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Libertà di stampa e principio di legalità. Una querela non è mai un “attentato”

– Diritto di critica, libertà di stampa, diffamazione, diritto ad informare e diritto a querelare: ciascuna di queste condotte trova, in termini di principio, una disciplina e un argine nelle norme della nostra Carta fondamentale e nella normativa che ne discende.
Mal intende le regole democratiche e le garanzie costituzionali chi vuol credere, e far credere, che la manifestazione del pensiero debba essere libera a monte e, soprattutto, immune da ogni controllo a valle.
Asserire che il nostro sistema corra il rischio di una grave compressione della libertà di espressione, per il fatto che un presunto offeso, sia esso un cittadino qualunque o un capo di stato o di governo, adisca le competenti autorità giurisdizionali, risponde ad un tentativo mal riuscito di mistificazione del concetto di libertà di espressione.

Certamente, una civile convivenza, organizzata intorno a regole riconosciute, non può tollerare che la libertà di espressione, di informazione e finanche di critica possa essere concepita senza limiti di tollerabilità e restare, perciò, immune da qualsiasi reazione da parte dell’ordinamento, pur quando i limiti di continenza siano stati superati.
E si badi, il limite non è aleatorio o stabilito dall’interessato a proprio uso e consumo, ma è preesistente, riconosciuto e condiviso dalla collettività, che ha inteso individuare, oltre di questo, la soglia dell’offesa punibile.
Un meccanismo così congegnato è sufficiente e necessario ad evitare, da un lato che si operino chirurgiche censure ad personam o per determinati fatti, dall’altro che la normale dialettica tra le parti, quale che ne sia lo strumento di diffusione, trascenda nell’attacco personale, connotato da scadimento dei toni e dei temi, fino ad una forma regressiva di imbarbarimento dei rapporti sociali.

Se la libertà di espressione fosse stata concepita “sregolata”, ci si sarebbe ritrovati in una condizione paradossale di anarchia verbale, che non solo, come controeffetto di reazione, avrebbe legittimato la erosione di spazi di libertà in favore di interventi censori, tanto perniciosi quanto giustificati dalla necessità di porre limiti allo scadimento linguistico, ma al tempo stesso avrebbe alimentato dispute eccesivamente volgari, infarcite di inutile e dissacrante invettiva, finalizzate a rimarcare, anche con l’esasperazione, che la libera manifestazione del pensiero non deve restare circoscritta in alcun margine.
Il sistema basato su regole condivise, invece, garantisce le libertà tutelando i singoli, senza sacrifici nè per l’uno o nè per l’altro.
Non convince, per questo, chi intende propagandare come virtuoso, evidenziando i limiti di quello esistente, un sistema del tutto bizzarro, la cui impostazione prevederebbe che l’offeso, se potente, debba incassare con fair play ogni esternazione, restando allo stesso preclusa la possibilità di intraprendere azioni legali, nei confronti della pubblica opinione o degli organi di stampa, a meno di non voler esporsi, unicamente in ragione della qualifica soggettiva, all’accusa di intimidazioni.

I teorici che mettono in piazza timori per la libertà vorrebbero pure che il “parlatore” di turno, sia esso comune cittadino, giornalista, o avversario politico del potente offeso, debba poter continuare “liberamente” a dire o scrivere qualsivoglia corbelleria gli stia passando per la testa, senza rischiare alcuna sanzione.
E’ evidente che una siffatta impostazione non si attaglia ad un concetto giuridico di libertà, proponendone, invece, una interpretazione incompatibile con lo stesso principio di legalità.
Risponde, invece, a maggiore razionalità, l’impianto costituzionale e normativo vigente, che consente, anzi promuove la libera manifestazione del pensiero, garantendone il diritto ad un numero indifferenziato di soggetti, attaverso un numero indifferenziato di strumenti (giornali, televisioni, piazze, circoli…), salvo a sanzionare, attraverso l’accertamento ordinario, demandato ad un organo terzo ed imparziale, il superamento dei limiti espressivi.

Lo stesso diritto di critica, invocato spesso e, molte volte a sproposito, non è un valore autoreferenziale: criticare significa offrire giudizi, partendo dal vero, affinchè dalla espressione di un punto di vista personale, si possa formare una coscienza sociale.
Cosa, ovviamente, diversa è l’offesa gratuita che si autoalimenta senza creare una circolarità di opinione, per collocarsi, invece, non solo fuori dal meccanismo di non punibilità penale, previsto per la critica legittima, bensì nell’ambito dei comportamenti penalmente rilevanti.
E’ proprio per questo che la delicata gestione del difficile equilibrio tra libertà di espressione e tutela del decoro personale ha presentato sempre profili spinosi, alimentando valanghe di pronunce giurisprudenziali, atte ad individuare il discrimen tra critica ed offesa, tra informazione e utilizzo strumentale delle notizia.

