Allarmismo sulla globalizzazione (1): la Cina produrrà tutto e noi nulla

– Inizia oggi una mini-serie di articoli di Pietro Monsurrò dal titolo “Allarmismo sulla globalizzazione”. Un articolo a settimana, ogni giovedì, con lo stile semplice e immediato di Monsurrò, per scovare l’irrazionalità di alcune convinzioni, purtroppo molto diffuse, sulla globalizzazione economica. S’inizia con una leggenda metropolitana, quella secondo cui la competitiva Cina finirà per produrre tutto, lasciando all’Occidente solo le briciole. Il concetto di “bilancia dei pagamenti” aiuta a smontare la leggenda.

Avrete sentito parlare di globalizzazione, Cina, outsourcing, disoccupazione tecnologica, debito estero, deficit commerciale, flussi di capitali. Questi sono i punti fondamentali su cui riflettere per rispondere a domande come “La globalizzazione funziona?”, “Il protezionismo serve?”, “La disoccupazione è colpa dei cinesi?”. Partiamo dalla bilancia dei pagamenti, e spieghiamo di cosa si tratta con un caso molto semplice Antonio fa l’operaio e riceve 1.000 € al mese di reddito, e questo significa che il suo datore di lavoro gli dà questo valore in moneta in cambio dei suoi servizi; d’altra parte, Antonio spende 200€ al mese per acquistare generi alimentari al supermercato sotto casa, e quindi dà tot moneta al negozio in cambio di beni. Se Antonio, il suo datore di lavoro e il supermercato fossero tre paesi, avremmo che Antonio ha un deficit commerciale con il negozio e un avanzo commerciale con il datore di lavoro, perché ottiene merci dal negozio e vende merci (il proprio lavoro) al datore di lavoro.
Primo punto: non contano il deficit o l’avanzo commerciali con un singolo paese, contano al massimo il deficit o l’avanzo commerciali aggregati, cioè conta se si spendono più o meno soldi di quanti se ne guadagnano. Il deficit commerciale con una singola economia è poco indicativo perché può essere compensato da avanzi commerciali con altre.
L’unica differenza economicamente rilevante tra il caso di Antonio e il caso di un intero paese è che gli scambi interni si pagano con la stessa moneta, mentre nel commercio internazionale occorre passare per il mercato dei cambi. Normalmente, quindi, il commercio internazionale non dà luogo a flussi di moneta, ma a flussi di credito. Chi esporta negli USA non ottiene dollari, ma li investe in titoli creditizi denominati in dollari: importare significa comprare a credito; esportare significa concedere credito.
Il credito è uno scambio tra beni presenti e beni futuri: se Antonio compra un’auto a rate, ottiene credito, e chi gli dà l’automobile fornisce credito. Se gli USA comprano 1.000 PC dalla Cina, ed esportano 10 fuoristrada Hummer, stanno scambiando merci presenti con merci presenti, e non c’è nulla di creditizio nella transazione. Se, al contrario, gli USA comprano 1.000 PC in Cina e promettono 11 Hummer tra un anno, stanno comprando a credito, e quindi la Cina vede aumentare il proprio credito e gli USA vedono aumentare il proprio debito: in sostanza, l’aumento del credito commerciale è sostanzialmente pari alla differenza tra esportazioni ed importazioni.
Secondo punto: il deficit commerciale è una normale transazione creditizia, e di per sé non c’è nulla di strano. Chi ha risparmi li presta a chi vuole beni presenti, che in cambio a sua volta ci paga gli interessi.
Torniamo ad Antonio: Antonio ha con la concessionaria un debito di 20.000€, per via dei soldi che ha ottenuto per comprare l’automobile, e questo debito si estinguerà – per esempio – in 4 anni di pagamenti rateali. Questo significa che ogni anno Antonio pagherà interessi alla concessionaria, e questo crea un flusso di reddito che fa parte della bilancia dei pagamenti di Antonio. Più precisamente: Antonio accumula un debito, e ogni anno deve pagare non solo per eventuali ulteriori importazioni, ma anche per gli interessi delle passate importazioni, se si sono accumulate in un debito. D’altra parte, Antonio può risparmiare ed investire in obbligazioni del proprio datore di lavoro, e in questo caso accumula un credito verso il datore di lavoro e guadagna un flusso di reddito sotto forma di cedole.
Terzo punto: il commercio internazionale in presenza di deficit commerciali regressi è una forma di credito come tutti gli altri, e dà luogo a flussi di reddito a seconda se si è in posizione netta creditoria o debitoria.
È possibile che il supermercato, a furia di accumulare crediti con Antonio (se questi compra a rate frutta e verdura), e comunque essendo l’unico fornitore di generi alimentari di Antonio (specializzazione), alla fine produca tutto e Antonio non abbia più i soldi per pagare? Ovviamente no, perché uno scambio ha sempre due controparti, e quindi non è possibile che un tizio produca tutto e l’altro non abbia nulla da dare in cambio.
Morale della favola: chi pensa che la Cina alla fine produrrà tutte i beni del mondo e noi non produrremo nulla perché non siamo competitivi (altra cosa dubbia) dimentica che per esportare da noi i cinesi hanno bisogno di avere qualcosa di prodotto da noi in cambio, e quindi non è concepibile che una sola parte produca tutto e l’altra non produca nulla. Se ciò accadesse, la seconda non avrebbe nulla da scambiare e si isolerebbe completamente dal mercato, giungendo ad una condizione di autarchia, che è l’esatto contrario della globalizzazione.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

2 Responses to “Allarmismo sulla globalizzazione (1): la Cina produrrà tutto e noi nulla”

  1. DM ha detto:

    Bravo Pietro, sempre un piacere leggerti.

    A quanto indicato, si potrebbe aggiungere che senza produzione “locale” (es. nazionale) e ridistribuzione della ricchezza non ci sarebbero nemmeno le condizioni per creare un mercato di beni e servizi. Senza arrivare a facili ed errate conclusioni, è più probabile che si concretizzi un equilibrio di Nash dove le parti si “assestano” nella condizione che li fa perdere meno creando interrelazioni di scambio.

  2. Fabrizio ha detto:

    Ho letto con molta attenzione il tuo articolo. L’ho trovato molto interessante. L’esempio che hai fatto, spiega chiaramente che non ci sono problemi quando si parla di scambi fra paesi con sistemi sociali e fiscali sovrapponibili. Ma credo che però il problema della Cina nel WTO sia ben più complesso e il quadro che hai dipinto di debito/credito – surplus/deficit non riesce a spiegare bene il grave aumento della disoccupazione e la perdita di competitività, con la conseguente chiusura o migrazione ad est delle nostre industrie. Il problema del surplus commerciale cinese, ha a che fare fondamentalmente con una grave situazione di dumping sociale e fiscale (un operaio in Cina costa 100 euro al mese) che riguarda tutte le merci che arrivano dalla Cina e stanno letteralmente invadendo l’Europa, con prezzi artificialmente bassi. In un libero mercato questa è storicamente provato essere una situazione deleteria per gli stati che importano merci finite da stati esteri a basso costo. Gli stessi Stati Uniti, se ne stanno accorgendo, e in questi giorni si stanno lamentando con la Cina per il fatto di tenere lo yuan a livelli forzosamente sottovalutati…

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