– Il Ministro Brunetta, nel suo intervento di Gubbio contro l’Italia della rendita, sulle politiche dell’immigrazione ha detto di essere più d’accordo con Gianfranco Fini che con i suoi avversari interni. Non ha aggiunto altro e non ha spiegato perché. Un giorno forse lo spiegherà, dando un contributo importante e, come è solito fare, “pesante” alla discussione politica del Pdl. Da parte nostra, pensiamo di condividere la posizione di Fini per una motivazione molto “brunettiana”. Che non è detto – sia chiaro – corrisponda a quella di Brunetta.
Riteniamo che in una società aperta e competitiva la cittadinanza non possa costituire una rendita, ma debba divenire un merito. La cittadinanza non può costituire un insieme di “guarentigie” o un diritto acquisito e esclusivo senza compromettere il carattere morale nazionale.
Se il lavoro “straniero” e il non-lavoro “italiano” pesano politicamente in ragione inversa al loro valore sociale, la disuguaglianza che ne deriva non è solo ingiusta, ma inefficiente. Se l’insieme di incentivi che orientano l’azione sociale, non solo dal punto di vista economico, consolida una cultura della “disuguaglianza” è difficile giustificare su di un piano culturale la ricerca di una identità civile fondata sul rispetto di diritti e doveri comuni.

Non c’è nulla di patriottico, dunque, nell’imporre l’italianità come mera “discendenza” e quindi come discriminante anagrafica, anziché come principio di unità civile e politica.  Non c’è niente di meno patriottico (nelle patrie costituzionali, s’intende, non in quelle che si identificavano con la “famiglia regnante”) che intendere la nazionalità come rendita o come appannaggio.

Se la statualità di un Paese non riflette la sua realtà concreta e l’insieme delle relazioni sociali che lo costituiscono, non consente all’intera società di riconoscersi in essa. Così si mettono semplicemente a rischio unità, stabilità e coesione. Si compromette il tentativo, già di per sè complicato, di non degradare lo Stato a mero contenitore di storie (e di Dna biologici e politici) che non si parlano, non si riconoscono e non si rispettano, e che coabitano lo spazio pubblico senza condividere nulla, per non inquinare o snaturare le rispettive identità.

Se poi la cittadinanza diventa il ridotto del privilegio, disperatamente difeso da italiani “di sangue” che vogliono impedire ai figli l’affronto di competere ad armi pari con giovani stranieri che lavorano, in media, assai più e meglio di loro, allora il segno di questo nazionalismo sarà disperatamente anti-nazionale. Una politica di questo tipo è destinata non già a promuovere e a riconoscere il merito, ma a dissipare capitale umano, potenziale economico e forza sociale. A rendere l’Italia peggiore e a premiare (per dirla con Brunetta) l’Italia peggiore.

L’insistenza sul carattere etnico-nazionale della cittadinanza peraltro non corrisponde né alla biografia né alla geografia umana dell’Italia contemporanea (e neppure, forse, alla storia italiana precedente il suo illuministico “divenire Stato”). Posto che si sia mai data questa possibilità, non è questo comunque il momento di difendere l’italianità come un polveroso titolo nobiliare trasmesso per diritto di sangue. Meglio affrontare il dossier cittadinanza con un saggio rigorismo borghese, che riconosca a chi “fa” ogni giorno l’Italia il diritto di farsi italiano.