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Per superare la cesura tra Nord e Sud, una riforma dell’università meno accademica

– Gli Atenei del Nord sarebbero più virtuosi ed efficienti di quelli del Sud del paese. E’ quanto emerge da una classifica elaborata dal Ministero dell’Istruzione sulla base della quale, da quest’anno, verrà distribuita una parte (il 7 per cento) del Fondo di Finanziamento Ordinario per le Università (FFO). Le Università più efficienti, dunque, dovrebbero ricevere più soldi di quelle meno attente a qualità dell’offerta formativa e ricerca, e, a quanto emerge dalla classifica stilata sulla base dei criteri di merito definiti dagli esperti del ministero, essa premia le strutture universitarie del Nord, piazzando al primo posto l’Università di Trento, seguita dai Politecnici di Torino e Milano, con le università meridionali molto staccate in classifica e quasi tutte relegate agli ultimi posti. Nei giorni scorsi, però, il rettore dell’ateneo parmense, Gino Ferretti, ha reso nota una classifica alternativa ottenuta sulla base dell’applicazione rigorosa dei criteri ministeriali senza aggiustamenti contabili. Risultato: prima l’università di Bologna, seguita da “La Sapienza” di Roma (42esima nella classifica ufficiale del ministero), con recuperi portentosi della Federico II di Napoli (dal 48esimo al quinto posto) e, delle università di Bari (da 39esima a dodicesima), Catania (da 38esima a tredicesima) e Palermo (da 52esima a sedicesima). La questione ha poco a che vedere con l’aspirazione al prestigio scientifico. In ballo c’è la distribuzione di 523,5 milioni di euro, pari al 7 per cento del FFO che lo Stato assegnerà al sistema universitario italiano nel 2009. L’innovazione, di per sé positiva perché volta ad iniettare un minimo di concorrenza e meritocrazia nel sistema ingessato dell’alta istruzione italiana, è stata introdotta lo scorso anno con il decreto legge 180/2008. In sostanza, senza nulla aggiungere al Fondo di Finanziamento Ordinario previsto per quest’anno, la classifica ha determinato la direzione da seguire nella redistribuzione del sette per cento delle risorse esistenti, che si è risolto in un premio di sette milioni e mezzo per il Politecnico di Milano, sei milioni per Bologna, Genova e Trento, e in una contrazione dei finanziamenti, ad esempio, per La Sapienza (-6,8 milioni), Messina (-6,1 milioni), Napoli (-2,8 milioni), che adesso chiedono chiarezza sul modo di applicazione dei parametri di valutazione.
La questione, che minaccia di scoppiare in tutta la sua virulenza di qui a qualche settimana, dimostra come, per quanto sia positiva l’innovazione degli incentivi e delle sanzioni, non sarà mai possibile mettere tutti d’accordo sull’obiettività di criteri che rischiano di diventare opinabili una volta concretizzati. Tra questi, ad esempio, v’è quello del numero di studenti del secondo anno che hanno acquisito almeno 40 dei 60 CFU previsti e quello della percentuale di laureati occupati a distanza di tre anni. Il primo sarebbe manipolabile attraverso un atteggiamento morbido da parte dei docenti che decidessero di non fare selezione promuovendo tutti o quasi al fine di incrementare il numero degli studenti in possesso dei crediti considerati; il secondo criterio, quello del placement, non terrebbe nel debito conto l’incidenza delle diverse realtà occupazionali del Paese (“Che senso ha valutare la qualità calcolando quanti laureati trovano lavoro senza considerare il contesto territoriale? Ci sono realtà in cui la disoccupazione è al due per cento, altre dove è al venti”, Corrado Petrocelli, rettore dell’Università di Bari).
L’unica via oggettiva di riforma dell’università italiana passa, ed è una storia vecchia, dalla privatizzazione degli Atenei. Lo Stato italiano farebbe meglio a spendere i soldi dei contribuenti in assegni e voucher agli studenti meritevoli e privi di mezzi. D’altronde, la nostra Costituzione, ai comma terzo e quarto dell’articolo 34 prevede:
“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”.
Il che non vuole assolutamente dire che lo Stato debba erogare in maniera diretta la formazione universitaria attraverso atenei pubblici. Un sistema di università totalmente private sarebbe non solo compatibile con la costituzione e i principi del nostro ordinamento giuridico, ma anzi la interpreterebbe nel senso forse più autentico. I voucher formativi (o buoni studio o borse, chiamatele come vi pare) per gli studenti bravi ma privi delle risorse finanziarie per sopportare le rette richieste dalle università sarebbero anche molto più equi da un punto di vista fiscale, scaricando più costi sui ricchi (che potrebbero permettersi di pagare per intero l’istruzione accademica dei propri figli), concentrando, per converso, le risorse pubbliche sui meno abbienti. Tanto più che il sistema di tasse universitarie oggi in vigore appare regressivo, perché esse incidono in maniera più pesante sui redditi bassi che su quelli alti (es. nella mia università la prima fascia, che comprende i redditi fino a 8071 euro l’anno, paga 320 euro di tasse totali, con un’aliquota pari al 4 per cento circa; la sedicesima, che raccoglie i redditi superiori ai 35000 euro l’anno, paga 1085 euro di tasse l’anno, per un’aliquota del 3,1 per cento circa che decresce quanto più il reddito dichiarato si allontana dalla soglia base dei 35000 euro). Senza considerare che esse non coprono il costo del servizio, che infatti viene finanziato attraverso la fiscalità generale (con le imposte pagate in massima parte da lavoratori dipendenti che non riescono a sfuggire al fisco a causa del meccanismo delle ritenute alla fonte).
Dati consolidati al 2005 (fonte OECD) ci attestano che l’Italia spende in istruzione universitaria 8026 dollari per studente, molto meno di Francia (10995$), Danimarca (14959$), Spagna (10089$), UK(13506$). Gli Stati Uniti, il cui sistema universitario privato agita i sonni di tanti miei colleghi indottrinati di un egualitarismo pavido e conservatore, sono anche il Paese che spende di più per ogni studente (24370$). E c’è da crederci. Le borse di studio americane sono veri e propri biglietti per l’ascensione sociale, se si pensa che il figlio di un immigrato kenyota è riuscito prima a studiare ad Harvard e poi a diventare presidente.
La concorrenza tra atenei privati sbloccherebbe anche il mercato dei docenti. Le Università farebbero a gara per accaparrarsi i migliori e per competere con le altre ai più alti livelli di efficienza e di qualità. Sarebbero le scelte degli studenti a determinare quali sono le università migliori, e non dei parametri artificiali imposti dall’alto. Inoltre, s’indurrebbe un processo di razionalizzazione dell’offerta universitaria tale da eliminare gli atenei in soprannumero (oggi in totale sono 87), concentrandoli nei centri maggiori. Crescerebbe anche il tasso di mobilità sociale degli studenti, spezzando la spirale del localismo e del familismo che strozza il processo di autodeterminazione dei giovani, sempre più restii ad abbandonare le mura domestiche prima dei 40 anni.
In conclusione, l’Italia dovrebbe spendere per l’università di più e meglio. Ma, soprattutto, sarebbe opportuno rilanciare il Paese su una prospettiva di riforma più radicale, allontanando il dibattito pubblico interno dalla tentazione di cadere in inutili polemiche di matrice campanilistica.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

