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La Serbia nell’instancabile lotta per il “suo” Kosovo

– Queste righe vogliono essere un modesto tentativo di illustrare la realtà politica della Serbia relativa alla delicatissima questione del Kosovo, l’ex provincia serba che proclamò unilateralmente la sua indipendenza e secessione dalla Serbia e che Belgrado tutt’ora, con una fermissima iniziativa diplomatica, rilevandone l’aspetto pacifico e giuridico, tenta con tutti i mezzi disponibili di restituire alla propria sovranità ed integrità territoriale.Per motivi di spazio (e per non stancarvi troppo) questo non può essere un riassunto storico della causa kosovara, ma solo una illustrazione del come e del perchè la Serbia continua ad affermare che mai e a nessuna condizione rinuncerà al suo Kosovo i Metohija, culla culturale e religiosa serba.
Il nome in serbo è, appunto, Kosovo i Metohija: si tratta di una provincia autonoma indipendentista della Serbia, amministrata dall’Onu, che ha dichiarato la propria indipendenza, unilateralmente, il 17 febbraio 2008. Nella Costituzione serba il nome ufficiale del neo Stato kosovaro riconosciuto da una sessantina di Stati membri dell’Onu, è Kosovo e Metohija e il secondo termine (internazionalmente poco conosciuto) è il nome tradizionale serbo per la parte occidentale della provincia.

Va sottolineato che il Kosovo prende il proprio nome dalla località di Kosovo Polje, che si trova 8 km a sud-ovest della capitale Pristina e che fu teatro della mitica battaglia omonima del 1389. Bitka na Kosovu Polju (la battaglia in Kosovo Polje) è simbolo della resistenza serba contro l’avanzata dell’impero ottomano nei Balcani.
Nella Jugoslavia del Maresciallo Tito, a partire dal 1944 e dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fu in larga parte vietato ai profughi di guerra serbi il ritorno alle proprie case in Kosovo. Al posto dei cittadini serbi massacrati ed espulsi dal Kosovo da parte dei nazisti, arrivarono i cittadini di etnia albanese, una parte dei quali fu a sua volta espulsa dal Kosovo nel periodo tra le due guerre.

Nella Costituzione della Jugoslavia di Tito, il Kosovo e Metohija, come la Vojvodina, aveva lo status di provincia autonoma, non paritario quindi con quello delle sei repubbliche costituenti (Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia), alle quali secondo la Costituzione era riconosciuto il diritto di secessione.
Nel 1968 e poi nel 1981 (pochi mesi dopo la morte di Tito), l’etnia albanese aveva manifestato chiedendo invano uno status di repubblica per il Kosovo. Da sottolineare che in quel periodo la popolazione albanese si triplicò, e dal 75 per cento passò ad oltre il 90, mentre i serbi ristagnavano, calando dal 15 all’8 per cento.

Il 1987 è l’anno, ricordatissimo, in cui l’allora leader della Lega dei Comunisti di Jugoslavia (Savez Komunista Jugoslavije) Slobodan Milosevic, inviato in Kosovo a fin di pacificazione, si schierò apertamente dalla parte dei serbi e pronunciò il suo famoso intervento in cui prometteva ai serbi entusiasti: “mai più nessuno potrà toccare un serbo”. Da quel momento iniziò il cammino di Slobodan Milosevic in quanto leader nazionalista serbo e nel marzo 1989 revocò gran parte dell’autonomia costituzionale del Kosovo e della Vojvodina.
In occasione del seicentesimo anniversario della prima battaglia del Kosovo a Kosovo Polje, il 28 giugno 1989, Milosevic, allora Presidente della Repubblica di Serbia, pronunciò un discorso rigido contro l’etnia albanese.

Da un lato, questo discorso fu una delle cause che portò alla disgregazione della Jugoslavia. Dall’altro, rappresentò l’inizio di una politica aggressiva che si manifestò nella chiusura delle scuole autonome di lingua albanese e nella sostituzione di funzionari amministrativi e insegnanti con serbi o persone ritenute fedeli alla Serbia.
La reazione albanese alla perdita dei suoi diritti costituzionali fu all’inizio quella di una resistenza non violenta, guidata dalla Lega democratica del Kosovo (LDK) del defunto leader Ibrahim Rugova. Di seguito, gli albanesi boicottarono le istituzioni ed elezioni ufficiali e stabilirono istituzioni e scuole separate. Il 2 luglio 1990 dichiararono l’indipendenza della Repubblica del Kosovo che fu riconosciuta solo dall’Albania, adottarono una costituzione e tennero un referendum sull’indipendenza nel 1992.

