Il Lodo Alfano non è un dogma, il giudizio della Corte non è un’ordalia

Il Lodo Alfano non è un “dogma democratico” e quello della Consulta non sarà un giudizio ex cathedra, chiamato a confermarlo vero o a proclamarlo falso. La legge 124/2008 è un provvedimento che garantisce al Premier, ai Presidenti delle camere e al Capo dello Stato un’immunità processuale, che la maggioranza parlamentare ha ritenuto adatta a salvaguardare l’esercizio di delicate funzioni istituzionali. La Corte Costituzionale dovrà valutare se sono fondate le questioni di legittimità costituzionali che sono state sollevate. Ma il giudizio non è, né dovrebbe diventare, un’ordalia da cui il Premier e il suo Governo usciranno politicamente innocenti o colpevoli.

Dopo il giudizio della Corte, ciascuno continuerà a pensare sul merito della legge quanto pensava prima.  Proprio sul merito, però, bisognerebbe  evitare di inventare i fatti, per trovare ragioni “contro” o pretendere ragione. Non si tratta di uno “scudo” assoluto (il giudice può assumere le prove non rinviabili, si sospende la prescrizione, la sospensione è rinunciabile da parte del beneficiario e riguarda la sola sfera penale e non civile) né di una misura in sé “abnorme”, visto che è sostanzialmente lo scudo che, nella democraticissima Francia, ha protetto Chirac per due mandati presidenziali da imputazioni di frode e corruzione.

Alla Corte Costituzionale non spetterà di dire se il Lodo è giusto o sbagliato, ma se è o meno in contrasto con quella Carta che, come ha giustamente ricordato ieri Giuliano Ferrara, nella versione approvata dai padri costituenti stabiliva costituzionalmente all’articolo 68 la “disuguaglianza” dei cittadini di fronte alla legge, con il principio dell’autorizzazione a procedere (che è previsto, ad esempio, dalla Costituzione tedesca e oggi copre la cancelliera Merkel in quanto eletta al Bundestag), e che anche dopo la riforma del 1993 non dichiara solo “insindacabili” deputati, senatori e consiglieri regionali per i voti e le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni, ma limita nei loro confronti la possibilità di accertamento giudiziario e l’adozione di misure limitative della libertà personale.

Per altro, tra tutte le prevedibili e comprensibili ragioni di incostituzionalità che sono state sollevate quella della mancata “costituzionalizzazione” dell’immunità processuale potrebbe non essere la più significativa e fondata. Deciderà la Corte, ma deciderà su questo. La declaratoria di incostituzionalità non equivarrebbe al riconoscimento di un “crimine politico” compiuto dalla maggioranza. E se il Lodo Alfano passasse indenne al giudizio della Consulta non per questo i suoi promotori uscirebbero dal giudizio politicamente assolti, poiché il giudice delle leggi non giudica della loro “bontà”.
Insomma, la Corte nel bene o nel male deciderà del Lodo Alfano, non delle sorti del Governo, di Berlusconi e del berlusconismo. A quello provvederanno, come sempre, la politica e gli elettori.


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