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In Afghanistan, McChrystal rispolvera i manuali di counter-insurgency

– Lunedì scorso il Washington Post ha pubblicato amplissimi stralci del rapporto preparato dal  Comandante delle missioni ISAF (International Security Assistance Force) e USFOR-A (US Forces Afghanistan), Generale Stanley McChrystal, il primo da quando si è insediato nel paese il 15 giugno scorso. Il rapporto, datato 30 agosto, ha suscitato un ampio dibattito negli Stati Uniti e sarà ovviamente uno dei documenti chiave alla base della futura strategia degli USA e della NATO in Afghanistan. E’ importante sottolineare come la pubblicazione del rapporto sia tutt’altro che fortuita, come sempre accade in casi simili: le raccomandazioni di McChrystal – soprattutto in materia di aumento delle truppe USA sul campo – sono politicamente controverse per l’amministrazione Obama e per i Democratici nel Congresso. Dunque il fatto che il documento sia stato fatto trapelare appare un chiaro tentativo di forzare la mano del Presidente e del suo staff, al fine di accelerare un processo decisionale che finora è rimasto sostanzialmente fermo (come ricordato, il rapporto è stato trasmesso ai vertici politici americani quasi un mese fa).
Fonti riportate dal sito ForeignPolicy.com suggeriscono che il leak sia stato orchestrato dallo staff dello stesso McChrystal, il quale non avrebbe nascosto la sua frustrazione di fronte alle cautele di Obama e di una delle figure sempre più centrali della politica di difesa USA: il sottosegretario alla difesa Michèle Flournoy. Proprio la Flournoy ha rilasciato un’intervista martedì scorso, in cui ha tentato di ridimensionare la rilevanza del rapporto McChrystal, affermando che si tratta di “un input, un input molto importante, in una discussione più ampia che il presidente sta avendo su cosa fare in Afghanistan”. Secondo il sottosegretario, una decisione finale sull’incremento di risorse (cioè di truppe) non è imminente, e i media non dovrebbero enfatizzare eccessivamente il ruolo di McChrystal. In serata, il segretario di Stato Hillary Clinton ha sostanzialmente ripetuto le parole della Flournoy, aggiungendo stizzita che “ci sono altri assessment di analisti militari molto esperti che si sono occupati di counter-insurgency che dicono l’esatto opposto” di McChrystal. Infine, il Vice Presidente Biden e diversi Democratici nel Congresso suggeriscono un radicale ripensamento della strategia USA in Afghanistan, che punti tutto su operazioni di contro-terrorismo limitate ad al Qaeda e che non richiedano alcun surge. Apparentemente, l’amministrazione vuole evitare ciò che accadde per l’Iraq con il generale David Petraeus nel 2007, quando la strategia da lui elaborata fu appoggiata da molti nel Congresso e portò ad un anomalo superamento delle rilevanti perplessità esistenti tra i vertici militari USA. Il fatto che Petraeus abbia ottenuto risultati positivi in Iraq non rende meno preoccupante, dal punto di vista dei rapporti tra civili e militari, lo scavalcamento delle gerarchie che avvenne a suo tempo.

In breve, la pubblicazione del rapporto McChrystal ha sollevato un polverone politico che ha ben poco a che fare con le necessità della strategia militare sul campo, e molto con le oggettive difficoltà dell’amministrazione Obama, stretta tra le proteste contro la riforma sanitaria e un consenso popolare nei confronti dell’impegno afgano che si è ridotto notevolmente negli ultimi mesi. Tanto più che fino a gennaio non ci sarebbero truppe impiegabili per un surge afgano. Per ora, è probabilmente più utile analizzare in dettaglio le idee avanzate da McChrystal nel suo assessment, e cercare di comprenderne le implicazioni sul piano operativo.

