Italiani e stranieri: la cittadinanza è merito o rendita?

– Il Ministro Brunetta, nel suo intervento di Gubbio contro l’Italia della rendita, sulle politiche dell’immigrazione ha detto di essere più d’accordo con Gianfranco Fini che con i suoi avversari interni. Non ha aggiunto altro e non ha spiegato perché. Un giorno forse lo spiegherà, dando un contributo importante e, come è solito fare, “pesante” alla discussione politica del Pdl. Da parte nostra, pensiamo di condividere la posizione di Fini per una motivazione molto “brunettiana”. Che non è detto – sia chiaro – corrisponda a quella di Brunetta.
Riteniamo che in una società aperta e competitiva la cittadinanza non possa costituire una rendita, ma debba divenire un merito. La cittadinanza non può costituire un insieme di “guarentigie” o un diritto acquisito e esclusivo senza compromettere il carattere morale nazionale.
Se il lavoro “straniero” e il non-lavoro “italiano” pesano politicamente in ragione inversa al loro valore sociale, la disuguaglianza che ne deriva non è solo ingiusta, ma inefficiente. Se l’insieme di incentivi che orientano l’azione sociale, non solo dal punto di vista economico, consolida una cultura della “disuguaglianza” è difficile giustificare su di un piano culturale la ricerca di una identità civile fondata sul rispetto di diritti e doveri comuni.

Non c’è nulla di patriottico, dunque, nell’imporre l’italianità come mera “discendenza” e quindi come discriminante anagrafica, anziché come principio di unità civile e politica.  Non c’è niente di meno patriottico (nelle patrie costituzionali, s’intende, non in quelle che si identificavano con la “famiglia regnante”) che intendere la nazionalità come rendita o come appannaggio.

Se la statualità di un Paese non riflette la sua realtà concreta e l’insieme delle relazioni sociali che lo costituiscono, non consente all’intera società di riconoscersi in essa. Così si mettono semplicemente a rischio unità, stabilità e coesione. Si compromette il tentativo, già di per sè complicato, di non degradare lo Stato a mero contenitore di storie (e di Dna biologici e politici) che non si parlano, non si riconoscono e non si rispettano, e che coabitano lo spazio pubblico senza condividere nulla, per non inquinare o snaturare le rispettive identità.

Se poi la cittadinanza diventa il ridotto del privilegio, disperatamente difeso da italiani “di sangue” che vogliono impedire ai figli l’affronto di competere ad armi pari con giovani stranieri che lavorano, in media, assai più e meglio di loro, allora il segno di questo nazionalismo sarà disperatamente anti-nazionale. Una politica di questo tipo è destinata non già a promuovere e a riconoscere il merito, ma a dissipare capitale umano, potenziale economico e forza sociale. A rendere l’Italia peggiore e a premiare (per dirla con Brunetta) l’Italia peggiore.

L’insistenza sul carattere etnico-nazionale della cittadinanza peraltro non corrisponde né alla biografia né alla geografia umana dell’Italia contemporanea (e neppure, forse, alla storia italiana precedente il suo illuministico “divenire Stato”). Posto che si sia mai data questa possibilità, non è questo comunque il momento di difendere l’italianità come un polveroso titolo nobiliare trasmesso per diritto di sangue. Meglio affrontare il dossier cittadinanza con un saggio rigorismo borghese, che riconosca a chi “fa” ogni giorno l’Italia il diritto di farsi italiano.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

12 Responses to “Italiani e stranieri: la cittadinanza è merito o rendita?”

  1. Gustav ha detto:

    Proprio su questo tema oggi ho trovato quest’articolo:
    http://www.loccidentale.it/articolo/gli+straniere+preferiscono+avere+la+pensione+a+casa+loro+che+la+cittadinanza+in+italia.0078770
    che mi trova in disaccordo su diversi punti, e partendo dal presupposto che se eliminassimo la forza lavoro “estera” altro che crisi in Italia, cmq ci sono molti appigli per un buon dibattito…che ne pensate? :)

  2. andrea asoni ha detto:

    Carmelo,

    affermazioni come “giovani stranieri che lavorano, in media, assai più e meglio di loro (giovani italiani, nda)” volano in faccia a tutta l’evidenza empirica che abbiamo dall’Europa e dall’America. Ci sono gruppi (in America) di immigrati che sono piu’ educati e lavorano piu’ della media della popolazione (come gli indiani) ma sono piccoli e come dicono gli economisti, self-selected.
    L’immigrato “medio” in Europa come in America e’ meno educato, lavora di meno e dipende di piu’ dal welfare nazionale. Soprattutto la qualita’ media dell’immigrato diminuisce all’aumentare del numero degli immigrati.

