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Senza nemici non si vince, vale anche per l’Afghanistan

– Nella settimana successiva alla strage dei parà italiani a Kabul, il rapporto del generale americano in Afghanistan, Stainley McChrystal, ha infiammato il dibattito sulla missione internazionale nel paese che offrì la possibilità ad Al Qaeda di organizzare gli attacchi dell’11 settembre. Le forze occidentali hanno bisogno di una nuova strategia in Afghanistan per evitare uno scenario mai seriamente preso in considerazione, ovvero la vittoria dei Talebani, e tale strategia non può prescindere né dalla forza, né dalla diplomazia.
Le forze NATO sono impegnate dall’Ottobre 2001, ma la fine del conflitto sembra sempre più lontana. Il generale McChrystal scrive che senza l’invio di nuove truppe e un nuovo approccio al problema la missione potrebbe fallire già a partire dai prossimi 12 mesi. Il messaggio del generale è stato ricevuto dal presidente Obama, il quale ha però sottolineato come nuovi uomini saranno mandati solo dopo aver chiarito gli obiettivi della presenza americana nel paese.
Dunque, la priorità in questa fase sembra essere quella di costruire una nuova strategia che eviti il fallimento della missione in Afghanistan, scenario che avrebbe conseguenze disastrose per l’Occidente. Il problema è serio e complesso, tanto che ogni semplificazione del conflitto non può che portare ad analisi errate e rimedi peggiori del male. Ci sono almeno tre guerre in corso in varie zone del paese che vedono coinvolti i talebani, i cosiddetti signori della guerra, i pashtun e le organizzazioni criminali. Pertanto, sventolare panacee oppure credere che basti una conferenza internazionale per risolvere i problemi sarebbe, nel migliore dei casi, ingenuo.
L’Afghanistan non è la Svizzera, quindi l’uso della forza rimane essenziale per la risoluzione del conflitto. Gli eserciti della coalizione internazionale si trovano in Afghanistan perché gli avversari contro cui stiamo combattendo sono uomini ben armati e ben addestrati che non esitano ad usare la forza per raggiungere i loro scopi senza alcuna considerazione per il diritto internazionale. È evidente a tutti che questi gruppi non possono essere combattuti con i buoni propositi e che le perdite umane sono da mettere in conto: benché salutate con gli onori del caso, esse non debbono impressionare la classe dirigente di un paese di rilevanza internazionale come l’Italia.
Tuttavia, parafrasando un vecchio slogan in voga nelle sedi dei partiti della Prima Repubblica, vien da dire che “senza nemici non si vince”. L’uso delle forze speciali e dei bombardamenti mirati (come quelli degli Stati Uniti in Pakistan, ormai senza sosta da alcuni mesi) deve essere integrato con strumenti politici. La storia offre pochi esempi di rese incondizionate ed il caso afgano difficilmente ricadrà in questa categoria. Se anche gli alleati nella seconda guerra mondiale furono costretti a scendere a patti con i gerarchi nazisti ed offrire loro fuga e protezione in cambio della resa, sembra scontato dire che la nuova strategia richiesta dal generale McChrystal dovrà considerare l’opzione di scendere a patti anche, e soprattutto, con coloro i quali si sono resi responsabili di atti terribili.
Inoltre, altre forze regionali sono cruciali nell’andamento del conflitto ed è necessario raggiungere un compromesso con Iran, Pakistan, Cina e Russia così da migliorare la legittimità del ruolo internazionale e limitare l’azione di spoilers nel conflitto.
Rimanere in Afghanistan ed elaborare una nuova strategia sono compiti ineludibili per la comunità internazionale. Prima di tutto, l’Europa sarebbe più vulnerabile degli Stati Uniti in caso di fallimento della missione ISAF. Come hanno dimostrato gli attacchi di Londra e di Madrid, il Vecchio Continente è, per svariate ragioni, più esposto ad eventuali attacchi. Secondo, la comunità internazionale non deve dimenticare le ragioni di fondo che ci hanno spinto ad andare in Afghanistan, ovvero le violazioni dei diritti umani e l’esistenza di un regime con pratiche assolutamente incompatibili con i valori fondanti delle nostre democrazie. Queste due ragioni non ci dicono solo che dobbiamo restare, ma che bisogna anche vincere.

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Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

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