Nel suo insieme, il rapporto rappresenta una totale revisione della strategia attuata finora dagli USA e dalla NATO. Tre i punti iniziali: la situazione sul terreno è andata deteriorandosi molto seriamente negli ultimi mesi; la strategia esistente va corretta ripartendo dai principi base; nonostante ciò, il successo è ancora possibile in Afghanistan, ma non sarà raggiunto semplicemente raddoppiando gli sforzi attuali. Sebbene l’interesse dei media sia comprensibilmente concentrato su un aumento delle truppe (i numeri non compaiono mai nel rapporto, ma diverse fonti indicano una cifra tra i 20.000 e i 40.000 uomini), McChrystal è esplicito nel dire che “l’attenzione alle risorse e agli uomini necessari manca interamente la questione.” Il punto centrale è piuttosto quello di realizzare “un significativo cambiamento della nostra strategia e del modo in cui pensiamo e operiamo”.

McChrystal e il suo staff vogliono innanzitutto un “back to basics”, un ripensamento dell’intera operazione in tutti i suoi aspetti: dagli obiettivi da raggiungere, ai mezzi da impiegare, allo stesso modo di pensare dei soldati sul terreno. In questo il rapporto evidenzia la necessità di riprendere in mano i manuali di counter-insurgency (COIN), fondati sui principi proposti in primis (perlomeno in età contemporanea) dal colonnello francese David Galula durante la guerra d’Algeria. Nelle operazioni COIN, l’obiettivo non può essere il controllo del territorio, né l’annientamento degli insorti: l’obiettivo deve essere la popolazione, e più precisamente si tratta di convincere gli afgani che gli insorti non prevarranno. Questo obiettivo va perseguito in modo coerente e con forte sinergia da tutte le componenti in gioco (governo locale, forze armate afgane e della coalizione).

Per McChrystal, la guerra in Afghanistan è certamente una “guerra d’idee”, ma a tale considerazione va aggiunta la consapevolezza che la percezione della popolazione (e degli insorti) è sensibile alle reali azioni sul campo degli eserciti alleati e di quello afgano. Semplificando: per convincere la popolazione a credere nella sconfitta talebana e a supportare attivamente gli sforzi del governo e di ISAF, quelle stesse truppe devono mostrarsi “sicure” del loro successo. Come fare? Qualche esempio: i soldati non devono restare chiusi nelle loro basi, non devono muoversi con il dito sul grilletto, non devono indossare giubbotti antiproiettile quando non ve ne sia reale bisogno. L’idea di fondo è che se le forze della coalizione in primis mostrano di avere paura, non si può pretendere che la popolazione sia più coraggiosa di loro e sfidi apertamente i Talebani. A questo cambiamento di atteggiamento verso la popolazione va corrisposta anche una continuità operativa che finora è mancata. I Talebani non sono in guerra solo 5 mesi all’anno, quando le condizioni meteorologiche permettono loro di scendere nelle vallate e attaccare le forze ISAF e la popolazione civile. Anche quando il numero di attentati cala, nei mesi invernali, la capacità di imporre un governo locale, di amministrare la giustizia e perfino di riscuotere tasse rappresenta per gli afgani il segno più evidente della forza degli insorti. E’ proprio questa percezione che va modificata con un impegno costante della coalizione, a cui va affiancato un significativo aumento del numero di militari afgani, dai circa 100.000 attuali a 134.000 entro ottobre 2010.

