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L’urgenza di una vera riforma degli ammortizzatori sociali

– La crisi economica e finanziaria  che caratterizza il momento attuale, con le gravi e non certo ancora definitive ricadute occupazionali, pone il problema di una seria e organica riforma del sistema degli ammortizzatori sociali che, per come  sono ora congeniati, non garantiscono dignitosi livelli di reddito, seppure per un periodo di tempo limitato, a molte migliaia di lavoratori, specie precari.
Le notevoli trasformazioni che hanno caratterizzato, nel corso degli ultimi anni, il mercato del lavoro, sempre più orientato verso forme di maggiore flessibilità, che in parte finisce per stabilizzare forme di precarietà, specie nel segmento più giovane della forza lavoro, finiscono per  rendere più complessa la situazione che, come ovvio, ha gravi ripercussioni anche di natura sociale.
Entro questo quadro economico – sociale, infatti, il sistema degli ammortizzatori sociali, è utile ribadirlo, non offre le necessarie garanzie a molti lavoratori, specie precari.
Devo rimarcare un dato di fatto che ci caratterizza negativamente rispetto ad altri Paesi. In Italia sembra che, in presenza della attuale crisi economica, non si debba muovere foglia, non si debbano cioè approntare anche idonei strumenti di intervento normativo, atti a prevenire degenerazioni di ordine sociale. Si accantonano somme ingenti a valere sul bilancio dello Stato per alimentare un sistema di ammortizzatori che, così come è congeniato, non copre alcuni milioni di lavoratori, specie giovani o con contratti di tipo flessibile. Si determinano per questa via forme di discriminazione, ancor più odiose perché avvengono tra soggetti deboli. Questa è solo una parte del problema. Bisogna anche rimarcare la circostanza che, in questo quadro, le aziende sono chiamate a svolgere funzioni di supplenza per aree di intervento cui nei paesi più evoluti provvede il sistema di Welfare e di gestione del mercato del lavoro. Non infrequentemente, infatti, le aziende devono supplire alle carenze del nostro Welfare, del sistema degli ammortizzatori sociali e di una seria rete di formazione professionale esterna.

Mentre, ad esempio, un imprenditore danese, in presenza in quel Paese di un modello di flexsecurity che prevede cicli di  formazione o riconversione professionale durante le fasi intermittenti di disoccupazione che possono caratterizzare la vita professionale media del lavoratore in Danimarca, può reperire nel mercato professionalità adeguate, formate all’esterno dell’impresa e in sintonia con i fabbisogni delle aziende, molto spesso, invece, l’imprenditore italiano  deve provvedere in proprio. E, se leggiamo l’altra faccia della medaglia, proprio grazie alla flexsecurity, l’imprenditore può rinunciare temporaneamente a parte dei suoi lavoratori i quali però, diversamente da quanto avviene in Italia, godranno nelle fasi di disoccupazione di adeguata protezione sociale e di un sostegno formativo appropriato per eventuali esigenze di riconversione professionale, nel passaggio verso nuove tipologie di lavori.
Il modello pubblico italiano di gestione del mercato del lavoro è quanto di più obsoleto si possa immaginare. Eppure, proprio i momenti di crisi potrebbero essere i più opportuni per condurre una seria riforma del mercato del lavoro, del sistema degli ammortizzatori sociali e della formazione professionale.
Quasi che la cura del capitale umano debba essere solo un problema dell’azienda e non anche una missione fondamentale dei pubblici poteri.


Autore: Luigi Tivelli

Consigliere parlamentare della Camera dei deputati, docente ed esperto di amministrazione pubblica ed autore di numerose pubblicazioni e libri in materia amministrativa, giuridica, economica e politologica. E’ editorialista del Messaggero e del Mattino.

One Response to “L’urgenza di una vera riforma degli ammortizzatori sociali”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

    Concordo, ma nelle alte sfere si onvinceranno ad una seria riforma o ontinueranno col solito inconcludente bla bla ?

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