    Detto cio’, la cittadinanza non e’ un costrutto giuridico che ad un certo punto le elite illuminate hanno deciso di dare alla popolazione come rendita o come merito.
    La “cittadinanza” e’ meramente l’espressione giuridica di un fatto sociale, ovvero espressione di quella che le persone giudicano come identita’ comune e condivisa. E’ semplicemente la manifestazione giuridica della costruzione moderna degli stati come organizzazione collettiva di una nazione (stato-nazione anyone?), ovvero di una tribu’ allargata ad un territorio vastissimo che condivide lingua, cultura e principi. La nazione viene prima, sia come realta’ storica -salvo pochi esempi- sia come costrutto mentale.
    E questo non e’ becero leghismo ma semplicemente una riproposizione del principio hayekiano di istituzioni come organic growth della societa’.

    E’ stato questo processo semplice? No. E’ stato un processo lineare? No. Ci sono deviazioni e particolarismi? Si. Ma cio’ non cambia che l’idea di fondo che giustifica e guida questo processo e’ quella illustrata. O i movimenti nazionalisti che hanno portato alla costruzione dell’Europa moderna sono solo un “accidente della Storia”.

    Il tuo discorso “diamo la cittadinanza a chi se la merita di piu'” semplicemente astrae dal cosa la cittadinanza effettivamente rappresenta. La cittadinanza non e’ un insieme di diritti e doveri che gli Stati (le illuminate elite? gli apparatchik? i burocrati?) riconoscono ai cittadini secondo il loro merito ma e’ un mutuo riconoscimento tra gli appartenenti ad una medesima comunita’. E’ un istituto storico che ha semplicemente formalizzato quello che i patrioti italiani gia’ sapevano: che facciamo parte di una stessa comunita’, con valori e interessi comuni.

    Essere italiani e’ un insieme completo e complesso di pensiero, lingua, valori condivisi, aspettative comuni verso gli altri, verso il governo, verso l’esterno, tradizioni, usi e costumi (alcuni buoni, altri meno). Di una cultura se vuoi. La condivisione di questi valori e la comune conoscenza della condivisione di questi valori e di questa identita’ e’ quello che in ultima analisi garantisce la “moralita’” o la ragione stessa dell’esistenza di uno Stato. Se venisse meno il senso di appartenenza ad un popolo comune verrebbe meno anche la ragione d’esistere della sua organizzazione politica, lo Stato. E infatti questo e’ quello che accade nella realta’.

    La diffidenza verso l’immigrazione, soprattutto proveniente da paesi che hanno culture, religioni, istituzioni completamente diverse nasce proprio dal fatto che l’ingresso di questi individui mette in crisi la ragione stessa del patto sociale tra i membri della nazione che sta alla base della Stato.
    Gli italiani hanno deciso di costruire un patto sociale tra italiani (dove l’italianita’ e’ definita sopra) ma non e’ necessariamente vero che vogliano mantenere questo stesso patto sociale o avere un patto sociale, at all, tra italiani e marocchini.

    Gli individui si auto-organizzano in comunita’ (e lo Stato e’ una di queste) perche’ pensano di ottenere dei benefici da questa organizzazione e la base di organizzazione di questi comunita’ e’ l’appartenenza ad uno stesso “clan” allargato. Questa e’ la natura delle cose non perche’ siamo razzisti ma semplicemente perche’ quando si entra a far parte di un patto sociale di portata come quello nazionale ognuno deve accettare importanti limitazioni alla sua liberta’; si e’ disposti a farlo solo se si e’ convinti che la comunita’ nel complesso prendera’ decisioni che miglioreranno la propria vita, se le ragioni di scontro all’interno della societa’ non saranno tante e soprattutto non riguarderanno elementi al cuore della propria moralita’.
    Siccome non mi piace lo yoga non entrero’ mai in un club di praticanti di yoga. Una nazione e’ semplicemente un club gigantesco con un organizzazione politica chiamata Stato. La differenza e’ che il club “nazione” non si occupa di sport ma si occupa di cose fondamentali come organizzare la nostra vita e proteggere la nostra famiglia. Io non entrero’ mai in un club dove e’ permesso picchiare la propria moglie. E’ semplicemente contro la mia moralita’ e io non voglio vivere in uno Stato che permette queste cose.