Il rapporto McChrystal dimostra come non solo il generale, ma tutto il suo staff abbiano una forte consapevolezza delle complessità dell’Afghanistan. Tale consapevolezza è certamente mancata finora, anche riguardo alle importanti differenze (e quindi potenziali rivalità) tra i gruppi di insorti. Su questo particolare aspetto, il rapporto afferma che “insurrezioni di questa natura si concludono tipicamente attraverso la combinazione di operazioni militari e sforzi politici che conducano a un certo grado di riconciliazione con alcuni degli insorti”. Esiste tuttavia una differenza qualitativa tra riconciliazione con una parte della guerriglia (che dev’essere decisa e condotta dal governo afghano, a cui ISAF può solo offrire collaborazione in tal senso) e reintegro degli elementi di secondo piano che ne fanno parte. Nel secondo caso, l’obiettivo è quello di offrire alla “truppa” talebana una terza alternativa – il reintegro – oltre a quelle di combattere o fuggire. Per ottenere risultati concreti è però necessario dare maggiore autonomia decisionale ai comandanti sul campo, in modo che possano offrire incentivi (sia economici che di protezione) ai potenziali disertori della guerriglia.
E’ significativo il fatto che il rapporto dedichi non molto spazio agli Stati confinanti (Iran e Pakistan), sottolineando come soprattutto il ruolo iraniano sia stato finora ambiguo: se è vero che Teheran coopera col governo afgano, al tempo stesso supporta attivamente alcuni elementi della guerriglia talebana. Inoltre, il crescente peso dell’Iran nelle vicende afghane non è visto di buon occhio in Pakistan, la cui reazione destabilizza ulteriormente gli equilibri afghani. La stabilità dello stesso Pakistan è ovviamente essenziale per un successo in Afghanistan. Il supporto diretto dei talebani pakistani a quelli afghani è naturalmente il problema principale, a cui si aggiunge l’appoggio di elementi dell’ISI (i servizi segreti di Islamabad). Ciononostante, l’insurrezione in Afghanistan è principalmente di natura interna, e l’implementazione di una strategia COIN centrata sulla popolazione è il miglior modo per ridurre l’efficacia delle interferenze esterne. Un rapido cenno viene fatto anche nei riguardi della Russia e dell’India. Nel primo caso, si nota come la dipendenza logistica di ISAF nei confronti dei paesi ex-URSS, e quindi della Russia, offre a quest’ultima una preoccupante capacità di influire in positivo o in negativo sulle possibilità di successo della missione. Il caso dell’India (che meriterebbe uno specifico approfondimento) è altrettanto controverso: se gli aiuti allo sviluppo offerti da Nuova Delhi vanno a tutto vantaggio della popolazione afghana, la percezione che il governo di Kabul sia pro-indiano dà ulteriori motivi al Pakistan di mantenere buoni rapporti con i Talebani.

In conclusione, il cambiamento di strategia proposto da McChrystal è un segnale di forte discontinuità rispetto al passato. In retrospettiva, c’è da chiedersi perché in otto anni di guerra non sia stato possibile implementare un’operazione di counter-insurgency come quella proposta oggi dall’attuale Comandante dell’ISAF. In ogni caso, le forze armate USA sembrano aver re-imparato la lezione che avevano a caro prezzo appreso in passato (si pensi al Vietnam), efficacemente riassunta all’epoca (era il 1969) dalla frase di Kissinger “la guerriglia vince se non perde, l’esercito convenzionale perde se non vince”. Tuttavia, per tentare di ottenere un successo in Afghanistan è indispensabile la risolutezza della leadership politica USA, la quale appare oggi meno scontata di quanto si pensasse solo poche settimane fa, allorché Obama definì quella afghana una “war of necessity”. D’altra parte, Obama ha sicuramente una ottima ragione per essere cauto: le recenti elezioni in Afghanistan sono state, com’era prevedibile, tutt’altro che “free and fair”. Il rischio concreto per il Presidente è quello di esporsi appoggiando Karzai – un leader già profondamente delegittimato – senza spingere per un qualche compromesso con i candidati sconfitti, in particolare l’ex Ministro degli Esteri Abdullah Abdullah. Se ottenere l’appoggio della popolazione dev’essere l’obiettivo della coalizione, è cruciale in questo momento evitare di compromettere ulteriormente la credibilità del processo politico in atto nel paese con una scelta sbagliata.

ISRIA is an information analysis and global intelligence company and network whose website www.isria.com is a world leading provider of geopolitical and diplomatic information. Analysts, diplomats and policymakers subscribe to its online service for their daily global and strategic monitoring.


Autore: Carlo Alberto Cuoco

Laureato in Scienze internazionali e diplomatiche presso la Facoltà di Scienze Politiche “Roberto Ruffilli” di Forlì (Università di Bologna) con una tesi sulla Rivoluzione negli Affari Militari. E’ intern presso ISRIA (www.isria.com), compagnia di information analysis e global intelligence leader nel settore della consulenza ad analisti di intelligence, diplomatici e policy-makers.

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