Oramai, gli indirizzi interpretativi sono pervenuti concordemente a riconoscere che il diritto di critica, a differenza di quello di cronaca, non si concretizza e si esaurisce nella narrazione di fatti, bensì si connota per un contenuto ideativo, indefettibile alla espressione di un giudizio o, più genericamente, di un’opinione che, come tale, non può pretendersi rigorosamente obiettiva.
Non è sufficiente, tuttavia il riscontro della mera veridicità di proposizioni assertive, per ritenere tollerata ogni espressione in quanto “critica”, ma si deve, piuttosto, stimare la correttezza delle affermazioni espresse, verificando che le stesse non si traducano in un mero linciaggio della persona “criticata”.

In sostanza, il diritto di critica presuppone sì un contenuto di veridicità, limitato alla oggettiva esistenza del fatto, assunto a base delle opinioni e delle valutazioni espresse, ma i parametri di valutazione della misura “decorosa” delle espressioni, si dilatano ulteriormente, investendo, come scrive la Suprema Corte di Cassazione, l’analisi e la valutazione della virulenza e dei toni.

Ciò posto, va pure detto che la verifica della potenzialità meramente offensiva e denigratoria della critica, deve essere ponderata con maggiore cautela, quando la stessa involge il piano politico, caratterizzato inevitabilmente da contrapposizioni dialettiche, spesso esasperate e dai toni accesi, fino a trascendere, delle volte, nell’utilizzo di un linguaggio perfino offensivo.

Altro connubio di interesse sensibile, è quello che vede coinvolti il diritto di critica con il diritto all’informazione, spesso sovrapposti e confusi, ma invece nettamente delineati.
Dapprima, invero, vi è un diritto generale ad essere informati; vi è dunque un diritto ad informare, vale a dire a portare alla attenzione della collettività ogni notizia, ogni fatto o accadimento, e vi è infine un diritto, per chi diffonde la notizia, ad offrire del fatto una propria chiave interpretativa, seguendo le regole della critica lecita.
In conclusione, si può affermare che in un sistema così strutturato, parlare di lesione della libertà di espressione, assume connotati grotteschi ed a tratti avvilenti.

Basterebbe osservare che proprio la denuncia di pericoli di lesione della libertà di stampa viene condotta, paradossalmente attraverso quegli stessi mezzi di informazione che si assumono limitati.
Viviamo in un tempo storico fortunato in cui, la varietà dei canali e la circolarità delle notizia e dei contatti (si pensi alle immagini provenienti dai luoghi dei conflitti bellici, sui quali si è abbattuta la scure della censura, portate comunque a conoscenza del mondo tramite internet ed i telefonini), crea un meccanismo virtuoso, a volte anche eccessivamente invadente, che alimenta la pluralità e la diffusione delle informazioni e delle idee.

Certamente non si deve mai abbassare la guardia, perchè le conquiste di libertà sono un valore irrinunciabile, ma è davvero improbabile, per l’offerta di veicoli di conoscenza, per il sistema di regole e garanzie e, non ultimo,  per un’abitudine socialmente consolidata alla critica del “potere”, immaginare che i mezzi di informazione possano essere ridotti al silenzio o, peggio, ritrovarsi omologati. Con buona pace, anche, degli editori di riferimento.


Autore: Geny Stanco

classe 1977, laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli, è avvocato penalista a Salerno. Ha collaborato con la cattedra di Procedura Penale dell’Università di Salerno, è appassionata di politica e di società.

2 Responses to “Libertà di stampa e principio di legalità. Una querela non è mai un “attentato””

  1. Antonluca Cuoco ha detto:

    complimenti e piacere di avere voci salernitane!

  2. Alberto Scarcella ha detto:

    Una querela da parte di Berlusconi, che tiene l’Italia sotto un regime dittatoriale e controlla tutti i media e le testate giornalistiche italiane :D è un grave atto di censura.

    Tutte le manifestazioni di intolleranza stile katanga dalla parte opposta sono una giusta contromisura alla cattiveria di chi non è di sinistra.

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