    Aumentare la diversita’ culturale, etnica e sociale dei membri di una societa’ semplicemente rende la probabilita’ di scontri, mancanza di fiducia, decisioni collettive “non gradite” molto piu’ alta.
    Le persone istintivamente lo sanno ed e’ per questo che formano societa’, dalla famiglia, al villaggio, alla nazione solo con individui dei quali piu’ o meno condividono valori basilari. Questo principio non dovrebbe essere nuovo ai liberali visto che forma la base di ogni giustificazione del federalismo come “governo che meglio rappresenta la comunita’ locale” e della sussidiarieta’ verticale.
    In questo senso la Lega e’ coerente. La ragione per cui non vuole eccessiva immigrazione proveniente da paesi molto diversi e’ la stessa per cui vuole il federalismo. Che sia la Lega oggi il movimento piu’ liberale in Italia?

    Ora Fini questo probabilmente lo capisce, almeno ad un livello intuitivo, ed infatti dice che alla base della nostra politica di immigrazione di deve essere l’integrazione.
    Integrazione infatti altro non e’ che prendere individui che non appartengono alla nostra comunita’ e cambiarne le preferenze, i valori affinche’ possano entrare a far parte di essa.

    Quello che secondo me sfugge al Presidente della Camera, almeno rispetto a quello che ho sentito fino ad oggi, e’ che l’integrazione e’ una cosa difficile; richiede tempo, sforzo sia nostro sia dell’immigrato e non sempre ha successo. In questo senso diminuire gli anni necessari ad ottenere la cittadinanza non credo vada nella giusta direzione dell’integrazione.

    In questo senso noto un distacco tra la posizione intellettuale di Fini e le sue proposte di policy.

  3. Mario Seminerio ha detto:

    Il commento di Andrea Asoni è estremamente interessante. Ma la proposta di cittadinanza di Fini ha (o dovrebbe avere, se ne ho inteso correttamente il senso) tutte le risposte alle obiezioni di Andrea. Ad esempio, nel prevedere meccanismi di cittadinanza non come è attualmente, per il semplice trascorrere del decennio necessario, ma con meccanismi di “verifica” dell’adesione ai valori di comunità che caratterizzano i cittadini italiani, cioè di vera e propria self-selection. Non so operativamente come ciò possa compiersi, magari con veri e propri esami. Ma certo una soluzione di questo tipo è preferibile allo status quo, che finirà inevitabilmente col portare, per il solo trascorrere del tempo, alla cittadinanza di soggetti che con il nostro paese hanno assai poco in comune. Sul tema, segnalo questo editoriale di Filippo Rossi:

    http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=2308&Cat=1&I=../immagini/Foto%20D-F/destra_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=Il%20Corsivo&Codi_Cate_Arti=44

  4. Carmelo Palma ha detto:

    Scusate il ritardo, ma uno degli svantaggi della politica è che ruba un sacco di tempo a occupazioni più interessanti, tipo stare a chiacchierare con persone intelligenti su di un magazine intelligente come Libertiamo…:-)

    Ad Andrea una prima risposta l’ha data Mario ed è più che convincente. Fini mi sembra mettere radicalmente in discussione il principio “anagrafico” della cittadinanza ed è l’unico che lo fa con questa chiarezza, chiedendo di sostituire ad esso un principio di adesione che può certo essere simulato da parte del richiedente, ma è più impegnativo e compromettente (innanzitutto per i teorici di un multiculturalismo multi-comunitarista, secondo cui, ad esempio, ciascuno tratta le proprie donne come vuole, in nome dei propri valori… chi le picchia e chi le blandisce, tutto uguale e ugualmente legittimo)

