Diritti d’autore, proprietà intellettuale e libertà digitale: la politica di domani

– Talvolta l’Europa viene scossa dal vento della novità: temi politici inediti si presentano come clamorosamente urgenti. Negli anni Ottanta apparve il fenomeno dei Verdi, tuttora importante, soprattutto in Nord Europa e in Francia, dove, sotto la guida di Cohn-Bendit, gli ecologisti hanno recentemente ottenuto una clamorosa affermazione elettorale. Quella guida che in Italia, senza dubbio, è mancata e la cui assenza porterà, fra pochi giorni, allo scioglimento del partito.
Dopo più di vent’anni, veniamo di nuovo messi di fronte a una dirompente novità: la libertà digitale. Nelle scorse elezioni europee, il Piratpartiet di Falkvinge ha ottenuto in Svezia un risultato lusinghiero, diventando la terza forza politica del Paese ed eleggendo un proprio rappresentante a Bruxelles. Anche in altri Paesi sono nate formazioni simili, che hanno, almeno per ora, riscosso minore successo: del resto, non hanno potuto beneficiare dell’enorme caso mediatico di The Pirate Bay e del conseguente processo.

Mi sembra indubbio, però, che ci troviamo di fronte ad una nuova generazione delle associazioni per i diritti civili. Si tratta di un dato politico di estrema rilevanza, che contrasta con il tiepido interesse finora mostrato dalle forze politiche nostrane. In Italia l’informatizzazione di massa si è realizzata solo in parte e, a prender per buono il sondaggio commissionato qualche mese fa da Il Corriere della Sera, il mezzo telematico è ancora poco influente sulle decisioni dell’elettorato italiano: durante la recente tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, infatti, solo poco più del tre per cento degli elettori italiani si sarebbe informato sulla rete e sarebbe stato in qualche modo influenzato da essa. Lo stato delle cose è destinato con ogni probabilità a mutare ed è facile prevedere che, da qui a qualche anno, il consumo di informazione sulla rete continuerà a crescere e a diventare sempre più influente nel formarsi delle coscienze politiche e delle scelte elettorali.

Se i diritti digitali, intesi come diritto all’accesso alla tecnologia della rete, sono più o meno pacificamente riconosciuti almeno ai cittadini del pasciuto Occidente, è ancora molto dibattuta la libertà di condivisione di materiale protetto dalle leggi sulla proprietà intellettuale (musica, film, letteratura, programmi informatici, ecc.). L’utilizzo che milioni di giovani fanno della rete porterà, per forza di cose, all’aggiornamento del concetto di copyright e alla rivisitazione del principio dell’equo compenso.

E’ stata di recente approvata in Francia la legge Hadopi 2 (o, per meglio dire, la legge che istituisce l’Haute Autorité pour la diffusion des ouvres et la protection des droits sur l’Internet), dopo essere stata bocciata, nella sua prima presentazione, dal Consiglio Costituzionale. La legge, voluta da Sarkozy, prevede dopo tre infrazioni la disconnessione (per un periodo fra i due mesi e un anno) dell’utente sorpreso a scaricare illegalmente materiale informatico coperto dal diritto d’autore. Se, per certi versi, si tratta di una legge liberticida, d’altra parte proteggere la proprietà (intellettuale, in questo caso) è uno dei pochi compiti che persino i più fervidi antistatalisti riconoscono allo Stato. Inoltre, l’Hadopi finirà con il rappresentare un’istituzione perlomeno inquietante, se rapportata al diritto alla privacy, all’anonimato e alla segretezza della corrispondenza, principi che il Piratpartiet ha immediatamente fatto propri.
La sinistra francese ha avanzato una controproposta, davvero poco liberale (e ci mancherebbe): introdurre una tassa di scopo sulle società di telecomunicazione (la cosiddetta broadband tax). Un provvedimento che, prevedibilmente, finirebbe per gravare sulle tasche dell’utente consumatore. Per non menzionare il fatto che, se applicato nel nostro Paese, un tale meccanismo rischierebbe di essere gestito da uno dei più immobili baracconi parastatali, la SIAE (Società Italiana Autori ed Editori).
Anche la legge di Sarkozy presenta, a mio modo di vedere, un enorme limite, che risiede nella sua difficile applicazione, volendo coercitivamente normalizzare un fenomeno di massa. Mi sia consentito un paragone: il proibizionismo sulle droghe leggere non ha affatto impedito che una larghissima fascia della popolazione giovanile ne faccia uso. Non è un caso se, già l’anno scorso, la polizia norvegese si è rifiutata di impegnarsi nell’accalappiare i pirati occasionali.
Si tratta, dunque, di un problema molto complesso e di difficile soluzione, anche perché, al di là del Far West attuale, sinora non esistono modelli di riferimento applicati. Con la crescente ed irrefrenabile espansione della rete e il continuo aumento dei suoi frequentatori, è un tema che appare essere destinato a divenire centrale nel dibattito politico europeo (in alcuni Paesi lo è già) e, prima o poi, anche italiano.

