– In questi giorni le cronache americane ed italiane ci rivelano che in entrambi i Paesi si è riacceso il dibattito riguardo alla guerra “giusta” in Afghanistan, arenata in un pericoloso stallo che favorisce i talebani, più attrezzati per un lungo conflitto.
Ma cosa accadrebbe negli USA se si lasciasse l’Afghanistan, come vuole il fior fiore dell’intellettualismo liberal-pacifista e qualche isolato repubblicano memore della tradizione isolazionista del partito? Quali sarebbero le conseguenze di una ritirata in stile Vietnam?

Innanzitutto, va detto che, prima che sull’Afghanistan, questo refrain, con una forza mille volte più grande – alla Casa Bianca c’era ancora “il cattivo” Bush – ha costituito la posizione con cui il partito democratico, compreso Obama, ha votato contro i rifinanziamenti per la guerra in Iraq, prima e durante il surge. Prima che il Generale Petraeus dimostrasse loro che si sbagliavano, in molti pensavano che in Iraq non si potesse trovare una soluzione vincente. Il leader democratico in Senato Harry Reid lo disse chiaramente, la guerra in Iraq era persa: ma si sbagliava. Il nostro parere è che oggi gli stessi che vogliono il ritiro delle truppe non siano pronti ad affrontare ed accettare ciò che succederebbe in seguito, e non sarebbe la prima volta.

Se il Vietnam è il paragone col quale confrontarsi, allora è bene ricordare cosa avvenne lì dopo che gli americani se ne andarono. Se il fronte pacifista smise di organizzare sit-in di fronte alle ambasciate, se la parola Vietnam sparì dai titoli dei media felici di aver contribuito ad umiliare gli Stati Uniti, ai vietnamiti del sud capitò di finire nel peggiore incubo possibile. La stessa cosa succederebbe agli afgani. A lungo il pacifismo da battaglia ha mugolato che gli americani si sono meritati l’11 settembre per aver abbandonato l’Afghanistan dopo averlo armato contro i russi: ma questo è esattamente quello che vuole oggi il fronte del ritiro, gli stessi che (dimenticando che c’era una risoluzione ONU da rispettare) criticarono Bush padre di aver fatto l’errore  per non essere arrivati fino a Baghdad, dopo aver liberato il Kuwait. Ai cittadini afgani che sono andati a votare mostrando orgogliosi la testimonianza marchiata con l’inchiostro sulle loro dita, alle donne che si stanno ribellando alle sevizie talebane, ai ragazzi che hanno scommesso a costo della loro vita sulla pur lenta rinascita del loro Paese, che messaggio darebbe un’America che di colpo li lasciasse nelle mani dei loro aguzzini? Quanti oggi piangono la morte dei civili innocenti, farebbero lo stesso dopo, con statistiche dieci volte maggiori? Noi siamo certi di no, il Vietnam insegna.

Negli Stati Uniti si correrebbe seriamente il rischio di un ritorno ad avvenimenti bui che gli americani si sono lasciati alle spalle: i campi di detenzione dove furono rinchiusi i cittadini americani di origine giapponese dopo Pearl Harbor; il trattamento da “aliens” per i nostri connazionali colpevoli di venire dal paese di Mussolini, nonostante in quel momento Fiorello La Guardia fosse sindaco di New York. Una volta ritirate le truppe, i talebani riprenderebbero il potere massacrando chi si è schierato contro di loro e penserebbero ad una sola cosa: come farla pagare agli americani. Il clima del “ci colpiranno a casa nostra, non sappiamo solo quando e dove” influenzerebbe nuovamente la vita di tutti i giorni negli Stati Uniti. Le Ambasciate ed i compound con le truppe statunitensi nel mondo dovrebbero triplicare le misure di sicurezza, con scorno dei cittadini del posto che riprenderebbero ad odiare la bandiera a stelle e strisce. I luoghi dove gli americani vanno in vacanza si svuoterebbero. Le frontiere soffrirebbero nuove restrizioni, gli scambi delle merci si farebbero più ardui, i rapporti diplomatici si raffredderebbero. Se è vivo, Bin laden riapparirebbe in video e riaprirebbe ferite oggi chiuse nel cuore di tutti gli americani. Il Pakistan e la sua bomba atomica sarebbe nel mirino di questa gente, con convinzione e mezzi che oggi non hanno, perché impegnati in un’altra battaglia.