4 Responses to “Per superare la cesura tra Nord e Sud, una riforma dell’università meno accademica”

  1. Ignazio scrive:

    Sono d’accordo, praticamente in tutto, con l’autore dell’articolo. Vorrei aggiungere che oltre alla privatizzazione degli atenei, per mettere ulteriormente in competizione le università e sbloccare il mercato dei professori, sarebbe opportuno abolire il valore legale dei titoli di studio. In questo modo gli studenti sceglierebbero le università capaci di dare una migliore preparazione, e quindi di conferire una laurea più appetibile dal mercato del lavoro.

    Saluti

  2. Fabrizia Giribaldi scrive:

    Tante parole vengono dette sull’università ma nssuno parla mai di quella marea di pelandroni dei fuori corso che intasano le università e che solo in rarissimi casi lo sono per motivi obiettivi mentre per lo più lo sono perchè invece di studiare fanno altro, magari sì lavorano (e in nero) ma non tanto per mantenersi al mondo quanto per mantenersi vizi e stravizi.
    Io i fuori corso li penalizzerei con tasse scolastiche salatissime, a meno che non dimostrino la loro obiettiva impossibilità a stare dietro al regolare corso di studi.
    Così facendo risolveremmo anche il problema dei tanti laureati tardivi (in genere di ignoranza stratosferica) che rifiutano lavori semplici perchè laureati.
    Ovviamente anche l’abolizione del valore legale dei titoli di studio darebbe una mano in questo senso.
    Saluti

  3. Lucio scrive:

    I laureati fuori corso sono figli dell’università pubblica. Non pagandola, non sentono nè la responsabilità individuale di concludere il proprio percorso di studi nei tempi previsti, nè quella sociale di non dilapidare le risorse che il fisco (quindi tutti noi) spende per tenerli a vegetare improduttivi nelle aule accademiche.

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