Dopo il sì irlandese, il sindaco di Londra fa la fronda a Cameron

– Il risultato del referendum irlandese ha aperto un fronte molto interessante di politica interna. Anzi, un fronte interno ad un partito. Il fatto curioso è che si tratta di un partito del Regno Unito, non irlandese.

Ma facciamo ordine. L’Irlanda ha approvato con un’ampia maggioranza (il 67 per cento dei votanti) il Trattato di Lisbona. Era sicuramente lo scoglio più grande per l’entrata in vigore del nuovo impianto istituzionale, dalla riduzione delle materie in cui si decide all’unanimità al rafforzamento delle prerogative del Parlamento europeo, fino all’istituzione di un presidente Ue. Ma l’esito del voto irlandese potrebbe convincere gli euroscettici ad alzare il livello dello scontro. Da Dublino, la partita si sposta a Praga e Varsavia. Nelle due capitali centro-orientali il Trattato di Lisbona giace sulle scrivanie dei capi di stato, che tergiversano e non lo firmano. Il presidente polacco Lach Kazcynski, per la verità, dovrebbe essere più morbido del suo collega ceco Vaclav Klaus, avendo assicurato che la sua firma sarebbe arrivata all’indomani del referendum irlandese. Ma proprio l’ostinazione di Klaus potrebbe convincere Kazcynski a non abbandonare la partita e a dare man forte all’economista liberale ceco, che tesse e disfa la tela della ratifica, in attesa che la Corte Costituzionale del suo paese si pronunci sul ricorso presentato da un manipolo di senatori suoi fedelissimi. L’obiettivo di Kazcyinski e, soprattutto, di Klaus è quello di tenere il Trattato in scacco fino all’arrivo della cavalleria conservatrice britannica.

E qui si entra nel merito della questione preannunciata all’inizio. La prossima primavera si terranno le elezioni politiche nel Regno Unito ed un’eventuale vittoria dei Tories potrebbe riaprire la partita referendaria. In passato, David Cameron ha ribadito in più occasioni la sua volontà di sottoporre al vaglio dell’elettorato la ratifica del Trattato di Lisbona, nel caso in cui quest’ultimo non sarà ancora entrato in vigore per quella data. Nulla è certo in politica, come nella vita, ma è chiaro a tutti che la bocciatura del Trattato da parte dei britannici sarebbe altamente probabile.
Ma ora che l’Irlanda ha votato e che la prospettiva di diventare primo ministro diventa per Cameron più realistica, l’aria per il giovane leader inizia a cambiare. All’interno dei Tories alzano la voce uno sparuto gruppo di europeisti, secondo i quali un eventuale strappo referendario di Cameron comprometterebbe definitivamente i rapporti tra Albione e Bruxelles. Sarebbe “ludicrous”, che è peggio di ridicolo, a detta di sir Leon Brittan (già Home Secretary conservatore e commissario europeo) tenere un referendum retroattivo quando tutti i 27 stati membri, Regno Unito incluso, avranno già ratificato il Trattato.

Ma più che Brittan e sodali, sono le telefonate di Sarkozy e della Merkel a mettere Cameron di fronte alla realtà, suggerendogli un linguaggio più morbido rispetto al passato: un premier non può prescindere dai delicati equilibri internazionali e il Regno Unito può permettersi di essere border-line rispetto all’Europa ma non di restare completamente fuori. Per evitare vittorie di Pirro, bisogna essere particolarmente prudenti ed abili, tanto che da ieri Cameron e William Hague (ministro degli esteri ombra) non parlano più di referendum, ma di un Regno Unito che – Lisbona vigente – s’impegnerà a rimpatriare alcune politiche oggi appannaggio dell’Ue.

Troppo poco per i duri e puri del partito, primo fra tutti il popolare sindaco di Londra, Boris Johnson. Libero da preoccupazioni internazionali, il ragionamento del sindaco è il seguente: l’accettazione senza dibattito pubblico di una tale cessione di sovranità è già di per sé scandalosa, ma lo è ancora di più se il frutto del Trattato di Lisbona sarà President Blair. E qui casca l’asino, l’ipotesi che sia proprio l’ex primo ministro a ricoprire l’incarico di Presidente Ue rischia di far diventare la partita squisitamente domestica. E pericolosa per Cameron: “Ma come – si legge in giro per la blogosfera conservatrice – votiamo Cameron e ci ritroviamo Blair?”.

Fiutata l’aria, Johnson ha deciso di buttarsi a pesce nella questione Europa: questa mattina, in un’intervista a BBC Breakfast, ha lasciato intendere che, secondo lui, nemmeno l’eventuale ratifica di Polonia e Repubblica Ceca dovrebbe fermare il futuro Governo Cameron dal chiamare in causa gli elettori, se non per un pieno referendum, quantomeno per una consultazione. A che possa servire e che valore giuridico abbia questa consultazione non si sa, ma è certo che il pittoresco sindaco ha in mente di inchiodare il leader del partito di fronte alle sue responsabilità. Un ammorbidimento di David sulla faccenda dell’Europa aprirebbe lo spazio, ben prima del previsto, per una dialettica interna ai Tories, permettendo a Boris di conquistare la platea e di porsi come alter ego.

Insomma, Cameron rischia di scoprire molto presto che gli spazi di manovra di un governante sono più ridotti rispetto a quelli di leader dell’opposizione. E Tony Blair e Boris Johnson finiranno forse per dirsi grazie a vicenda: l’uno serve al destino dell’altro.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

One Response to “Dopo il sì irlandese, il sindaco di Londra fa la fronda a Cameron”

  1. DM ha detto:

    Interessante quadro sulla situazione inglese, ottimo pezzo Piercamillo.

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