La “sinistra per male”, nelle parole di Renato Brunetta, è quella parte politica che si lascia ammaliare dalle elites, che abbandona ogni afflato riformista e finisce per proteggere la rendita “finanziaria, burocratica, editoriale”. I parassiti, secondo il ministro della Funzione Pubblica, si annidano in molti settori della società (“nella finta cultura, nella finta cinematografia ideologica parassitaria, nel finto sindacato, nelle cattive banche, nella cattiva finanza, nei cattivi giornali”) e ad essi dovrebbe opporsi – oltre che il centrodestra – la “sinistra per bene”, quella cui Brunetta sente (ancora) di appartenere e a cui rivolge un accorato appello: “I compagni della sinistra devono liberarsi dall’abbraccio mortale della cattiva finanza e cattiva editoria che usano questa sinistra come un taxi. Dico a loro: ritornate alla vostra lotta e ai vostri ideali politici”.

La scorsa settimana in quel di Gubbio, parlando ai partecipanti della scuola di formazione politica del Pdl, il ministro aveva dato una versione “sociologica” più che politica della stessa questione, distinguendo l’Italia maggioritaria che lavora e che produce (tecnicamente, “che si fa un mazzo così”) dalla minoranza dei rentier. Alla lista dei parassiti di cui sopra, nell’incontro eugubino Brunetta aveva aggiunto i magistrati e gli insegnanti e aveva rivolto una particolare attenzione al mondo degli artisti, accusandoli di vivere alle spalle del contribuente e di non volersi o sapersi confrontare con il mercato.

Negli ultimi giorni il ministro ha messo molta carne al fuoco, insomma. Se lo scopo era quello di sollevare il dibattito, c’è senza dubbio riuscito. Il metodo che ha usato, tuttavia, non è condivisibile. Un ministro della Repubblica farebbe bene ad evitare parole come “colpo di Stato” per definire i comportamenti tramaioli e complottardi cui questa sinistra sarebbe impegnata. Così facendo, si finisce per replicare gli errori della sinistra stessa, che non capendo la rivoluzione berlusconiana, ha gridato per quindici anni all’eversione politico-normativa. Ed era solo modernità. E poi, chi come Brunetta viene dalla sinistra socialista, sa che cento ribaltoni e cento “spallate” – per dirla con il Berlusconi del 2006 – sarebbero mille volte preferibili anche solo al rischio della rottura dell’ordine democratico e liberale.

Ciò detto, veniamo al merito delle tesi brunettiane. Un centrodestra che si pone – nuovamente e finalmente – il problema delle rendite a noi piace parecchio. Quindici anni di crescita economica anemica e la prospettiva, quando la crisi finirà, di riprendere lo stesso ritmo da tartaruga sono il frutto dell’incapacità dell’Italia di liberare le proprie energie, di premiare il merito, di puntare sulla competizione come fattore di sviluppo e di equità.

Al di là delle preferenze politiche dei singoli banchieri, la cattiva finanza è quella che ha tarpato le ali alle prospettive di crescita di centinaia di migliaia di piccole imprese italiane, centellinando il credito o condizionandolo troppo spesso a opache logiche relazionali. Un giorno scopriremo probabilmente che quel settore bancario che la vulgata prevalente, anche nel centrodestra, ha esaltato come antidoto ad una crisi più profonda, è stato in realtà un dazio molto salato: e se fosse stato meglio avere qualche fallimento bancario in più, ma un sistema creditizio più efficiente e trasparente?

Le libere professioni, molto rappresentate tra i gruppi parlamentari del Pdl, godono nel nostro paese di forti protezioni normative, che ostacolano l’ingresso dei giovani e che fanno lievitare i costi per i consumatori e le imprese. Eppure il centrodestra pare fare, nella migliore delle ipotesi, orecchie da mercante. Alcune volte, come sta accadendo con la riforma della professione forense, si lascia addirittura condizionare dalla forte lobby degli avvocati e tenta di ridurre i pur piccoli spazi di concorrenza che si erano aperti negli ultimi anni.

Il welfare ed il mercato del lavoro sono una riproduzione fedele del dualismo italiano: garantiti ed esclusi, insider sovrarappresentati ed outsider senza voce. E’ colpa dei sindacati, come giustamente sottolinea Brunetta, ma è una grave responsabilità della politica quella di accettare lo status quo e di mostrarsi timida rispetto alle riforme strutturali del sistema di protezione sociale.

E così, proseguendo, i guasti della giustizia nostrana, la questione meridionale, i problemi della scuola e dell’università, le riforme istituzionali: nella cassetta degli attrezzi del centrodestra, nella sua cultura e nei suoi programmi, vi sono da sempre le chiavi d’accesso per aggredire con il piglio che Brunetta auspica i nidi della rendita.

Per dirne una, la cultura della sussidiarietà e dell’autonomia dei privati, insieme alla convinzione che sia il mercato e non una commissione ministeriale a poter individuare il merito, possono ispirare una profonda revisione del rapporto tra Stato e cultura: chiediamo al ministro Bondi di chiudere i rubinetti, ma apriamo e incentiviamo fiscalmente le donazioni private.

E’ la stessa logica che ci fa essere sostenitori e promotori del buono-scuola, la madre delle riforme scolastiche. Ed è lo stesso spirito pro-mercato che ci fa guardare con estremo sfavore agli incentivi ad imprese e a settori in crisi, mentre sosteniamo la riduzione della pressione fiscale per tutti e l’ammodernamento della macchina burocratica.

Ma allora, alle rotture politiche del ministro tribuno del merito e del mercato è ora che si sostituisca l’azione concreta del Pdl e del Governo. Abbiamo le idee, abbiamo pronte le soluzioni, abbiamo probabilmente la più solida maggioranza parlamentare della storia repubblicana. Cosa c’è da aspettare?