Rights Law Review, Studi e Note di Economia, Droit et Religions.

10 Responses to “Obama e Dalai Lama. La guerra culturale delle due Americhe”

  1. DM ha detto:

    L’ho pensato e l’ho scritto più volte: questo, più che un premio, è una cambiale sul futuro. Vedremo ora cosa farà…

  2. Giovanni Buschera ha detto:

    Obama è un fenomeno planetario e, al di là dei suoi meriti, è uno dei punti di svolta della storia occidentale. Anche per questo dovrebbe evitare di finire come un qualunque Jimmy Carter. Ora che ha chiarito che il suo metodo è diverso da quello di Bush (e non ha neppure tutti i torti), dovrebbe chiarire se il suo obiettivo è uguale (e lo spero, con il Dalai lama e non solo con lui) oppure se è quello di sfoggiare il suo sorriso, dire saluti a tutti, tornarsene in America e chi si è visto si è visto. Non so se questo servirebbe all’America, ma per tutti noi (compresi quelli che fanno gli antiamericani sotto l’ombrello atlantico) sarebbe un bel problema.

  3. Claudio Saragozza ha detto:

    Il premio Nobel della pace assegnato ieri a Hussein non è altro che un premio assegnato dal potere Cinese & C. all’arrendevolezza dell’America.
    Nulla di più vergognoso.
    Ricordo che Bush sfidò tutti pur di non negoziare un valore sacro all’occidente:la Libertà.
    Ricordo però che all’epoca i nostri paladini della libertà come la pasionaria Bonino e Pannella se ne lavarono le mani come Hussein,pur di non dispiacere Prodi e la Cina.Quindi Hussein è in buona compagnia.
    Rimango dell’idea che il baraccone del Nobel è ormai diventato simile a quello dell’ONU.
    Se proprio volevano fare una cosa seria,potevano almeno dare il Nobel della Pace (anche se in forma simbolica),ai “Bambini del mondo”,uniche vere vittime delle guerre di religione e non.
    Claudio Saragozza

  4. Spellini Giorgio ha detto:

    Scusate la mia ignoranza… io non capisco molto delle grandi questioni del mondo….ma vorrei capire perchè un piccolo stato abbarbicato sulle montagne è considerato un pericoloso nemico da annientare da partre della Cina e….poco più o poco meno di una cacca d’uccello da parte di tutti i “grandi” della terra?. (grandi si fa per dire).

  5. roberto ha detto:

    Non capisco perchè attaccare obama per il semplice motivo di non essersi fatto una foto ricordo con il Dalai Lama, il quale ha lui stesso dichiarato che preferisce vedere azioni concrete anzichè operazioni di facciata alla Bush (difensore dei dirtti umani?? Ma ha fatto realmente qualcosa per il Tibet oltre che la menzionata fotografia?). Ma poi l’America ha fatto realmente qualcosa per la libertà religiosa? Mi risulta che in Iraq (liberato?) i cristiani siano perseguitati.

  6. Piercamillo Falasca ha detto:

    @Roberto: non è una questione di foto. Il Dalai Lama chiede azioni concrete, ma ha anche maledettamente bisogno di legittimazione. E se il presidente degli Stati Uniti non lo incontra, assecondando la richiesta di Pechino, la legittimazione del Dalai Lama si riduce.

  7. pasquale ha detto:

    A quello che ha scritto Piercamillo, senza addentrarmi in dettagliate analisi storiche, aggiungo che l’America è l’unico Paese al mondo che ha un organismo (La U.S. Commission for International Religious Freedom) che si occupa della promozione della libertà religiosa nel mondo. http://www.uscirf.gov.

  8. roberto ha detto:

    Rispondo a Piercamillo Frasca.
    Grazie per la risposta, ma le dichiarazione del Dalai Lama vanno nella mia direzione. per il resto sono dell’idea che un incontro non crea alcuna legittimazione.

  9. alepuzio ha detto:

    Sul Corriere Sergio Romano dice che è più che altro un discorso di realpolitick (http://www.corriere.it/romano/09-10-12/01.spm). Il fatto è che oggi la Cina è molto forte perchè creditrice di molti Paesi (come gli U.S.A.).
    Il problema ora è: come limitare il vantaggio che ora ha Pechino?

    >piccolo stato abbarbicato sulle montagne è considerato un pericoloso nemico da annientare da partre della Cina

    Il problema è che la Cina vuole mantenere la sovranità su quello Stato (al confine con l’India, uno Stato che sicuramente non vede di buon occhio la cina) come l’ha sempre governata) e vede nell’autonomia tibetana un via libera per Indiani e Occidentali.
    Un po’ come se in Italia il Friuli aprisse l’entrata discriminata a Sloveni ed Austriaci.

    Ragionamento condotto a spanne ma spero di essere stato chiaro

    Ciao a tutti

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