Il risultato del referendum fu un 98 per cento di sì di un totale dell’80 per cento dei votanti. La resistenza non violenta si trasformò ben presto, a partire dal 1995 (dopo la fine della guerra in Bosnia Erzegovina) in una lotta armata indipendentista a capo della quale vi fu l’UCK (Ushtria Clirimtare e Kosoves). Seguì il genocidio di Milosevic contro gli albanesi kosovari che si manifestò in massacri sanguinosi, uccisione di molti civili (il cui numero è stimato tra 5.000 da parte dei serbi fino ad un numero maggiore di 10.000 secondo fonti albanesi), in distruzioni di circa 200.000 abitazioni private, scuole, moschee ed altri edifici. Circa 800.000 civili furono costretto a fuggire dal Kosovo verso l’Albania.

Un vero conflitto armato esplose nel 1999 in cui si inserirono anche diverse forze internazionali per proteggere il Kosovo ed i suoi abitanti. La pulizia etnica fu così fermata e le due parti in conflitto furono invitate a trovare una soluzione comune, che ad oggi non ha visto un esito positivo.
Con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1244, approvata nel 1999 e a cui tutt’oggi i Paesi che non riconoscono l’indipendenza di Pristina (Russia e Cina in prima fila) fanno riferimento, il Kosovo fu provvisto di un Governo e un Parlamento provvisorio e posto sotto il protettorato internazionale UNMIK e NATO.
I tentativi di normalizzazione della situazione delicatissima hanno però visto episodi sporadici di violenza, come ad esempio nel marzo 2004, quando gruppi composti principalmente da kosovari di etnia albanese attaccarono oltre trenta chiese e monasteri cristiani in Kosovo, uccidendo almeno venti persone e incendiando decine di abitazioni di serbi, nell’arco di cinque giorni .

Dopo la morte del presidente Ibrahim Rugova nel 2006 furono avviati i negoziati serbo–kosovari sotto la guida del mediatore ONU Martti Ahtisaari per definire lo status della provincia serba. Nonostante numerosissimi incontri tra le due parti, il piano per lo status finale del Kosovo preparato da Ahtisaari non fu mai condiviso ne’ dai serbi, che non volevano perdere la sovranita’ sulla provincia, ne’ dai kosovari, che miravano alla piena indipendenza.

Il 16 febbraio 2008, un giorno prima dell’annunciata proclamazione d’indipendenza, l’Ue ha approvato l’invio di una missione civile internazionale in Kosovo, chiamata Eulex in sostituzione della missione UNMIK e per condurre il Paese nel periodo di transizione. La missione Eulex, composta da 2000 uomini, tra cui più di 200 italiani, ha l’obiettivo di sostenere le autorità kosovare nel mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico, nel settore doganale e nell’amministrazione della giustizia.

Lo stesso giorno dell’autoproclamata indipendenza da parte di Pristina, il 17 febbraio 2008, il Costa Rica è stato il primo Paese a riconoscere il Kosovo indipendente. Il giorno dopo, il 18 febbraio seguirono importanti riconoscimenti da parte degli Stati Uniti e dell’Albania. L’Ue non è riuscita a raggiungere un accordo unitario sul riconoscimento del nuovo Stato albanese e vi restano fortemente contrari Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia che nel riconoscimento ufficiale vedono un gravissimo pericolo di instabilità  interna per le autonomie che chiedono più spazi e riconoscimenti.

Il Governo italiano, ricordiamolo, ha riconosciuto ufficialmente l’indipendenza del Kosovo il 21 febbraio 2008.
Per quanto riguarda le forti contrarietà al riconoscimento da parte di paesi extraeuropei, vi sono in primo luogo Russia e Cina, entrambe con potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che non si è pronunciato a favore dell’indipendenza, ribadendo la propria Risoluzione n. 1244, che definisce il territorio kosovaro sotto sovranità serba.

