– I primi due scudi fiscali (2001-2003) permisero di riportare in Italia circa 80 miliardi, ma l’entità dei capitali italiani ancora su conti offshore è molto maggiore, secondo alcuni stimabile in circa 500 miliardi di euro. Si tratta di uno stock enorme: riportarne nel nostro paese una frazione è obiettivo difficilmente contestabile. Con lo scudo 2009, si punta a far rientrare fino a 100 miliardi. L’obiettivo di far rimpatriare i capitali italiani riparati nei paradisi fiscali non è di per sé scandaloso. Va affrontato pragmaticamente: i paradisi fiscali non vanno “condannati” (fanno competizione fiscale e contribuiscono a tenere le tasse più basse in tutto il mondo) e, di fronte ad essi, lo Stato italiano fa bene a individuare strumenti alternativi di competizione.Su lavoce.info abbiamo letto:

(…) vale la pena ricordare che i precedenti scudi fiscali tendevano a recuperare capitali fuggitivi per paura di una svalutazione dell’euro. Questo terzo scudo fiscale è dedicato a capitali che hanno cercato, con successo, soprattutto di sottrarsi all’imposizione fiscale.

Per Mario Centorrino, autore dell’articolo, si tratta di un inciso in un ragionamento più ampio (che invitiamo a leggere: bisogna tenere alta la guardia sui capitali che rientrano, fare in modo che essi s’incanalino tutti nell’economia legale ed evitare che una parte di essi finisca per alimentare circuiti illeciti), ma la sua considerazione ci consente qualche riflessione. Anzitutto, in un Paese in cui la pressione fiscale è così alta, l’incentivo a sfuggire al fisco è altrettanto elevato. Si dice: la fuga dei capitali all’estero, come ogni forma di evasione, contribuisce a rendere la pressione tanto elevata. Certo, il tipico argomento “di sinistra” ha il suo fondamento, ma è probabile che anche la relazione inversa abbia il suo valore: le tasse elevate rendono l’Italia poco competitiva rispetto ai paradisi fiscali.
Lo scudo fiscale 2009 punta a far rientrare circa un quinto dei capitali all’estero: perché lo stock non riprenda a crescere tra qualche anno, è importante ragionare sulla necessità di vera riduzione della pressione fiscale. Passata la fase più acuta della crisi, è bene che il Governo si ponga quest’obiettivo.
Ancora, per fare rientrare una somma così ingente, lo scudo ha da essere particolarmente “attraente”. Le politiche pubbliche sono sistemi di incentivi: il gravame fiscale italiana è un forte incentivo all’evasione fiscale; ci vuole un incentivo altrettanto robusto per promuovere un certo comportamento (in questo caso il rientro dei capitali). Ed ecco perché l’aliquota del 5 per cento non deve far gridare allo scandalo.

Sull’inclusione del falso in bilancio tra i reati protetti dallo scudo: bisogna far rientrare i fondi o fare solo accademia? Se c’è da competere con i paradisi fiscali, lo si deve fare con le loro armi.

Un’ultima riflessione sul lasso temporale molto ridotto (fino al 15 dicembre) per aderire allo scudo. Qualcuno ha detto: Tremonti vuol fare cassa. E meno male, diciamo noi: con lo scudo si troveranno risorse per una manovra di politica economica anti-crisi, senza aumentare le tasse. In più, a chi scrive pare che il lasso di tempo così ridotto permetterà di evitare gli “attendismi” cui qualche investitore potrebbe essere tentato, magari sperando in un “rilancio” delle banche estere presso cui oggi sono conservati i capitali.