– “Una comunità politica sempre più ‘sbilanciata’  (…) in cui milioni di individui che non hanno mai visitato questo paese sono inseriti nel circuito democratico, mentre centinaia di migliaia di altri, che in questo paese vivono da anni, lavorando e pagando le tasse, ne sono esclusi”. È l’opinione espressa nel 2002 da Ferruccio Pastore, direttore del Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione (FIERI), in merito ai criteri di attribuzione del diritto alla cittadinanza nell’Italia post-unitaria.

Sette anni dopo, tale analisi è più che mai attuale. La legge italiana sulla cittadinanza oggi in vigore – legge 5 febbraio 1992, n. 91 – favorisce infatti la conservazione della cittadinanza per gli italiani emigrati all’estero e la concessione della stessa ai loro discendenti. Allo stesso tempo, si dimostra alquanto rigorosa nei confronti dei migranti, che continuano a essere considerati una realtà transitoria nonostante da decenni contribuiscano all’economia e al rinnovamento socio-culturale del nostro paese.
In altre parole, la legge n. 91/92 è fortemente sbilanciata a favore della tutela dello jus sanguinis: lo straniero di origine italiana può con estrema facilità rivendicare la propria cittadinanza, ed è relativamente facile diventare cittadino attraverso il matrimonio (jus connubii). Al contrario, non esistono tempi abbreviati per chi è cresciuto in territorio italiano fin da piccolo, nè per quanti in Italia sono nati da genitori stranieri, dato che il nostro jus soli si applica esclusivamente a partire dal raggiungimento della maggiore età e a patto che il soggiorno sia stato regolare e continuativo (il che implica che persino una vacanza nel paese d’origine possa impedire l’acquisizione della cittadinanza). Per di più, l’Italia si contraddistingue nel panorama europeo (insieme a un’altra eccezione di rilievo – l‘Austria) per il lunghissimo tempo di residenza regolare richiesto prima che uno straniero non comunitario possa fare domanda di cittadinanza sulla base dello jus domicili: 10 anni (mentre la media europea è 5 anni). E ciò senza considerare che la legge n. 91/92, prevede un provvedimento di tipo concessorio che esclude un intervento attivo dell’interessato per l’acquisizione della cittadinanza.

Nel corso dell’ultima decade tale peculiarità italiana – e lo squilibrio che la caratterizza – è stata affrontata dal sistema politico nazionale con crescente difficoltà e polarizzazione, come dimostrano i ripetuti fallimenti dei progetti di riforma della legge sulla cittadinanza registrati durante le precedenti legislature. In tale contesto la recente introduzione di una proposta di riforma legislativa (p.d.l. n. 2670-C) per una cittadinanza più flessibile e più inclusiva è da considerarsi simbolo di rottura col passato data la sua natura intrinsecamente bipartisan. Promossa dal Capogruppo del Popolo della Libertà in Commissione Cultura della Camera, Fabio Granata, e dal deputato del Partito Democratico Andrea Sarubbi, la proposta e’ stata firmata da 50 deputati appartenenti a tutti gli schieramenti politici ad eccezione della Lega Nord.

La proposta di legge prevede il rafforzamento dello jus soli ponendo condizioni più favorevoli – e tempi più brevi  – per l’acquisizione della cittadinanza per i minori nati o formati in Italia, cioè le c.d. seconde e terze generazioni di immigrati. A tale obiettivo chiave se ne aggiunge un secondo: l’acquisizione della cittadinanza in 5 anzichè 10 anni per gli stranieri non appartenenti all’Unione Europea sulla base dello jus domicili, a patto che vengano soddisfatti dei criteri qualitativi per valutare la reale integrazione (sociale e linguistica) dello straniero, così come l’effettiva volontà di diventare cittadino italiano (è previsto infatti un “giuramento di osservanza della Costituzione e di rispetto dei suoi valori fondamentali”) .

Senza entrare nei dettagli tecnici delle innovazioni previste, occorre soffermarsi sullo spirito che ha inspirato questa proposta, che – correggendo l’eccentricità italiana e riportandola all’interno del quadro europeo – costituisce una drastica rottura col passato. Difatti, mentre la nostra Repubblica rafforza un’interpretazione della cittadinanza come famiglia – cui si appartiene per discendenza (jus sanguinis) o matrimonio (jus connubii) – il resto d’Europa converge su una posizione che integra e/o limita tale criterio, scoraggiando i matrimoni di comodo e facilitando l’acquisizione della cittadinanza da parte degli stranieri non comunitari stabilmente residenti (jus domicilii) e quelli nati sul territorio (jus soli).

