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Guido il libertario, che ha vinto spiegando ai tedeschi che lavorare è un dovere

– Le lezioni in Germania le hanno vinte i liberali. E le hanno vinte “da liberali”. Tenendo con prudenza, ma anche con fermezza, il punto di una necessaria rottura del paradigma sociale tedesco, e offrendo alla Merkel una sponda esterna utile per disegnare una nuova prospettiva per i cristiano-democratici, almeno in parte compromessi dall’esperienza della Grande Coalizione.
Da questo punto di vista, è sicuramente vero quanto scritto da Giovanni Boggero qualche giorno fa su Libertiamo. Alle politiche tedesche il partito liberale, la FDP, ha raggiunto il risultato record di 14,6 % anche perché votato da quei cristiano-democratici che volevano archiviare l’alleanza CDU-CSU/SPD, responsabile della stagnazione economica, politica e culturale. Questi elettori non hanno però agito solo per calcolo elettorale; hanno politicamente preferito il “mercatismo” di Westerwelle al moderatismo della Merkel.

Westerwelle ha infatti saputo trasformare la FDP, nella percezione dei tedeschi, da partito del capitale e delle corporazioni (in Germania forti quasi quanto in Italia) a partito difensore del cittadino medio dalle tasse e dall’invadenza burocratica. Da partito del freddo calcolo economico a partito del calore dell’iniziativa individuale contro l’impersonale e a tratti disumana macchina statale tedesca.
Sicuramente la Germania in questi ultimi decenni non è stata regolata da un sistema politico-economico improntato al “liberismo selvaggio”. Insieme alla più efficiente copertura sanitaria universale dei grandi paesi del mondo, il sussidio di disoccupazione Hartz IV garantisce a chiunque di vivacchiare in condizioni decenti senza dover alzare un dito. Proprio per questo uno degli slogan di Westerwelle durante la scorsa campagna elettorale (“Lavorare deve tornare ad essere conveniente”) puntava il dito verso un nuovo ceto sociale tedesco di “disoccupati di professione”, che considerano il lavoro un diritto sociale ma evidentemente non un dovere individuale.

Se è vero che per la stragrande maggioranza dei tedeschi non la libertà individuale, ma la cosiddetta giustizia sociale (Soziale Gerechtigkeit) è il sommo valore politico, molti contribuenti cominciano a paventare che il rousseauviano sfruttamento del forte sul debole si stia in Germania paradossalmente trasformando in uno sfruttamento del debole sul forte. È per questo che nella FDP alla Soziale Gerechtigkeit si è contrapposta la Leistungs-Gerechtigkeit, ovvero la giustizia basata sui risultati e sulla produttività. Non quindi “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, come raccomandava l’ideologia marxista, bensì “a ciascuno secondo la sua buona volontà”, come ci insegna la ragionevolezza.

Westerwelle ha anche saputo cambiare la propria immagine personale, mostrandosi meno ironico e salace (sul modello dei conservatori inglesi), meno esuberante e sicuro di vincere (sull’esempio dei politici americani), più severo e composto. Ha definitivamente accettato il fatto che il liberalismo all’anglo-sassone non potrà mai essere importato in Germania, neanche nei toni, visto che l’ironia viene troppo spesso confusa con lo sprezzo o interpretata come mancanza di serietà personale, e nulla conferisce più autorevolezza ad un oratore che un tono di vaga indignazione. Ma non ha per questo rinunciato a marcare un’effettiva differenza liberale sui temi economici, a partire dalla questione fiscale, su cui ha attenuato le sue proposte storiche, ma non ha affatto mollato la presa.

Non bisogna però fare l’errore di attribuire il successo di Westerwelle solamente al suo pragmatismo e alla concretezza sui temi economici e sociali, ignorando invece il suo grande slancio ideale sui temi etici e civili, che hanno permesso alla FDP di combattere alla pari con il suo naturale concorrente libertario: il partito dei verdi.
Sono infatti principalmente i liberali e i verdi tedeschi a propugnare e testimoniare con insistenza il valore più importante per un liberale nel metodo: la tolleranza. È grazie a loro se la società tedesca ha trovato proprio sui temi civili ed etici uno straordinario equilibrio normativo e culturale in un fertile dialogo tra cattolici, protestanti, musulmani (in Germania svariati milioni) agnostici e atei. È grazie a loro se i toni su questi temi rimangono sempre bassi, se non c’è paura o odio verso chi ha concezioni morali o modelli comportamentali diversi da quelli prevalenti e se non si usano i temi etici come strumento di potere per assicurarsi il consenso delle gerarchie religiose, che per altro in Germania, sia da parte cattolica che da parte protestante, non sembrano condividere l’oltranzismo della Curia romana e della Conferenza episcopale italiana.

