Tremonti-bond: se il mercato è possibile ed il governo meno necessario

– Tremon, non ti crucciare, diremmo al Ministro dell’economia parafrasando il Poeta.
A chi scrive l’esito della vicenda Tremonti-bond – con le maggiori banche italiane che scelgono di non emettere i titoli che lo Stato avrebbe acquistato alle condizioni stabilite per legge, perché si trovano oggi sul mercato condizioni più favorevoli – appare un successo tremontiano, e non certo un flop.
Ad inizio anno, il Ministero dell’Economia aveva predisposto un piano grazie al quale le banche avrebbero potuto soddisfare le proprie esigenze di ripatrimonializzazione nonostante la scarsità di credito nel mercato. E’ vero, le condizioni alle quali lo Stato avrebbe acquistato le obbligazioni bancarie erano molto severe. Ma avremmo forse preferito che Pantalone concedesse denaro facile, a buon mercato e senza condizioni? Per chi ha sempre creduto che sarebbe stato meglio evitare o fortemente limitare l’impiego di risorse pubbliche (a tal proposito, si legga “The case for Doing Nothing” di Jeffrey A. Miron, senior fellow del Cato Institute), i Tremonti-bond erano una scelta accettabile: se le banche avessero evitato il tracollo solo grazie ai soldi del contribuente, sarebbe stato giusto che pagassero profumatamente il conto. Certo, poi Tremonti ci ha messo del suo, prevedendo che il finanziamento delle banche fosse subordinato all’adozione di alcuni impegni “sociali”, come la sospensione per un anno della rata del mutuo ai lavoratori in cassa integrazione o percettori di un sussidio di disoccupazione, l’adozione di un codice etico e, soprattutto, un trattamento di favore per le piccole e medie imprese in cerca di credito. Ma lo spirito della misura era quello giusto, si mettevano le banche di fronte alla solita vecchia evidenza liberale: non esistono pasti gratis.

Chi non ricorda il coro di elogi che lo strumento governativo ricevette a febbraio? La stessa Commissione Europea si espresse con toni molto positivi, soprattutto perché il Governo italiano aveva contempleato la possibilità che l’intervento fosse limitato nel tempo. D’altronde, a marzo, dopo che sia il decreto-legge istitutivo dei T-bond che il decreto ministeriale di attuazione erano stati emanati, questo dichiarava Corrado Passera, ad di Intesa San Paolo, in occasione della presentazione del bilancio 2008: “Li utilizzeremo come una forma di assicurazione per due o tre anni. Sono più economici e più flessibili del capitale e i nostri azionisti non subiranno diluizione in termine di numero di azioni”. L’intenzione del grande gruppo bancario era quella di sottoscrivere circa 4 miliardi di Tremonti-bond.
Se da allora molto è cambiato, il merito va attribuito anche ai T-bond: più che liquidità essi hanno immesso fiducia nell’economia, perché hanno offerto un’opzione che le banche avrebbero potuto sfruttare in ogni momento. Alcune lo hanno fatto, le più grandi sono riuscite a farne a meno. Meglio così. D’altro canto, la crisi ha spinto probabilmente le banche a un comportamento più conservativo, meno orientato ai soldi facili, allineandosi sostanzialmente alla critica che Tremonti, prima di altri, fa da tempo al mondo della finanza.
Un argomento a fortiori è il seguente. C’è da augurarsi che l’altra misura tremontiana, lo scudo fiscale, permetta alle banche italiane di rinvigorirsi ulteriormente, rendendo i Tremonti-bond ancor meno necessari: che siano cinquanta, cento o trecento miliardi di euro, l’afflusso di questi capitali non farà certo male.

Non si crucci il Ministro nemmeno rispetto al fatto che, rinunciando all’emissione di T-bond, le banche rifiutino di fatto di prestare soldi a tassi agevolati alle pmi e a porre in essere le altre misure ritenute socialmente utili, dai mutui ai codici etici: un ulteriore merito dei suoi bond è quello di aver consentito di “prezzare” queste politiche assistenziali, cosa che il Governo, se avesse erogato direttamente soldi a tasso agevolato alle imprese o avesse finanziato a proprie spese il congelamento dei mutui, non avrebbe potuto fare. La scelta di non prendere T-bond mostra che il costo opportunità degli aiuti è economicamente e socialmente molto alto.

Market if possible, government if necessary”: sono parole di Giulio. Ebbene, ora il mercato è evidentemente possibile ed il governo meno necessario.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

6 Responses to “Tremonti-bond: se il mercato è possibile ed il governo meno necessario”

  1. stranamore ha detto:

    Concordo, non si tratta di un flop ma di un successo. Anche perchè non è del tutto vero che le banche non hanno usufruito di alcun aiuto dallo stato. Tremonti ha assicurato una forma di sostegno indiretto al sistema bancario proponendo lo Stato Italiano come eventuale garante in caso di difficoltà estreme. Questo sicuramente ha agevolato il decorso della crisi. Ma d’altra parte questo è quello che hanno fatto tutti i governi occidentali. Alcuni sono stati costretti ad intervenire nel capitale delle banche. Che lo Stato Italiano non ne sia stato costretto, non è certo un fatto di cui doversi lamentare.

  2. Piero Sampiero ha detto:

    Condivido pienamente. La lezione di Tremonti sarà ricordata come innovativa e liberale e, per la prima volta, nel nostro paese, per nulla ‘corriva’con le banche.

  3. Andrea de Liberato ha detto:

    Bellissimo articolo, molto gentile verso Tremonti, che a mio modo di vedere ha semplicemente promosso uno strumento non necessario e in definitiva inutile, perché le banche italiane, in ritardo nell’applicare gli innovativi strumenti speculativi che si sono poi rivelati così distruttivi, sono state in massima parte al riparo dallo scenario di terribile crisi finanziaria che ha quasi spazzato via gli istituti di credito di altri Paesi. Trovo però, come giustamente nota Falasca, un aspetto molto positivo nel provvedimento, soprattutto pensando al socialista colbertiano che l’ha emanato: non si trattava dell’ennesimo regalo di Pantalone ai privati, ma di un aiuto non a “costo zero”. Un originale innesto di una misura keynesiano-socialista (aiuti pubblici) su principi più liberali. Per un colbertiano è già qualcosa, anzi molto…
    Eccezionale l’articolo del Cato Institute, una lettura da consigliare davvero a tutti.

  4. Mario Seminerio ha detto:

    Credo che a questo punto per Tremonti sarebbe più utile, per raggiungere l’obiettivo (intuitivo di quale si tratti), attaccare direttamente le fondazioni. Probabilmente sarebbe più produttivo. A pensar male si fa peccato, eccetera eccetera.

  5. Vittorio Vezzola ha detto:

    Bah, se lo scopo era quello di sostenere le PMI bastava un fondo di garanzia. Invece sembra Tremonti voglia giocare al Risiko bancario. Invece di cercare di condizionare la gestione delle banche, fondazioni o quant’altro sarebbe meglio il governo si adoperasse di aumentare la competizione nel mercato bancario. Abbiamo le spese di tenuta conto più alte d’Europa.

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