    Rispetto alla competizione economica tra immigrati e stranieri, accetto i rilievi di Andrea, nel senso che sono stato un po’ sommario, per volere essere sintetico. Ci saranno giovani lavativi e altri meno, e di certo la concessione della cittadinanza rappresenterà, sopratutto per i giovani, un relativo disincentivo al lavoro. Comunque gli stranieri in Italia oggi sono poco più del 6%, costituiscono circa il 7,5% della forza lavoro, producono circa il 9% del Pil (spero di non essere impreciso, scrivo a memoria, senza potere controllare i dati) e hanno un tasso di occupazione del 67% (10 punti più degli italiani, anche perché sono mediamente più giovani e il permesso di soggiorno, almeno del capofamiglia, è legato al lavoro). Nell’ultimo anno mentre il tasso di occupazione italiana scendeva, il loro cresceva. Considerati nel complesso non sono, come si dice, dei mangiapane a tradimento.

    L’immigrazione in Italia è questa. Non un’altra. Questa. Per altro la situazione italiana è tale che i tassi di dipendenza demografica non potranno essere rimediati neppure da una immigrazione più massiccia di quella attuale. Altro che immigrati che rubano il lavoro, come dicono i leghisti, cui tu Andrea concederesti un rango “liberale”: secondo Bankitalia il tasso di dipendenza (rapporto tra over 65 e persone in età da lavoro) senza stranieri al Nord è destinato a esplodere nei prossimi 40 anni (dal 30% a quasi il 70%). Con gli stranieri migliora, ma solo di 10 punti. Finiranno per incentivare economicamente l’immigrazione, i leghisti, altro che “padroni a casa nostra”. Ma il problema è che gli immigrati non potranno essere politicamente trattati da personale di servizio.

    Quanto al resto, in estrema sintesi:
    a) un’idea comunitarista dello stato e della statualità mi sembra in sé reazionaria e storicamente assai poco italiana: quell’Italia lì, una comunità che si fa Stato, non è mai esistita in queste lande; l’Italia l’hanno fatta gli illuministi/opportunisti piemontesi e gli idealisti repubblicani, Dio renda loro gloria, anche contro “comunità” che prendevano i forconi pur di tenersi alla larga dalla corruzione modernista. L’Italia, come patria, è un progetto politico e tale è destinata a rimanere in una prospettiva integrazionista. Va bene essere contro le elite, ma senza finire nelle schiere dei sanfedisti…:-)
    b) Nel presente, la comunità degli italiani (di sangue) non esiste. E’ un pensionato destinato all’invecchiamento precoce. Gli italiani di sangue per continuare ad essere una “Italia di italiani” non ci sono oggi e non ci saranno in futuro. Forse con questo problemino bisognerebbe fare i conti per tempo. Il patriottismo costituzionale e integrazionista è una risposta. Ce ne saranno sicuramente delle altre. La retorica anti-immigratoria non è però una risposta, ma un problema nel problema.

  5. Carmelo Palma ha detto:

    Devo una risposta a Gustav.

    Panella sostiene da tempo l’opportunità di incentivare l’immigrazione “rotazionale” (uno viene, lavora per un po’, poi se ne torna dove ha le sue radici a investire il gruzzoletto). Non so bene su che base avanzi questa proposta e quindi non mi permetto di giudicarla (non la trovo sbagliata in sé, non penso che dobbiamo legare all’Italia, contro la loro volontà, gli immigrati in Italia).

    A occhio mi sembra che questo nomadismo occupazionale possa andare bene per i singoli, non per i nuclei familiari. L’idea che un ghanese dopo 10 anni di lavoro a Brescia non veda l’ora di spostare nel paesello natio il figlio che fa la terza media e la figlia che fa la terza elementare non mi convince troppo. O forse sottovaluto il richiamo delle radici.

    D’altra parte penso (anzi concordo con chi pensa) che anche per gli immigrati la famiglia sia uno stabilizzatore importante, che favorisce la loro integrazione civile.

    La cosa che mi pare oltremodo astratta è che Panella pensi di risolvere il problema dei saldi demografici (perché la gente che lavora, comunque, serve e in futuro ancora di più ne servirà) con un vai-e-vieni permanente di milioni di persone. Come se l’Italia diventasse una enorme pensione popolata di vecchi, in cui a turno si cambiano i camerieri. Non mi sembra realistico, diciamo.