Le Nazioni Unite hanno accolto la richiesta della Serbia, rivendicata da Belgrado come una grande vittoria diplomatica, e hanno incaricato la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja a pronunciarsi sulla legalità dell’autoproclamata indipendenza unilaterale del Kosovo.
Il prossimo primo dicembre sarà cosi avviato il processo davanti a questo organo giuridico internazionale la cui decisione, anche se non vincolante, avrà un valore sicuramente rilevante, sia per il Kosovo indipendente che per i valori del diritto internazionale.
La Settimana scorsa, alla sessantaquattresima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si caratterizza, come ormai di consueto, con gli interventi dei Capi di Stato e di Governo dei 192 Paesi membri dell’Onu, il presidente della Serbia Boris Tadic ha messo in primo piano, come annunciato, l’impegno della Serbia contro ulteriori riconoscimenti del Kosovo indipendente. Il presidente serbo si e’ appellato agli Stati che non hanno ancora riconosciuto la secessione di Pristina di non cambiare questa decisione e di impedire così una delle più grandi minacce al sistema internazionale che fu stabilito con l’istituzione delle Nazioni Unite.
Rivolgendosi ai partecipanti dell’AG, il presidente Tadic ha sottolineato che i paesi che continueranno a sostenere l’integrità territoriale della Serbia contro la secessione di Pristina, contribuiranno alla decisione della Corte Internazionale di Giustizia chiamata a pronunciarsi sulla legalità dell’indipendenza kosovara in un’atmosfera libera di pressioni politiche. «Non c’è dubbio che il parere di questa corte sarà un forte precedente giuridico che si rispecchierà sull’intero sistema delle Nazioni Unite. L’esito finale ostacolerà gli altri momenti separatisti dal tentativo di realizzare le loro intenzioni oppure sarà un incoraggiamento ad intraprendere una via simile. In parole povere, se non verrà contestata questa indipendenza proclamata unilateralmente, saranno aperte le porte per negare l’integrità territoriale a qualsiasi membro delle Nazioni Unite» ha avvertito Boris Tadic.
Come ribadito dal Capo dello Stato serbo, il principale obiettivo strategico della Seria è l’adesione all’Ue. Inoltre, «oltre ai quattro pilastri della nostra politica estera – Bruxelles, Mosca, Washington e Pechino – vogliamo approfondire i contatti con i paesi del movimento dei Nonallineati» ha detto Tadic al Palazzo di Vetro.

Il dibattito generale sulla legalità dell’indipendenza proclamata dal Kosovo, che si terrà in seno alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, avrà quindi inizio il prossimo primo dicembre e avranno diritto ad intervenire, con dichiarazioni e commenti, tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, anche quelli che non hanno presentato precedentemente i loro rapporti con le argomentazioni e repliche.
Il capo della diplomazia serba, Vuk Jeremic ha espresso soddisfazione che soltanto 61 Paesi, quindi meno di un terzo del totale di 192 Stati membri dell’Onu, hanno riconosciuto l’indipendenza kosovara, valutando che questo e’ dovuto al successo dell’impegno della diplomazia serba. Il Ministro degli Esteri serbo ha sottolineato anche l’importanza che tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna e Francia) hanno accettato di presentare le loro posizioni sulla questione davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.
Belgrado si dice convinta che la Corte con sede all’Aja proclamerà l’indipendenza del Kosovo come un atto illegale e questo, secondo le valutazioni serbe, aiuterà la Serbia e l’intera regione a progredire nel cammino verso l’adesione all’Ue.


Autore: Marina Szikora

50 anni, croata, nata a Zagabria, vive a Budapest (Ungheria), laureata alla Facolta’ di Filosofia dell’Universita’ di Zagabria in lingua e letteratura italiana e letteratura comparata. E’ consigliere generale del PRT e corrispondente di Radio Radicale. E’ stata rappresentante del PRT per le attivita’ politiche in Europa centrale e sudorientale nonche’ rappresentante radicale alla Commissione per i diritti umani alle Nazioni Unite di Ginevra.

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