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Per De Molinari l’unica gabbia è l’intervento pubblico

– Cosa distingue il mercato del lavoro dal mercato di qualsiasi altro bene?
Nulla.
Risposta semplicistica?
Forse. Ma chi dovesse pensarla così si consoli: ha un sostenitore illustre.
Gustave De Molinari, uno dei più originali e raffinati economisti del XIX secolo, è di questa stessa opinione.
Nella Sesta delle Serate di rue Saint Lazare (un classico dell’economia liberale pubblicato nel 1849 e ora riproposto dalla Liberilibri, in collaborazione con l’Istituto Bruno Leoni), l’Economista spiega pazientemente al Socialista e al Conservatore perché quello del lavoro è un mercato come altri, e svela gli inganni celati dietro la contrapposizione operaio-padrone.
«Il lavoro – scrive De Molinari – può essere considerato una proprietà esterna. L’imprenditore che acquista lavoro non acquista le facoltà e le forze dell’operaio, acquista la parte di queste forze di cui l’operaio si separa lavorando» (p. 146).

Al pari di ogni altro scambio (di arance, di diamanti, di immobili che sia), anche lo scambio di proprietà-lavoro «può essere equo solo alla condizione di essere perfettamente libero». Il padrone e l’operaio sono dunque entrambi nella posizione di vantare una pretesa: l’uno di prestazione del lavoro dietro compenso, l’altro, in maniera speculare, di ottenimento del lavoro previa prestazione. Nulla sembra distinguere, dunque, la fissazione del prezzo del lavoro (il salario) rispetto alla fissazione del prezzo di qualsiasi altro bene: il prezzo ottimale sarà dato dal consueto incontro della domanda con l’offerta.
Una distinzione, tuttavia, c’è, come lo stesso De Molinari riconosce citando Adam Smith.
La distinzione sta nel vantaggio temporale di una parte contraente rispetto all’altra. Mentre un imprenditore può sopravvivere per lo più anche senza impegnare la prestazione di un operaio, quest’ultimo non può sopravvivere a lungo nello stato di disoccupazione: «Nel lungo periodo l’operaio può essere tanto necessario al padrone quanto il padrone all’operaio, ma la necessità non è altrettanto immediata» (A. Smith, La ricchezza delle nazioni, trad. it. di F. Batoli, C. Camporesi, S. Caruso, Newton Compton, Roma, 2005, p. 108).
Tuttavia, replica De Molinari (e noi con lui) se il mercato non è perfetto, non sono certo gli interventi governativi a renderlo tale. Anzi, essi producono un effetto distorcente delle condizioni di domanda e offerta. In particolare, se viene meno l’autonomo e individuale confronto tra datore e lavoratore, si possono originare aspre contrapposizioni di categoria, si creano costi aggiuntivi destinati a gravare più sul lavoratore che sul datore, si rischia di sclerotizzare il libero scambio del bene-lavoro, finendo per cristallizzarne il costo su parametri esterni alla volontà delle parti, e quindi anche in contrasto con l’interesse specifico del lavoratore.
Rispetto a questi rischi, le posizioni di eventuale vantaggio del datore, spiega De Molinari, possono essere più facilmente combattute dagli stessi lavoratori, in modo spontaneo, diretto, privato.
Tre gli esempi.
Innanzitutto, contro un sistema – diremmo oggi – di sindacalismo sostanzialmente obbligatorio (si pensi al valore dei contratti collettivi, che di fatto si estendono anche ai non iscritti ai sindacati) De Molinari affida la contrattazione alla negoziazione individuale tra datore e lavoratore. In caso di offerta di lavoro in eccesso, ritiene più convincenti coalizioni spontanee e private di lavoratori, maggiormente in grado di garantire adeguate forme di sostegno a disoccupati e inoccupati, in luogo di quelli che lo stesso De Molinari chiama, con una punta di ossimorica ironia, “sistemi di carità legale”. Diversamente da quanto può sembrare prima facie, questa non sembra una proposta tanto astrusa, se è vero che gli iscritti agli ordini professionali in Italia hanno sistemi di previdenza e assistenza alternativi rispetto a quelli statali, che costituiscono delle casseforti molto più stabili e garantite.
Si obietterà: «Perché mai i lavoratori dovrebbero finanziare degli ammortizzatori “privati” per i loro colleghi disoccupati? Solo l’intervento statale, che ha a cuore l’interesse pubblico, può sanare un fallimento di mercato». Tuttavia, basta un semplice calcolo matematico (che De Molinari fa pallottoliere alla mano) per evidenziare come sia nell’interesse individuale dei lavoratori occupati sostenere una fetta di disoccupati che si estromette dal mercato in cambio di un sostegno privato, eliminando così quell’eccesso di offerta di lavoro che porta ad abbassare il valore del lavoro, e dunque il salario.
In secondo luogo, De Molinari invita a una maggiore flessibilità nella ricerca “spaziale” del posto di lavoro.
Anche qui si obietterà, con Adam Smith: «L’esperienza sembra mostrarci che un uomo è, tra tutti i bagagli, il più difficile da trasportare» (Ibidem, p. 115).
Tuttavia, a ben vedere, la maggior parte dei costi che l’uomo deve sopportare per spostarsi è data dalla regolamentazione (e dunque di nuovo dallo Stato) sulla circolazione: permessi di soggiorno, passaporti, licenze abitative, oneri per i passaggi di proprietà, etc. Certo, si tratta di una regolazione che risponde ad altre esigenze (come quelle di sicurezza, ad esempio) ma una semplificazione di queste restrizioni legali alla libertà di movimento, come Schengen ha dimostrato, è un sicuro volano dell’economia, soprattutto oggi, quando le condizioni e i tempi di viaggio sono certamente migliori rispetto al Settecento di Adam Smith e il sacrificio affettivo dell’allontanamento dai propri cari diviene quindi più facilmente superabile.
In terzo luogo, De Molinari propone una soluzione spontanea a quello che è normalmente considerato un ulteriore fallimento del mercato: le asimmetrie informative.
Al Socialista che – sempre più persuaso dalle posizioni dell’Economista sulle virtù del libero mercato – propone di affidare comunque ai governi il compito di informare i lavoratori circa la domanda di lavoro, l’Economista ancora una volta invita a «lascia[r] fare l’industria privata». Da questo punto di vista, De Molinari ha visto lungo, anticipando l’introduzione delle agenzie di collocamento in competizione tra loro che in Italia è avvenuta solo di recente.
Ancor di più, per migliorare l’efficienza dell’intermediazione, De Molinari propone un sistema forse un po’ complesso, ma sperimentato da lui stesso nella sua Parigi e che varrebbe la pena di prendere più sul serio: la Borsa del lavoro, ovvero una pubblicità tramite i canali di comunicazione grazie alla quale i lavoratori possano conoscere in quali luoghi il lavoro ottiene il salario più vantaggioso. Così il nostro Autore propose ai giornali di Parigi di pubblicare gratuitamente dei bollettini che comparassero le transazioni quotidiane del mercato del lavoro – e dunque i salari e lo stato giornaliero dell’offerta e della domanda – in modo da abbattere quei fallimenti informativi che rendono il mercato del lavoro meno competitivo per il lavoratore.

