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Se Sciascia potesse raccontare il futuro, per Ffwebmagazine

– “Nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende” scriveva Leonardo Sciascia in uno dei suoi romanzi più manzoniani, La strega e il capitano. Sciascia era uno scrittore civile, di cose e non di parole (secondo la distinzione pirandelliana), appassionato del mondo fantastico di Borges e della gioia letteraria di Stendhal, ma poco incline alla letteratura d’evasione. Non faceva letteratura alta, preferendo il registro della “cronachetta” o del giallo, sul cui schema narrativo ha costruito i suoi libri più politici e militanti. Lo scetticismo metodologico che gli impediva di prendere conformisticamente partito dalla parte dei “buoni” – fino a ritrovarseli quasi tutti nemici – gli ha sbarrato (fortunatamente) la strada della letteratura edificante e della pedagogia sociale, ma gli ha consentito scorribande narrative nelle pieghe della cronaca criminale, politica e giudiziaria del Paese.

Eppure, pensava che la letteratura raccontasse qualcosa di vero e di utile delle persone e del mondo e della loro storia comune. Che raccontasse qualcosa di persuasivo, se non delle cose, dell’esperienza umana delle cose, nel privato come nel pubblico, della vita come della politica. Probabilmente, agli amici di FFwebmagazine, Sciascia sarebbe sfuggito. Non avrebbe accettato di “raccontare il futuro”. Scrittore di memoria, forse il futuro lo guardava all’incontrario: sulla sua lapide ha voluto che fosse scritto “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. “La politica che vorrei…” non l’avrebbe raccontata, ma l’avrebbe direttamente fatta, come gli è avvenuto con i radicali, “da scrittore”, raccontando dagli scranni della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro una delle verità più convincenti che mai siano state rivelate su quella morte e su quella prima irreparabile crepa nell’edificio della Prima Repubblica.

Però qualcosa mi dice che avrebbe potuto cambiare idea, facendosi controvoglia arruolare in questo viaggio comune nell’immaginario personale, se avesse assistito all’esibizionismo anti-letterario (qui, un esempio) di chi ha liquidato quest’operazione come l’ennesimo cedimento a sinistra del “compagno Fini”. Di chi ritiene che la destra del fare non possa baloccarsi di immaginari e di visioni, di parole e di pensieri, ma debba esiliare la letteratura nel campo del nemico, regalandogliela. Di chi, per meglio sentirsi di destra, deve sputare in faccia agli scrittori di sinistra (e agli altri di passaggio, peggio per loro), perché il bipolarismo così comanda, come se il bipolarismo non fosse solo una forma di efficiente competizione politica per il governo, ma il riconoscimento istituzionale di una effettiva diversità antropologica.

Proprio questo oggi va per la maggiore, tra gli status symbol del berlusconismo doc: un pregiudizio che dopo avere rovinato gli intellettuali di sinistra, rischia ora di perdere gli anti-intellettuali di destra, e di omologarli, loro malgrado, in un ruolo subalterno, sempre a mezza strada tra l’imitazione e la caricatura del nemico, tra l’invidia intellettuale e la rivalità sociale. Con questa operazione sofisticata, che bersaglia di pernacchie reali o figurate la negligenza blasè degli intellettuali per definizione, questi “resistenti allo sbaraglio” riusciranno a costruire una cultura di destra che starà a quella di sinistra come, nello spettacolo del Bagaglino, Oreste Lionello con la gobba finta stava a Giulio Andreotti con la gobba vera.

Sciascia si sarebbe divertito a notare che questa destra così di destra che con-la-sinistra-neanche-un-caffè ha un senso così precario della propria autonomia culturale che, per darsi un tono, non trova di meglio che dar ragione al nemico, opponendo il proprio orgoglioso senso di inferiorità ad una sinistra che non riesce più neppure a sentirsi superiore. E forse avrebbe anche raccontato da par suo di un futuro, in cui questo incubo si sarebbe miracolosamente dissolto.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

6 Responses to “Se Sciascia potesse raccontare il futuro, per Ffwebmagazine”

  1. Marianna Mascioletti ha detto:

    E’ vero, nel quadro del bipolarismo italiano i due schieramenti sembrano prendere e fare proprio ognuno il peggio dell’altro!

  2. Luca Cesana ha detto:

    quante volte mi è capitato in questi 15 anni di dire “chissà cosa ne direbbe Sciascia?”
    per chi, come il sottoscritto, lo considera il maggior intellettuale italiano del Dopoguerra, oltre che straordinario scrittore
    per chi, come me, reputa Sciascia uno dei rari esponenti di quella che nei Paesi anglosassoni viene chiamata “Società civile” (completamente altra rispetto alla sedicente società civile italiota che quasi sempre è società incivile); con Pasolini, più di Pasolini
    ecco perchè io non ho mai osato rispondere alla domanda iniziale (immaginarlo sì, metterlo per iscritto mi sarebbe sembrato una sorta di sacrilegio accompagnato da una buona dose di presunzione)
    un plauso sincero, quindi, Carmelo a questo tuo gesto coraggioso;
    nella fattispecie penso – non lo avrei scritto ma lo penso – che avrebbe, più o meno, detto e fatto quello che hai scritto!