Lentamente, qualcosa inizia a muoversi anche da noi. Risale a qualche giorno fa la presentazione di un’indagine Nielsen commissionata dall’Osservatorio Permanente sui Contenuti Digitali secondo la quale un quarto circa degli italiani connessi in rete sarebbe disposto a pagare per consumare film su internet, come sottolineato da Lamberto Mancini, segretario generale dell’Anica (l’unione delle industrie audiovisive): un mercato legale e dai costi estremamente competitivi ed allettanti per i consumatori è senza dubbio una delle strade da seguire.


Autore: Andrea De Liberato

Nato nel 1973 a Pescara, è produttore e distributore cinematografico, formatosi alla New York University. Tra i film prodotti: "Luna Rossa" con Toni Servillo e Licia Maglietta (Mostra di Venezia 2001), "Controvento" con Margherita Buy e Valeria Golino (Berlino 2000), "Semana Santa" con Mira Sorvino. Dal 2004 si dedica quasi esclusivamente alla distribuzione, importa in Italia "Black Dahlia" di Brian De Palma e molti titoli d'autore (Chantal Akerman, Catherine Breillat, Wayne Kramer, Rachid Bouchareb, Hans Weingartner). Dal 2007 ha creato una delle più grandi library di film classici, con oltre seicento titoli, comprendente opere di, fra gli altri, F.Lang, Dziga Vertov, J.Ford, O.Welles, R.Corman, Francis F.Coppola, K.Mizoguchi, V.Pudovkin, A.Mann, J.Negulesco, S.Donen, V.Minnelli, R.Flaherty. Liberale, liberista e libertario, è iscritto ai Radicali e a Libertiamo.