  6. andrea asoni ha detto:

    Carmelo,

    potresti darmi i riferimenti ai dati sull’immigrazione in Italia? Qualche buono studio? Uno a vivere negli USA conosce i dettagli dell’immigrazione USA ma non quelli italiani. :)

    I dati che citi mi sembrano molto interessanti. Da quello che riporti sembra che a livello immigrazione siamo stati molto piu’ bravi di Francia o Svezia o solo molto fortunati (abbiamo soprattutto immigrati dell’Europa dell’est e cinesi che di solito sono “buoni” immigrati quando si tratta di lavoro e criminalita’). Magari dipende dal fatto che siamo stati molto selettivi e che la nostra politica dell’immigrazione e’ legata la lavoro piu’ che alla famiglia.

    Aggiungo solo due cose.
    1. Come anche dici tu, comparare tassi di occupazione tra una popolazione giovane e una vecchia non ha molto senso (poi dipende da come e’ fatta). La comparazione andrebbe fatta tra sezioni di popolazione comparabili.

    2. Questa storia dei tassi di dipendenza e’ un miraggio. Ovvero l’immigrazione non risolve il problema dei tassi di dipendenza ma semplicemente lo pospone di 30 anni; a meno di non pensare ad una costante netta immigrazione (di giovani). Per sempre.
    Altre soluzioni che non ricorrono ad una netta immigrazione forever, per cui sono soluzioni di lungo periodo e non semplici toppe, contemplano politiche in favore dell’aumento della fertilita’ italiana, crescita economica e della produttivita’ (se l’economia cresce cresce anche la capacita’ di finanziare onerosi sistemi di welfare), creazione di pilastri privati per quanto riguarda pensioni e sanita’.

  7. Carmelo Palma ha detto:

    I dati citati li trovi nei rapporti Bankitalia e Unioncamere linkati ai seguenti indirizzi:

    http://www.stranieriinitalia.it/statistiche-unioncamere_da_immigrati_il_9_del_pil_3768.html

    http://www.libertiamo.it/2009/08/20/bankitalia-delude-i-cultori-della-padania-immigration-free/

    Non mi permetto di segnalarti studi, perché io non “studio” questa materia, ne leggo, che è molto diverso. Io trovo interessanti i rapporti Ismu e Caritas.

    Mi permetto di dissentire sul fatto che in Italia ci sia stata una immigrazione più selettiva. Siamo stati proibizionisticamente lassisti. Teniamo basse le quote di ingresso e disincentiviamo i ricongiungimenti familiari, poi ogni tanto saniamo ex post i clandestini, che non è il massimo in quanto a selezione.

  8. andrea asoni ha detto:

    Carmelo,

    grazie. Ieri avevo guardato un po’ su internet e avevo trovato questo interessante studio della Caritas che sicuramente conoscerai (http://s2ew.caritasitaliana.it/materiali/Pubblicazioni/libri_2008/Dossier_immigrazione2008/Materiale/scheda_sintesi.pdf).

    Riporta praticamente tutte le cifre che avevi citato e qualcuna in piu’. A parte l’alto tasso di partecipazione ci sono altre cose meno lusinghiere.

    1) Gl immigrati per esempio rappresentano solo il 2.6% (secondo la Caritas, 2.9% secondo calcoli miei su dati CNEL) della popolazione universitaria. Certo non positivo se consideri che probabilmente rappresentano molto di piu’ del 6.5% della popolazione in eta’ universitaria. Sarebbe interessante sapere quanti hanno un titolo di studio del loro paese d’origine ma questi dati non sono disponibili.

    2) Gli immigrati rappresentano il 37% della popolazione carceraria (essendo il 6.5% della popolazione). Wow, poi dici che i leghisti si lamentano della criminalita’. Marocchini, algerini e tunisini rappresentano quasi il 40% dei detenuti stranieri ma solo il 12% del totale degli immigrati (dati CNEL).