  3. Piero Sampiero ha detto:

    Sciascia avrebbe capito.
    La dissoluzione delle ideologie (benedetta dissoluzione!) non lo avrebbe trovato impreparato, perchè i suoi principì, più che alla politica dei partiti, erano legati alla tradizione civile dell’Italia migliore.
    E avrebbe disprezzato l’immobilità stagnante della classe intellettuale.
    Mi sono chiesto anch’io, all’inizio della frequentazione più approfondita di ‘ Fare futuro Web’ se tutte le scelte degli argomenti della redazione e l’attenzione per autori eterodossi non fossero inopportune per chi proveniva da esperienze politico-culturali che nulla avevano da invidiare, nel suo complesso, alla cosiddetta ‘intellighenzia veterocomunista e sessantottina’, rischiando di buttare ‘il neonato con l’acqua sporca’, pur di competere a sinistra, cercando quasi d’ingraziarsi l’avversario, per ottenere un riconoscimento ufficiale della propria identità.
    Poi, pian piano, mi son reso conto che l’operazione culturale del magazine perseguiva proprio il superamento delle vecchie posizioni, sul solco di quella lezione che un grande maestro, come Ortega Y Gasset, aveva indicato quale grave limite del pensiero moderno: la distinzione tra destra e sinistra, definite, come noto, ‘semiparalisi mentali’.
    Gli sforzi che conduce egregiamente la ‘Fondazione Ff’ e l’apparentamento stretto con ‘Libertiamo’ testimoniano, sempre più chiaramente, come si voglia creare un progetto alternativo al passato della destra culturale delle torri d’avorio, dentro le quali sono andate a imprigionarsi analoghe esperienze del passato, nel tentativo di raggiungere la famosa ‘sintesi’ ovvero il sincretismo tra opposte ideologie, spesso simile all’ircocervo di crociana memoria.
    Il pragmatismo attuale delle riviste non è svincolato da principi fondamentali come la libertà ed il rispetto della dignità della persona, i quali segnano l’unica linea di confine invalicabile sotto l’aspetto antropologico.
    Orbene, scrittori, intellettuali, giornali e mass media di area moderata snobbano la strada intrapresa da alcune minoranze attive, che vogliono disegnare un’Europa all’altezza dei tempi, in grado di svolgere un ruolo protagonista, affrontando in profondità i problemi della società contemporanea. Ci si sarebbe aspettati un incitamento a proseguire, per creare nuove idee e nuovi assetti sociali, in cui ‘il potere per il potere’ fosse superato da un ordine fondato sul ‘potere come servizio’, degno del consenso dei cittadini e foriero di speranze per le nuove generazioni.
    Perché finora questo non è avvenuto?
    Temo che il discorso di chiusura sia legato unicamente a calcoli di partito e ad equilibri elettoralistici, cui anche la’ libera stampa’, a volte, cede, badando solo al presente e al proprio guicciardiniano ‘particulare’.
    Ma siccome le idee hanno il pregio di farsi spazio nonostante le difficoltà, non bisogna perdere la speranza che i nuovi fermenti possano affernarsi, com’è avvenuto nel resto del nostro Continente.
    E quindi, senza complessi di sorta, con la consapevolezza che la sinistra è culturalmente disarmata (anche se continua ad occupare postazioni importanti ed influenti) e che la destra intellettuale sarà costretta, prima o poi, a fare i conti con la storia, mi auguro che il cammino intrapreso non s’interrompa ma continui, vada avanti ‘adelante con juicio’.

  4. tommaso de gregorio ha detto:

    CARO PALMA, IL TUO NON E’ UN DISCORSO ONESTO. E NEANCHE TANTO FURBO. NON ESISTE IL BERLUSCONISMO, MA SOLO L’ANTIBERLUSCONISMO becero (di cui tu e i tuoi e il vostro duce siete i più raffinati interpreti senza riuscire a renderlo meno becero però). La Cultura è una cosa, la Politica un’altra, la vita un’altra ancora. Noi siamo gente seria che lavora e non ha tempo di giocare con la politica. Ambiremmo solo darle una sistematina per poter tornare alla nostra vita e al nostro lavoro quanto prima. Se devo leggerti allora preferisco l’originale: i duetti Pannella-Bordin.

  5. Alessandro Caforio ha detto:

    Ricordiamo ai gentili ospiti del nostro sito che scrivere in stampatello va contro le regole della “netiquette”: pertanto, dopo tre commenti scritti (interamente o parzialmente, a meno che non si tratti solo di QUALCHE parola in mezzo al discorso, per evidenziarla) in stampatello, l’autore verrà considerato automaticamente spam, e i suoi commenti eliminati.

    Grazie.

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