Il Presidente Obama si vedrebbe costretto a rafforzare la sicurezza contro un nemico invisibile, fra la gente tutti i giorni. Non pochi cittadini americani ricomincerebbero comprensibilmente ad osservare gli arabi ed i musulmani con sospetto; da parte di frange estremiste comincerebbero a circolare idee ed azioni razziste contro la comunità musulmana americana. La situazione rischierebbe di esplodere facilmente in seguito all’accensione di una miccia (come ad esempio l’arresto, avvenuto pochi giorni fa, di tre statunitensi di origine afgana sospettati di preparare un attentato a New York, che oggi non ha innescato alcuna reazione a catena) e per prevenire i rischi Obama si vedrebbe costretto a rafforzare decisamente il patriot act per un periodo indeterminato, perché si rafforzerebbe in alcuni la sensazione che l’unico modo per stare al sicuro è eliminare il pericolo di “cellule dormienti”, come quelle che causarono l’11 settembre. Bisognerebbe mettere mano ad un lavoro lungo, oscuro e difficile, in cui ci si sporca le mani e i primi a criticare tutto ciò sarebbero proprio quelli che oggi vogliono il ritiro delle truppe. I democratici si spaccherebbero tra liberal e pragmatici, ma anche tra i repubblicani emergerebbero differenze tra una componente più estremista ed una più moderata. L’economia rischierebbe un nuovo collasso con il petrolio alle stelle, la parte meno fondamentalista del Medio Oriente si troverebbe con un incendio alle porte, impossibilitata ad evitare che la diffusione delle fiamme all’interno dei propri confini: ciò comporterebbe una recrudescenza che lascerebbe un allarmato ma inerte Occidente a guardare le sollevazioni di chi si ispirerebbe nuovamente a Bin Laden e gli spargimenti di sangue che ne conseguirebbero, in stile Algeria fine XX secolo. In qualcuno di questi Paesi i radicali islamici potrebbero prendere il potere, e lì il paragone sarebbe con l’Iran del 1979.

Tutto ciò porterebbe ad una crisi di proporzioni simili solamente ad una guerra mondiale, per evitare la quale i governi occidentali che rispondono ai propri elettori – strategicamente svantaggiati rispetto ai tiranni che ai loro cittadini si impongono – sarebbero costretti a negoziare da una posizione debolissima. E lo farebbero obbligati più di quanto non siano già ora a corteggiare altri Paesi al margine di questo conflitto come Cina e Russia, che si farebbero pagare carissima una vicinanza che l’Occidente dovrebbe costantemente rinegoziare, dimenticando i propri principi e rimettendoci ogni volta di più.

Non sono solo gli Stati Uniti a dover sperare che in Afghanistan si rimanga e si vinca. E’ importante in primis a livello strategico che Obama mantenga la linea del suo predecessore. Se venisse a mancare il ruolo che gli USA hanno avuto nel corso del secolo scorso, se ai nemici della democrazia e dell’Occidente si mandasse il messaggio che l’unico approccio americano sarà d’ora in poi l’appeasement ad oltranza tipica dell’Europa imbelle, i primi a pagarne il prezzo saremo proprio noi europei: un conto è giocare all’allegro pacifista con l’ombrello americano che ti protegge, altro è farlo in campo aperto, contro avversari motivati e galvanizzati dal ritiro americano e consci dell’incapacità europea di difendersi.