Si tratta di un equilibrio pragmatico e di buon senso, come ho fatto notare qualche mese fa proprio su Libertiamo, parlando del disegno di legge sul fine vita dei cristiano-democratici tedeschi sottoscritta dalla cancelliera Merkel. Un equilibrio non-ideologico, non dogmatico, non oppressivo verso alcuno, frutto del dialogo, dell’empatia cristiana e del ragionamento illuminista. Guido Westerwelle in particolare, gay dichiarato, testimonia in prima persona con il suo rapporto stabile, ordinariamente “monogamo”, che gli omosessuali non sono un problema sociale né le vittime, colpevoli o incolpevoli, di un male morale irredimibile o di un conflitto interiore irrisolvibile. Anzi, per ironia della sorte, è toccato a questo gay libertario, che ama divertirsi e a cui non piace nascondersi, richiamare la Germania al dovere del lavoro, dell’impegno individuale e del rischio personale.

Ci vorrebbero più liberali come Guido Westerwelle anche in Italia, ma soprattutto più cittadini educati a ragionare con la propria testa, al senso critico. Forse è per questo che la promessa politica più importante dei liberali tedeschi è stata quella di aumentare ulteriormente i già alti investimenti nell’istruzione: solo cittadini intelligenti possono scegliere rappresentanti intelligenti.


Autore: Paolo Di Muccio

- 37 anni, laureato a Heidelberg e ricercatore in logica matematica. Cristiano, individualista, libertario, pragmatico. Appassionato di epistemologia, liberalismo classico e libertarismo. Iscritto al vecchio PLI, ha scritto per l'Opinione.

6 Responses to “Guido il libertario, che ha vinto spiegando ai tedeschi che lavorare è un dovere”

  1. Massimo Preitano ha detto:

    Purtroppo non esiste più una formazione di questo tipo nel nostro paese. Forse i radicali dei primi anni Duemila potevano autorevolmente candidarsi ad assumerne la guida, ma così non è stato per molti motivi. Molto, di sicuro, ha pesato l’improvviso rigurgito di realismo politico sfociato in una incondizionata adesione al modello bipolare (che in Italia continua ad essere una deforme caricatura di quello anglosassone). E così tra buoni a nulla/capaci di tutto, sangue e merda, decisionismo.net si è disperso questo piccolo patrimonio.

  2. Claudio Saragozza ha detto:

    Caro Paolo, condivido tutto. Mi resta solo l’amarezza e la consapevolezza che in Italia non esistono molti Liberali con la E finale quelli che al salotto ed ai club autoreferenziali preferiscono appassionarsi alle nuove sfide ,non esistono i liberali del door to door ,non esistono i liberali coraggiosi come i nostri padri nobili,non esistono i liberali umili e modesti ma solo quelli boriosi e snob.Insomma esistono solo i Liberal che continuano a scimmiettare (male),i Radicali,i socialisti,i cattocomunsiti,ingabbiandosi come dei Parrucconi che ancora non hanno capito il rischio Islam (tanto per fare un esempio),perchè naftalicamente fermi solo all’anticlericalismo. Ci vorrebbe un vero Update e solo dopo aver cambiato la macchina del PLi iniziare a fare poltica seria.
    L’FDP partiva da un 9% , noi in Italia con un 0,9%;c’è una grande differenza. Gli uomini ci sono,le idee pure..ma manca il cuore.Manca la struttura e soprattutto manca il coraggio di lavorare politicamente.

  3. Stefano ha detto:

    Spero che da buoni liberali investano sull’istruzione libera e non troppo su quella di Stato… Ma anche se facessero il resto sarebbe già tanto!
    Non sono invece propenso a considerare l’equazione istruzione=intelligenza, quanto piuttosto istruzione=conoscenza (se l’istruzione, ovviamente, non è dogmatica), altrimenti tutti quelli che studiano diventerebbero automaticamente intelligenti. Diciamo semplicemente che avrebbero più “armi” per giudicare i candidati.

  4. daria veronesi ha detto:

    Un bellissimo ritratto, un pezzo d’amore per la Germania, di passione per la politica, scritto proprio bene. Grazie!

  5. DM ha detto:

    Ottimo pezzo, grazie per le informazioni!

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  1. […] i liberali, notizia che come tutti ben sappiamo riesce in Italia a rendere felici solo i soci di Libertiamo. Il problema di fondo è che i partiti affiliati all’ELDR non riescono ad infondermi fiducia, […]