– Prima o poi sarebbe accaduto, lo sapevo, di trovarmi in dissenso con un articolo pubblicato su Ffwebmagazine. E’ successo lo scorso 30 settembre, leggendo un pezzo di Cecilia Moretti sulla necessità di sostenere i librai. La cultura non è solo marketing – sintetizzo così il pensiero dell’autrice – e non può essere imbrigliata nelle “meccaniche regole del profitto”, ragion per cui i librai andrebbero aiutati con una legge che freni la concorrenza di grandi catene, ipermercati e venditori on-line, regolamentando in modo più stringente di quanto accade oggi la fissazione del prezzo al dettaglio. L’argomento non è nuovo, come pure evidenzia Moretti: sono anni che la categoria dei piccoli librai cerca di far passare una norma che imponga vincoli stringenti alla possibilità di praticare sconti rispetto al prezzo di copertina dei libri. Non che oggi vi sia in Italia libertà di sconto: dal 2001, vige una norma che prevede che nei primi 20 mesi di pubblicazione di un libro il rivenditore non possa applicare uno sconto superiore al 15 per cento del prezzo fissato dall’editore. Ben prima del 2001, per la verità, librai ed editori aveva realizzato un’intesa volta a contenere gli sconti praticabili su buona parte della produzione libraria nazionale. L’Antitrust aveva più volte sottolineato come si trattasse di un’evidente pratica restrittiva della concorrenza.
Nel 2007 – al tempo delle lenzuolate bersanesche e della guerra al ribasso delle librerie inglesi per far entrare il best-seller di Harry Potter nelle case dei bambini d’Oltremanica – con Benedetto Della Vedova provammo a far saltare il banco, presentando alla Camera un emendamento al testo governativo per liberalizzare il prezzo dei vendita dei libri. Una maggioranza trasversale approvò l’emendamento e si scatenò il finimondo: decine e decine di librai furibondi ci contattarono per esprimere il loro disprezzo a questo deputato servo della Mondadori (e di Berlusconi, ça va sans dire); Della Vedova fu invitato e verbalmente linciato alla Fiera del Libro; le lobby dei librai cercarono e ottennero sponde al Senato, dove la nostra liberalizzazione del prezzo sarebbe caduta sotto il fuoco incrociato di centrodestra e centrosinistra. La crisi del Governo Prodi, in realtà, spedì quel disegno di legge nel dimenticatoio, e con esso il nostro piccolo capolavoro.

Per Moretti o per lo scrittore Armando Torno, citato nell’articolo, siamo forse dei mercatisti indifferenti alle ragioni della cultura, quella che non si valuta in copie vendute, quella del piccolo libraio esperto e dello scrittore bravo e poco noto. Ed è questo, a mio giudizio, l’errore di fondo: pensare che le promozioni a suon di ribassi della Feltrinelli o dell’Esselunga, provocando probabilmente la chiusura di molte piccole librerie di quartiere, portino nelle case quei “best-seller che saranno presto dimenticati” ma riducano le chance per i testi di maggiore qualità e prezzo più elevato.

E invece, come dicono da Waterstone’s, una delle maggiori catene di librerie britanniche, “ogni copia di Harry Potter” è un investimento di lungo periodo: come è accaduto anche nel settore dei quotidiani, con la free press che ha attratto e poi spinto lettori verso la stampa tradizionale, anche per i libri l’attrazione alla lettura di best-seller molto economici favorisce, in un secondo tempo, la transizione verso altre pubblicazioni.

Sarà antipatico da sentire, ma il prezzo dei libri incide sulla decisione di acquisto di una fascia “sensibile” di persone, i lettori meno assidui: come mostrano i dati Istat (“La lettura dei libri in Italia”, 10 maggio 2007) relativi al periodo 2000-2006, il 5,5 per cento degli italiani dai 6 anni in su (1,5 milioni) è stata frenato nell’acquisto di un libro dal costo eccessivo. Il dato sale al 7 per cento tra le casalinghe e gli operai, al 13 tra in giovani in cerca di prima occupazione. Se i lettori assidui e di livello culturale elevato sono disposti a spendere di più per un libro di elevata qualità, vi è una platea consistente di potenziali lettori che verrebbe catturata da un generale abbassamento del livello dei prezzi, che solo l’eliminazione dei vincoli sugli sconti può rendere possibile. Se aumenta la domanda di libri, aumenta anche la domanda più sofisticata, quella che cerca il titolo più pregevole o il libraio accorto che sa consigliare la lettura giusta e che organizza nel suo locale presentazioni di nuovi fatiche letterarie. Insomma, per i piccoli librai che sapranno stare sul mercato ci sarà comunque un ruolo importante.

Un’ultima considerazione è però necessaria. Siamo tutti d’accordo che la cultura sia un “bene pubblico” e che la politica abbia il compito di promuoverla. Ad ognuno il suo mestiere, però: non diffonde cultura, ma la frena, quella politica che confonde la sorte dei libri con l’interesse dei librai; non divulga cultura, ma fa mero clientelismo, quella politica che finanzia con i soldi dei contribuenti l’opera teatrale di Tizio o il film di Caio. Dalla politica ci aspetteremmo che facesse un passo indietro, che lasciasse le espressioni artistiche a competere tra loro,  e si occupasse di far crescere il capitale umano del Paese, il livello di istruzione e l’educazione civile. Il desiderio di cultura seguirà.