– Non è solo legittimo, ma doveroso per chi esercita il mestiere dello studioso affrontare “laicamente” tutti gli aspetti di un processo storico, comprese le ombre, anche quando questo costituisca il fondamento ideale e istituzionale dello Stato e della Nazione. La storia del Risorgimento e dell’Unità italiana non può dunque sfuggire a questa regola, né si deve pretendere che gli storici concorrano, con il loro lavoro, alla celebrazione di una ricorrenza.

Una cosa, però, è approfondire aspetti su cui una storiografia stolidamente “patriottica” tenderebbe a sorvolare (la confisca dei beni ecclesiastici, atti di violenza arbitraria e ingiustificata, brutalità e vandalismi assortiti….), altra è costruire ideologicamente su di essi la contro-interpretazione di una intera vicenda storica. Ed è quello che sembra avere fatto la storica Angela Pellicciari nel suo libro Risorgimento da riscrivere – Liberali & massoni contro la Chiesa, inspiegabilmente consigliato dal Presidente del Consiglio ai giovani del Pdl. Come Pierluigi Battista ha, infatti, acutamente notato il libro “sul” Risorgimento della Pellicciari è in realtà un libro “contro” il Risorgimento, un atto di accusa impietoso e militante, che capovolge il significato storico e il valore politico del processo di unificazione, riducendolo ad una congiura massonica e anti-cristiana e ad una “invasione sabauda”.

Ma non è questo, ci pare, il centro della questione. La storiografia si valuta e giudica in termini scientifici e non può essere “squalificata” in sede politica. Ma l’uso della storia è a tutti gli effetti una “questione politica”. Anzi, a guardare la vicenda italiana degli ultimi decenni è uno dei nodi più sensibili del dibattito pubblico, una vera e propria linea di divisione lungo cui si è articolato lo stesso sistema politico. Ad esempio, fondandosi sulle indubbie opacità degli apparati di sicurezza italiani nel periodo della guerra fredda e dell’escalation terrorista, una certa storiografia ha elaborato quella teoria del “doppio stato” che sarà certo servita a galvanizzare gli animi dei militanti della sinistra, ma non ha contribuito a chiarire (anzi, piuttosto, a confondere) il senso della vicenda politica del secondo dopoguerra italiano. Da destra, non si farebbe un buon servizio né all’Italia né agli italiani se si adottasse il medesimo schema complottistico per riscrivere la storia del Risorgimento e per liquidare i problemi che essa pone nell’attualità politica: con Bossi e il suo localismo nordista “anti-garibaldino”, con una parte del mondo cattolico che si sente ancora espropriato dall’affronto di Porta Pia, con il meridionalismo neo-borbonico del partito del Sud, che vagheggia un autonoma età dell’oro pre-risorgimentale…

Che significato dobbiamo attribuire alle parole di Berlusconi e ai suoi consigli di lettura? Certo c’è qualche problema se mentre il Governo sta approntando le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, il Presidente del Consiglio manifesta pubblicamente di aderire alle tesi revanchiste di un côté minoritario  del mondo cattolico, che presenta la lunga lotta per l’indipendenza nazionale dalle potenze straniere e per l’unificazione del Paese come una brutale guerra di aggressione contro la Chiesa. Per amore di verità storica, bisognerebbe ricordare anche altre cose, come ad esempio che se l’unificazione comportò anche un conflitto con lo Stato pontificio (perché la Chiesa mica era solo un’istituzione spirituale, era anche una potenza temporale!), quest’ultimo aveva attivamente operato contro l’indipendenza e l’unità italiana. E se proprio vogliamo insistere, e fare esercizio di memoria, dovremmo anche ricordare che la Chiesa subito dopo l’Unità si scagliò lancia in resta contro il liberalismo con tutti gli annessi e i connessi (anche il Sillabo, forse, potrebbe essere una lettura attuale e consigliabile per capire cosa era allora la Chiesa, e cosa diceva) salvo riscoprirne in seguito alcune virtù, dopo che i “piemontesi” gliele avevano imposte con le cattive.

Il Capo del Governo ha deciso di dare credito a ricostruzioni storiche, che non negano questi fatti, ma li svalutano, a vantaggio di altri che dimostrano la natura massonica dell’ideale unitario e la natura “totalitaria” dello Stato liberale che usurpò il potere politico della Chiesa. A quale scopo?
Che obiettivo persegue Silvio Berlusconi proponendo una lettura che delegittima il Risorgimento italiano? Perché qui, nuovamente, la questione non è più di “ricerca storica”, ma di uso politico della storia e allora questo uso deve pure mirare a qualcosa. A indebolire ulteriormente il sentimento nazionale, che già non gode di buona salute? O a trasformare un sentimento che nelle sue origini nasce forgiato da quei principi universalistici di libertà e progresso, che avevano attraversato l’Europa del XIX secolo, in una angusta identità escludente, che sovrappone la religione alla nazione? Forse non c’è né l’una né l’altra intenzione e ci sono solo pessimi consiglieri. Anche perché nel Governo non sembra aver voce solo chi vuole stilare nuove liste di “buoni” e di “cattivi”, ma anche personalità animate da un sovrabbondante ecumenismo storico: come il Ministro Bondi, che equipara il federalismo laico di Cattaneo, che guardava come modello per l’Italia all’esperienza americana di Filadelfia, e il federalismo di Gioberti  che sognava una federazione sotto la guida del Papa: sogno che si infranse nel 1848, non per un’opposizione al neo-guelfismo, ma perché lo stesso Pio IX decise definitivamente di abbandonare qualunque sostegno all’ideale unitario italiano!

Comunque sia, ci piacerebbe capire meglio cosa hanno in testa quelli che attendono, con tanta solerzia e disinvoltura, alla “manutenzione” del sentimento nazionale e alla ripulitura dell’ideale patriottico.