7 Responses to “Diritti d’autore, proprietà intellettuale e libertà digitale: la politica di domani”

  1. Marcello Mazzilli ha detto:

    Sono un “fervido antistatalista” e sono CONTRO il diritto d’autore ed in generale la proprietà intellettuale. Essa è una invenzione recente dell’umanità (XVI secolo) e non nasce con l’uomo (come invece il diritto alla proprietà fisica ed il diritto alla vita). Nasce per controllare la libertà di espressione in Inghilterra, quando, a seguito dell’invenzione della pressa da stampa, il governo inglese (a differenza del Vaticano che la proibì in toto) assegnò il monopolio di uso ad una determinata stamperia a patto che questa si impegnasse a rispettare le censure governative.
    Il diritto d’autore è una finzione e una forma di schiavismo. E’ una finzione in quanto si applica solo su certe prestazioni e non altre. Non è possibile ad esempio registrare un passo di danza, un taglio di moda, un modo di camminare o di parlare mentre si registrano brani musicali e testi scritti. E’ una finzione anche perché quando acquistiamo un CD del quale già possediamo la versione in vinile (e quindi il relativo “diritto di ascolto”) il CD comunque lo paghiamo a prezzo intero e ciò quindi dimostra che non stiamo pagano “il diritto” ma semplicemente l’oggetto.. come un bicchiere, una sedia o un telefono cellulare.
    Ma il diritto d’autore è di più. E’ schiavismo. Si pretende di controllare le azioni di un individuo “a distanza”, anche quando questi le esegua su suolo privato o con mezzi privati. Ad esempio mi si vieta di riprodurre su un MIO cd (pagato da ME) una determinata sequenza di note (suonata da ME sul MIO pianoforte) solo perché qualcun altro lo ha fatto prima. Si vuole cioè limitare la MIA azione attraverso l’uso “a distanza” (tramite la legge) della forza. E questo è schiavismo. Ma ragioniamo… un autore di un brano musicale da dove “tira fuori” il suo pezzo. Non si ispira forse a fatti reali che appartengono a tutti per i suoi testi? Non usa metodi espressivi, stili musicali, che appartengono a tutti? Non si serve di passaggi melodici, accordi, strumenti musicali, tecniche, etc.. che sono state sviluppate da altri in passato? E come mai allora egli non riconosce a coloro i loro “diritti” ? La proprietà intellettuale è un furto. (La posizione espressa rappresenta la mia personale e non è riconducibile alla posizione del Movimento Libertario che io in alcuni casi rappresento)

  2. Mattia Marchesi ha detto:

    Scusa Marcello,
    ma confondi il brevetto (che prevede che l’inventore abbia un monopolio sul bene per 20 anni, ma garantendo poi che chiunque possa avere accesso all’idea di base e quindi svilupparla o anche copiarla), dal diritto d’autore (che prevede il riconoscimento per l’autore ad un giusto compenso per la propria creazione).

    Non ti si vieta di suonare le opere di altri, ti si vieta di arricchirti copiando l’opera di altri, direi che è decisamente diverso.
    Senza contare che chiunque può rinunciare a certi diritti, lasciando la propria opera liberamente riproducibile e/o scaricabile, si pensi a giovani musicisti che lasciano in download gratuito le proprie opere o anche ai Wu Ming che, se mi ricordo bene, dichiarano sui loro libri che è possibile fotocopiarli.

    Uno Stato deve garantire gli autori contro le copie, così come deve difendere le invenzioni delle persone, altrimenti, senza lo stimolo economico, chi mai vorrebbe pubblicizzare una propria opera?

    Inoltre è “difendibile” quasi ogni cosa che abbia determinati requisiti di originalità e innovazione, sempre più si assiste ad un allargamento dei beni tutelabili con il diritto di proprietà industriale, ma il tutto è fatto per garantire, a mio avviso, il progresso e lo sviluppo.

  3. Ilja Jurk ha detto:

    …Lentamente, qualcosa inizia a muoversi anche da noi. Risale a 6 Settembre il primo congresso di Agora Digitale che ha visto anche l’ottimo contributo di Rick Falkvinge, Leader del Partito Pirata Svedese.

    Un congresso di alto livello, dove oltre i temi classici legati a censura, diritti d’autore e sharing e stato affrontato anche il punto cruciale di privacy ed anonimato.

    Disponibile su Radio Radicale e agoradigitale.org

    ——————–
    Rick Falkvinge, il leader del Partito Pirata Svedese, che alle scorse europee ha ottenuto un incredibile 7% dei voti, sarà ospite speciale del Primo Congresso di Agorà Digitale, l’associazione radicale per le libertà e la democrazia digitali che il 6 settembre a Salerno lancerà la prima campagna nazionale per la legalizzazione del file sharing, la riforma del diritto d’autore e l’abolizione del monopolio SIAE.

    Oltre a lui, il più famoso hacker etico italiano, Raul Chiesa, ora consulente per le Nazioni Unite sul cybercrime, insieme all’esperto Marco Calamari del Progetto Winston Smith, saranno al centro del dibattito per definire una strategia a difesa della privacy, contro la censura in Italia e all’estero, per la quale Agorà Digitale è pronta a muoversi sia sul piano tecnologico che politico.