Dal 1894 le condizioni del lavoratore sono molto cambiate, tuttavia resiste una testarda convinzione per cui, in condizioni di libero mercato, alle sue prestazioni non corrisponderebbe un riconoscimento economico adeguato, a causa di una sorta di tirannia dell’imprenditore-capitalista.
A nostro avviso, si tratta di una certezza che sarebbe opportuno rimettere in discussione, specie in una società diversa da quella degli operai del XVIII secolo.
La corretta retribuzione del lavoro non è una questione né di contratto nazionale, né di contratto integrativo aziendale, né tantomeno di gabbie salariali, ma di spontaneo incontro tra la domanda e l’offerta.
Questa vorremmo che fosse la semplice considerazione da cui partire per ogni dibattito sul mercato del lavoro.

Chi non fosse ancora persuaso può leggersi le più approfondite e acute pagine di G. De Molinari, Le serate di Rue Saint-Lazare. Dialoghi sulle leggi economiche e difesa della proprietà, Liberilibri-IBL, 2009, trad. it. di Lorenzo Maggi, prefazione di Nicola Iannello e postfazione di Carlo Lottieri.


Autore: Serena Sileoni

Avvocato, dottore di ricerca in Diritto Pubblico Comparato presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Siena, assegnista di ricerca in Diritto Costituzionale all’Università di Firenze e cultore di Diritto Costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Macerata, svolge attività di ricerca nel settore del diritto costituzionale italiano e straniero. Giornalista, membro dell’Istituto per la Competitività e dell’Istituto Bruno Leoni, è responsabile editoriale della casa editrice Liberilibri.

One Response to “Per De Molinari l’unica gabbia è l’intervento pubblico”

  1. marcello ha detto:

    Il mercato dovrebbe avere delle regole per impedire che chi è più forte alla fine si prenda tutto. Ma ora, nella mondializazazione, mancano proprio le regole e quindi alla fine c’è una concorrenza monopolistica che impedisce che ci sia una redistribuzione del reddito. Anzi ritengo che in questi ultimi anni, sia avvenuta al contrario e le disuguaglianze siano di molto aumentate. In alcuni settori come l’acqua o in altri beni universali, sìnon si può lasciare tutto alla convenienza dell’imprenditore e alle regole del profitto ma queste devono cedere il campo ad altri interessi, per impedire che si torni indietro nella civilzzazione.

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