Analogamente, l’introduzione di un filtro di natura “culturale” – basato non solo sulla conoscenza della lingua del nostro paese, ma anche sull’accettazione dei valori e principi costituzionali sancita mediante un giuramento solenne – si inserisce in una più ampia tendenza europea: basti pensare al citizenship test introdotto in Gran Bretagna, al contrat d’accueil et intégration francese o al test di lingua e cultura olandesi adottato dai Paesi Bassi.  Ciascuna di queste controverse iniziative, seppur in misura diversa e per vie differenti, rimanda a una comune logica di stampo assimilazionista, che enfatizza la necessità – da parte di chi viene accolto – di riconoscere e assumere come propri alcuni tratti e valori fondamentali della società ospitante.

La proposta Granata-Sarubbi insiste sulla disponibilità ad apprendere gli strumenti culturali necessari per interagire con la società in cui si risiede e dove si intende vivere e ciò senza pretendere un’ assimilazione culturale a tappe forzate. Conseguentemente l’iniziativa si presenta come un progetto equilibrato:  l’introduzione del criterio della conoscenza linguistica e dell’elemento della condivisione dei valori nazionali è infatti controbilanciata dalla facilitazione dell’acquisizione della cittadinanza per jus soli e dalla riduzione dei termini di residenza da 10 a 5 anni. In una tale ottica, la cittadinanza – come espresso nella redazione introduttiva del progetto legislativo, ancora una volta in sintonia con la generale tendenza europea – diviene “il punto di arrivo di un percorso di integrazione sociale, civile e culturale”. In altre parole, la cittadinanza costituisce il premio per un’integrazione in buona parte già avvenuta, alla quale non resta che l’ufficializzazione da parte dello stato italiano. Piuttosto che incentivo all’integrazione, perciò, l’attribuzione della cittadinanza è interpretata come punto di arrivo per quegli stranieri che si siano già in buona misura integrati – socialmente e linguisticamente – nella società di accoglienza.

Eppure, nonostante l’enfasi posta dai proponenti sul nesso causale tra livello di integrazione raggiunto e acquisizione della cittadinanza, nei fatti la relazione tra questi due concetti appare problematica. Da una parte, è innegabile che una cittadinanza più flessibile e inclusiva sia potenzialmente foriera di una maggiore possibilità di integrazione, pur non essendone una condizione necessaria né sufficiente. Dall’altra, sebbene secondo la proposta Granata-Sarubbi l’integrazione sociale e linguistica costituisca un pre-requisito necessario all’acquisizione della cittadinanza, non è chiaro come si arrivi nella pratica a soddisfare tale criterio. Un conto sono le politiche e i test di integrazione sulla carta, che mettono a disposizione diritti – quali l’accesso all’educazione e alla salute, nonchè l’accesso alla cittadinanza – e valutano il presunto livello di integrazione del singolo individuo. Altro la loro attuazione nel paese reale, e i comportamenti della società che accompagnano tale processo.

Per tali ragioni, nonostante l’indubbio ruolo che la proposta di legge n. 2670 C potrebbe svolgere nel colmare la sfasatura storica tra la realtà dei processi migratori e la politica della cittadinanza in Italia, resta da precisare ulteriormente come si possa concretamente incentivare un’integrazione effettiva, che non rimanga sulla carta. Secondo i proponenti, “la cittadinanza deve diventare per lo straniero adulto un processo certo, ricercato e formativo; il punto di arrivo di un percorso di integrazione sociale, civile e culturale e il punto di partenza per il suo continuo approfondimento”. Proprio per essere tale, però, l’integrazione necessita di politiche concrete, capaci di coniugare, ad esempio, la tutela della sicurezza nazionale e il rispetto dei diritti umani e delle minoranze, e di assicurare il rispetto delle religioni all’interno di uno stato fermamente laico e garante dell’uguaglianza tra i sessi. Più banalmente, se si vuole che la conoscenza della nostra lingua e dei nostri valori civici costituiscano dei pre-requisiti per l’acquisizione della cittadinanza, è necessario assicurare la disponibiità di corsi a tale fine che siano ampiamente distribuiti sul territorio nazionale e compatibili con gli orari di lavoro.
Sono questioni, queste, che, accanto ad una necessaria revisione legislativa, dovranno subito essere affrontate affinché le “buone” intenzioni producano anche “buoni risultati”.