  4. Marcello Mazzilli ha detto:

    Grande Partito Pirata svedese. Gli ho dato 40€ di finanziamento così la vittoria la sento anche un po’ mia. Per Mattia… Dal mio punto di vista copyright e brevetti sono molto simili dal punto di vista dei principi. In una società liberale basata sui contratti (accordi tra privati, cioè ad esempio tra chi compra una invenzione chi la produce, o tra chi compra un disco e chi lo compone) è possibile, anche senza lo Stato, un leggera forma di tutela (es: ti vendo il motore di questa macchina ma lo smonti solo nelle officine che dico io.. se accetti il contratto la compri altrementi no). Per la musica è più difficile (ti vendo il disco solo se lo ascolti a finestre chiuse e se fai firmare un impegno di non copia ai tuoi amici che lo ascoltano… non funziona!).. ma il principio deve essere.. la libera accettazione del contratto…. Il principio… “se non proteggi non conviene produrre” non mi interessa. L’analisi utilitaristica è soggettiva e con questo metodo puoi giustificare tutto. “Se non andiamo in Afghanistan non avremo il petrolio tra 20 anni” è un esempio di ragionamento simile. Io guardo ai principi. Nel corso dei millenni di storia umana la non esistenza del copyright non ha inibito nessuno dal creare e produrre. Vero, oggi con la società globale e la digitalizzazione, copiare e diffondere in un istante è più facile. E allora? La tecnologia va avanti e con essa ò’umanità. Vogliamo fermare le email per i poveri produttori di fax? O vietare gli orologi per i costruttori di clessidre? La stampa, la radio, la tv, internet e il p2P sono tutte invenzioni che hanno cambiato la storia, non solo perché ampliano le possibilità di comunicazione, ma perché ampliano le modalità di comunicazione. La società deve solamente prenderne atto. Non capisco perché 200 anni fa un musicista guadagnava dai suoi concerti mentre oggi deve guadagnare.. non solo da quelli ma da dischi e tutto il resto. Non capisco perché sepago un imbianchino 1000 euro per dipingermi un muro e pago Picasso 100.000 (è più bravo, lo pago di più) per dipingere lo stesso muro.. poi dopo il secondo deve continuare a percepire soldi in eterno (o 20 anni, o 10 o 90).

  5. libertyfighter ha detto:

    La proprietà intellettuale non ha valore. Una idea è infinitamente replicabile. Come tale non è un bene economico. Un bene ha un valore perché é scarso. Non ci sono infinite banane, infinite lavatrici, infinite automobili. Quindi si riconosce un valore a questi beni perché limitati. Il fatto di replicare all’infinito la propria idea e venderla senza che questa cali di prezzo è un assurdo economico. Una idea o una invenzione hanno un valore alla prima diffusione. Tra l’inventore e il primo che ne viene a conoscenza. Dopodiché il valore si dimezza perché la conoscono in due. E di lì in poi scende rapidamente a zero. Ma questo è nell’ordine delle cose. E’ destino che i cantanti facciano soldi cantando le canzoni live, invece che vendendo infinite repliche dello stesso pezzo in monopolio…

  6. Andrea de Liberato ha detto:

    Ma che bei commenti…
    Jurk giustamente sottolinea il fatto che uno degli aspetti cruciali consiste proprio nel diritto alla privacy e all’anonimato, oggi praticamente per nulla tutelato nel sistema vigente.
    Inoltre, ferma restando la profonda differenza fra brevetto e diritto d’autore, che che quest’ultimo non possa essere visto solamente sotto l’aspetto musicale. Basti pensare alle centinaia di milioni di dollari necessari per produrre film o software ad alto livello, con tutte le implicazioni economiche del caso (per non menzionare le costosissime ricerche, a volte miliardarie, delle industrie farmaceutiche).
    Vorrei infine ricordare che il diritto d’autore è stato per decenni inapplicato e disconosciuto perlopiù nelle economie del Socialismo Reale, un moloch che spero resti per sempre consegnato al passato.

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