Allarmismo sulla globalizzazione (2): quelli che è meglio produrre magliette

Continua la mini-serie di articoli di Pietro Monsurrò dal titolo “Allarmismo sulla globalizzazione”. Un articolo a settimana, ogni giovedì, con lo stile semplice e immediato di Monsurrò, per scovare l’irrazionalità di alcune convinzioni, purtroppo molto diffuse, sulla globalizzazione economica (i pezzi precedenti: 1).

La perfezione non esiste, e quindi ogni cosa ha dei costi. In genere si dice che l’Italia subisca la concorrenza “sleale” (far bene le cose è “sleale”, mi si dice, ne deduco quindi che la concorrenza “leale” consiste nel far le cose male) dei cinesi, che producono ciò che produce l’Italia, ma a costi inferiori.
In sostanza, si vuole che i consumatori italiani non comprino merci estere a basso prezzo, ma sovvenzionino industrie italiane inefficienti, o come contribuenti o come consumatori. E’ ciò che in questo paese si chiama “politica industriale”, vale a dire un semplice spreco di risorse che avrebbero maggiore valore in altri impieghi.
Se il commercio internazionale fa specializzare in ciò che si sa far meglio (non è forse il saper far bene le cose che permette alle imprese italiane di esportare ed al made in Italy di essere un prezioso brand?), l’autarchia nazionale fa specializzare in ciò che si sa far peggio. Delle due l’una, infatti: o l’Italia compra magliette in cambio di macchinari meccanici, oppure produce magliette e non produce macchinari meccanici. Sprecare risorse italiane per produrre t-shirt da due soldi anziché macchinari di precisione è una buona scelta? Questa è la domanda che i protezionisti di casa nostra dovrebbero porsi.

Rimane certo il problema della riconversione: il capitale non è gelatina, ma è un insieme complesso di beni eterogenei, durevoli, specifici. Cambiare la produzione dal tessile al meccanico significa buttare macchinari tessili (o esportarli in Cina) e investire nell’industria meccanica; significa riconvertire tessitori in tornitori, magari pre-pensionando le sarte e incentivando gli istituti tecnici a produrre più periti meccanici. La cosa è dolorosa, prende tempo, e lascia vittime sotto forma di capitali inutilizzabili, perdite contabili e soprattutto disoccupati.

Questa non è una specificità del commercio internazionale: tutta l’innovazione produttiva ha esattamente lo stesso identico effetto. Si chiama “distruzione creatrice”: l’invenzione della polvere da sparo ha gettato nel lastrico i produttori di archi e frecce; l’invenzione dell’automobile ha rovinato gli allevatori di cavalli; Internet ha mandato a casa i cinema per adulti.
Cosa sarebbe successo se, in nome della difesa dello status quo, avessimo impedito alle risorse produttive di scappare dai mercati in declino e di andare nei nuovi mercati? Accadrebbe che oggi l’umanità guiderebbe carrozze, andrebbe ancora nei cinema porno, lotterebbe con gli archi. Tutto lo sviluppo economico ha danneggiato i mercati “vecchi” sostituendoli con nuovi mercati, ha arricchito molti e ha impoverito pochi: non c’è modo di evitare ciò se non bloccando l’innovazione tecnologica e destinando tutti alla certezza del declino, che parrebbe essere preferibile al rischio della crescita.

La cosa è particolarmente dolorosa in un paese come l’Italia dove si fa dello status quo una divinità da adorare, e in nome del quale sacrificare il futuro dell’intero paese; dove aiutare FIAT, Alitalia o FF.SS. in nome della conservazione a tutti i costi dell’esistente è considerata una politica responsabile; dove in nome di fantomatici “diritti dei lavoratori” si preferisce un mercato in declino ad uno in crescita.

E se la soluzione fosse un’altra? Anzichè difendere strenuamente lo status quo e tentare un improbabile congelamento della realtà industriale esistente, sarebbe meglio che lo Stato si limitasse a costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali efficiente, in grado di rispondere ai continui mutamenti e alle frequenti innovazioni dell’economia.
Morale della favola: o riforme o declino. Chi se la prende con la globalizzazione non vuole affrontare i veri problemi di questo paese.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

3 Responses to “Allarmismo sulla globalizzazione (2): quelli che è meglio produrre magliette”

  1. Ghino di Tacco scrive:

    d’accordo su molto, ma resta un punto su cui bisogna interrogarsi: con la violazione di ogni più elementare diritto umano, come la mettiamo?

  2. libertyfirst scrive:

    Per me ognuno è libero di non comprare merci cinesi se non vuole (e nessuno lo fa, segno che pochissimo danno tanta importanza ai diritti umani dei cinesi da pagare qualche centinaio di euro in più l’anno i propri acquisti).

    Non vedo perché danneggiare il benessere nostro e loro (visto che i cinesi stanno decisamente meglio rispetto a 20 o 30 anni fa) per una presa di posizione simbolica, che tra l’altro sarebbe forse dannosa per i cinesi anche politicamente (un paese impoverito e chiuso tende ad essere meno libero).

    Se poi non dovessimo commerciare con tutti i paesi che non rispettano i diritti umani, dovremmo evitare molti paesi dell’America Latina, la maggior parte dei paesi africani, tutti i paesi arabi con rare eccezioni, e tutta l’Asia tranne praticamente il Giappone e le tigri asiatiche minori, ma senza petrolio arabo e risparmi cinesi dove andrebbe l’economia?

  3. Pietro Monsurro' scrive:

    Concordo con Liberty: non possiamo punire i cinesi impoverendoli solo perché sono maltrattati dal loro governo, e il mondo politicamente civile è così ristretto che se il principio del “non commerciamo senza diritti umani” fosse applicato ci ritroveremmo gli scaffali dei supermercati vuoti (o perlomeno le pompe di benzina).

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