    3) Gli immigrati hanno un tasso di disoccupazione superiore a quello dei nativi. Tale tasso di disoccupazione e’ alto soprattutto tra alcune comunita’ come quella marocchina (anche qui sarebbe bello vedere i dati disaggregati ma non sono disponibili. Ho mandato una mail alla caritas chissa’…)

    Riguardo a due statistiche citate ieri ci sono un po’ di ragioni per non prenderle at face value:

    1) Riguardo il tasso di partecipazione. E’ del 88% tra i maschi stranieri (e la maggior parte di questi ha tra i 18 e i 45 anni anni). Tra i maschi nativi lo stesso tasso e’ superiore al 90% secondo l’OECD. I maschi italiani non vanno cosi’ male poi ;)
    La differenza nel participation rate quindi viene dalle donne; e’ il fenomeno delle colf e delle badanti insieme al fatto che le donne italiane non lavorano.

    2) La claim secondo cui gli immigrati producono il 9% del PIL (riportata anche dallo studio caritas) mi sembra un po’ strana visti gli altri dati disponibili. Ammettiamo che gli immigrati rappresentino il 7.5% della forza lavoro (quindi siano sovrarappresentati). La caritas riporta che il loro reddito medio annuale e’ di circa 11,000 euro (900 euro al mese). Il reddito medio nazionale e’ circa 18,000. Questo implica che la quota di reddito nazionale prodotta dagli immigrati e’ circa il 4.7%, ben lontana dal 9%. Ora questi sono calcoli molto approssimati e andrebbero fatti bene con dati che non ho.
    Pero’ intuitivamente se gli immigrati rappresentassero il 7.5% della popolazione e producessero il 9% del PIL allora ogni immigrato che lavora dovrebbe produrre in media piu’ di ogni nativo che lavora. Questo non sembra essere il caso visto che hanno un reddito medio abbondantemente inferiore alla media e visto che, come dice la Caritas, sono piu’ proni a cadere in poverta’.

    Guardando i dati con piu’ attenzione non mi pare che l’immigrazione in Italia sia tutta sta manna dal cielo. Ripeto siamo, forse, messi meglio che in altri paesi europei perche’ la maggior parte della nostra immigrazione viene dall’europa (il 52%) e dall’asia (16%) e non dall’africa o medio oriente. Est europei e asiatici sono quelli che tendono ad integrarsi piu’ facilmente. Visti i dati di sopra dovremmo restringere la nostra politica immigratoria favorendo le donne dell’est europa e limitando gli uomini provenienti soprattutto dal nord africa.

    Poi scusa tenere quote basse e non permettere ricongiugimenti familiari e’ una politica di immigrazione restrittiva. Una politica di immigrazione non restrittiva e’ quella che lascia entrare cani e porci.

  9. Carmelo Palma ha detto:

    Andrea,

    della bassa scolarizzazione (che tende ad aggravarsi in rapporto agli italiani nelle nuove generazioni, cosa assai grave) ho scritto anch’io nel pezzo linkato prima. Dei tassi di criminalità, ok (ma quello dei regolari è sostanzialmente allineato a quello dei nativi). Sull’apporto al Pil, anche Unioncamere dice il 9%, francamente non so…

    Su occupazione e disoccupazione, poi, dal rapporto Nomisma preparatorio della recente Conferenza nazionale sull’immigrazione (link in fondo) emergono dati molto lusinghieri: un tasso di disoccupazione degli stranieri superiore del 3% a quello dei nativi, ma con un tasso di attività di 11 punti superiore, dati molto migliori della media UE e di quella dei grandi paesi U.E, dove il tasso di attività dei nativi è superiore a quello degli stranieri e quello di disoccupazione degli immigrati molto superiore a quello italiano. E ad accrescere il tasso di attività è la componente maschile. Peraltro Nomisma dice che gli stranieri oggi sono l’8,6% della forza lavoro…Insomma, i numeri ballano un po’.

    http://www.nomisma.it/fileadmin/User/Conf0909/Volume_Conferenza.pdf

    Però in questo quadro mi pare emergere abbastanza chiaro che l’immigrazione italiana è “migliore” e non peggiore di quella media europea e ha favorito l’offerta di lavoro dei nativi e sopratutto delle native (colf, badanti, eccetera eccetera). Il problema ora è: che farne? C’è la proposta di Fini, che per semplificare dice: “Ne facciamo degli italiani. Quello della cittadinanza e dell’integrazione civile è l’unico criterio di accordo con chi ci sta e di selezione di chi non ci sta”. Tu Andrea proponi una selezione etnico-geografica che per tante ragioni non mi pare praticabile in forma così diretta.

