– Penso che a breve la riflessione sulla condizione femminile nella comunità musulmana imporrà, anche nel nostro paese, un delicato ma necessario salto di qualità. Sarà un discorso complicato dalle diffidenze e dalle differenze, dalle incomprensioni e forse anche da una “nostra” comprensibile sfiducia circa la possibilità di quadrare un cerchio, che, come dimostra l’esperienza degli altri paesi europei, non si lascia facilmente quadrare.

Se il mondo islamico occupa lo spazio dell’integrazione ampliando, nei fatti, i margini della propria giurisdizione “civile” e sostituisce al diritto di famiglia giuridico quello religioso e tradizionale, lo scontro diventa non solo doveroso, ma realisticamente obbligato. La via all’integrazione sociale non passa dalla disintegrazione dello Stato, che piuttosto la pregiudica, perché la priva di un principio di legittimazione e di disciplina. Un Islam che volesse vivere nella società e contro lo Stato (anche nel senso “minimo” delle istituzioni che sovraintendono al rispetto del principio di legalità) distrugge insieme la società e lo Stato. Su questo l’Europa ha già visto quasi di tutto e, per così dire, ha già dato. E anche l’Italia sta iniziando a pagare prezzi molto salati.

Non è onesto giudicare casuali o puramente “criminali” la segregazione e la violenza inflitta alle giovani troppo occidentalizzate, o sorvolare benignamente su di una organizzazione familiare gerarchica e “proprietaria”, in cui i maschi comandano e le donne obbediscono. E’ stupido far finta che, in tutto questo, non c’entri nulla l’Islam (e in particolare l’Islam reclusivo e auto-reclusivo che caratterizza la vita familiare di molti immigrati islamici); ma è altrettanto stupido pensare ad un femminismo anti-islamico, che teorizzi l’emancipazione attraverso la de-islamizzazione. Impresa impossibile, oltre che sbagliata, dal momento che, come dimostra l’esperienza, combattere l’identità islamica in quanto tale rischia di radicalizzare i riflessi identitari e non aiuta le donne musulmane a conquistare una consapevolezza più matura e moderna dei loro diritti e del loro ruolo sociale.

Lavorare su questo spinosissimo dossier implica realismo – visto che nei prossimi anni la quota di popolazione islamica tenderà inevitabilmente a crescere – ma anche visione, perché un Islam italiano che vivesse, per decenni, da “separato in casa” rappresenterebbe un pericolo mortale. Pericolo che però è difficile scongiurare con politiche di reciproca chiusura. Anche da questo punto di vista sembra più ragionevole la speranza del rimpianto, la scommessa politica su di un’Italia che sappia rimanere “una”, integrando i nuovi italiani anche di religione islamica, piuttosto che l’ossessione nostalgica sull’Italia mono-etnica e mono-religiosa che non c’è e non ci sarà più.
Ma questa scommessa richiede una accresciuta intransigenza sul piano civile e ci impone per molte ragioni, e non solo di cortesia, di partire dalle donne. La prudenza e il senso della responsabilità ci costringono invece a non affrontare la questione secondo “il modello-Santanchè”. E riteniamo che faccia male chi la indica a modello non solo di coraggio, ma di responsabilità politica.

Certo, l’on. Santanchè ha avuto il merito di sollevare in modo esplicito il problema (peraltro non è stata la sola), ma anche il torto di rispondervi nel modo sbagliato. E non è un torto da poco, per un esponente politico. I suoi numeri da strada sono appetibilissimi per i tg, ma maledettamente inutili, se non dannosi, alla causa. L’on. Santanchè va difesa nel suo sacrosanto diritto di manifestare ovunque, anche di fronte alle moschee, e di essere protetta da forze dell’ordine, anche nelle sue più spericolate iniziative pubbliche, che la espongono a rischi reali e ne hanno fatto, purtroppo, un obiettivo sensibile. Circostanza che lei affronta a viso aperto, con ammirevole fermezza. Però, se ogni persona perbene ha il dovere di difendere i suoi diritti, non ha per questo il dovere di condividere le sue ragioni.

Appaltare la lotta alla segregazione femminile ad una campagna di esplicita ispirazione anti-islamica, di “rondismo partitico” e di boicottaggio sistematico del culto religioso non ci pare, per così dire, profittevole. Questo ci sembra abbia detto Sofia Ventura nella sua contestatissima intervista sul Corriere della Sera. Dire che l’on. Santanchè ha sbagliato le forme e il bersaglio della sua iniziativa non significa stare dalla parte dei tagliagole. Non significa fare il tifo per i suoi aggressori. Non significa accettare il burqa imposto come segno di sottomissione. L’Occidentale e il Predellino hanno ritenuto che non stare dalla sua parte equivalga a disertare. E’, se ci possiamo permettere, un vecchio giochino della stampa di sinistra, quello di fare del dissenziente un reprobo e un avversario del popolo. Non ci pare, francamente, che la Ventura sia renitente alla leva contro l’Islam misogino. Lo ha ampiamente spiegato. E non pensiamo che le sue parole siano equivoche.