    La proposta della Lega è questa: “Facciamo la faccia cattiva, diciamo ‘fuori tutti’, poi ovviamente quelli che servono entrano comunque, e noi ci facciamo su la campagna elettorale e becchiamo un sacco di voti.” Geniale, ma irresponsabile sul piano del governo.

    C’è una terza via? Sì ed è questa: “Lasciamo le cose come sono, una politica cattiva fa gli immigrati buoni, se lesiniamo diritti otteniamo obbedienza dai regolari e per gli irregolari c’è il mare magnum del sommerso, chè tutto fa brodo. L’illegalità economica è il connotato costitutivo di un pezzo d’Italia, non saranno un po’ di clandestini affogati in una più generale clandestinità a cambiare le cose”. Questa è oggi la politica di governo (lo era anche con il governo Prodi, per intendersi). Lo è a tal punto che anche le famiglie italiane hanno mangiato la foglia e a differenza di 7 anni fa non hanno regolarizzato in massa le badanti e le colf, perché tanto, a non farlo, non succede niente anche se tutti, compreso il vigile urbano del quartiere, sa che c’hai in casa la domestica o la badante clandestina.

    Questo per me è scherzare col fuoco. Poi, ovviamente, posso sbagliarmi. Ma non vedo i vantaggi di continuare ad “illegalizzare” nel nome della sicurezza un paese profondamente illegale e di porre per il prossimo futuro le premesse per uno scontro politico-demografico quanto mai impari.

  10. andrea asoni ha detto:

    Carmelo,

    giusto per capirci: anche io sono per l’integrazione. Semplicemente penso che non basta dire “integrazione” per averla (anzi e’ una cosa molto difficile) e che il diavolo e’ nei dettagli.

    Per esempio diminuire da dieci a cinque anni il tempo per ottenere la cittadinanza secondo me va contro l’integrazione. Per il semplice fatto che integrazione prende tempo. Se dai la cittadinanza dopo cinque anni rischi di darla a chi non si e’ integrato. Inoltre se Fini pensa che questi nuovi cittadini voteranno per la destra secondo me si illude.

    Per esempio se vogliamo integrazione allora dobbiamo favorire immigrazione che si integra e non quella che non si integra (penso a donne vs uomini e europa vs nord-africa, cristiani vs musulmani). E non e’ cosi’ difficile farlo. Basta istituire criteri di nazionalita’ per dare permessi di soggiorno e rendere la vita veramente difficile ai clandestini. Vogliamo solo immigrati regolari, non clandestini.

    Per esempio penso che la capacita’ di integrare e’ inversamente proporzionale al numero di ingressi e al totale di immigrati nel paese. Per cui integrazione fa rima con limitazione degli ingressi.

    Per esempio non vorrei che si commettesse l’errore di dire “ah beh, siamo riusciti ad integrare 10,000 donne ucraine allora facciamo entrare 1 milione di marocchini”.

    Per esempio facciamo che il criterio fondamentale per entrare in questo paese sia avere un lavoro e non avere un cugino che lavora in italia (lavoro vs famiglia). Facciamo anche che i criteri familiari siano stretti: dopo cinque anni ti puoi portare dietro moglie e figli ma non madre, padre, fratelli o cugini. Capisco garantire all’immigrato un nucleo familiare ma non allarghiamoci.

    Ora le ultime questioni che ho proposto esulano da quello che Fini ha detto recentemente e sinceramente non so quali siano le sue idee in proposito. Magari e’ d’accordo con me al 100%. Visto che voi siete il nuovo strumento di centro-destra e in questa questione siete vicini a Fini mi e’ sembrato opportuno parlarne cosi’ per capire se il nuovo centro-destra vuole far fare all’Italia (che finora e’ stata fortunata con l’immigrazione) la fine della Svezia attraverso un’immigrazione indiscriminata.

  11. Carmelo Palma ha detto:

    Tutti caveat utili, Andrea, utilissimo discuterne!
    Ma appunto occorre discuterne, non solo fra me e te (ovviamente)…:-)

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