Speriamo che l’Italia sappia davvero raccogliersi, con la testa e non solo col cuore, intorno alle famiglie dei militari uccisi a Kabul, celebrandone i funerali di Stato

Un Paese deve sempre onorare i propri caduti e rispettarne il sacrificio. Ma non sempre può, nell’imminenza dei fatti e più ancora nella memoria degli eventi, onorare le ragioni per cui sono morti, cioè la missione cui hanno adempiuto e l’ideale che hanno servito.

La tragica differenza tra l’onore dei caduti e il disonore della guerra che hanno combattuto ha segnato per decenni, come una ferita profonda, la coscienza e l’immagine del Paese, ma proprio la storia più recente – quella delle missioni internazionali condotte a metà tra l’impegno di pace e quello di guerra, dal 1991 ad oggi – hanno pienamente restituito all’Italia il senso e le ragioni di un legittimo orgoglio militare, oltre che un sentimento rinnovato e non “nazionalistico” della patria e della bandiera.

E’ necessario (per “noi” e purtroppo non più per loro) che l’Italia istituzionale e quella reale, quella politica e quella civile, riconosca che il capitano Antonio Fortunato, il sergente maggiore Roberto Valente, il caporal maggiore capo Massimiliano Randino e i caporal maggiori scelti Davide Ricchiuto, Giandomenico Pistonani e Matteo Mureddu sono caduti nell’adempimento non solo di un dovere, ma di una scelta politica a cui il nostro Paese deve continuare a guardare con orgoglio e fierezza.

L’Italia oggi difende in Afghanistan il proprio interesse nazionale e quello dell’alleanza politico-militare di cui fa parte. L’impegno internazionale non è motivato dal desiderio di dividersi le spoglie del vinto al tavolo dei vincitori, né da pure vanità da passerella, ma dalla responsabilità di concorrere (mettendoci i soldi, gli uomini e le armi) ad una politica di sicurezza che ci coinvolge e ci “interessa”, visto che la coalizione che sta tentando di bonificare la situazione afghana e scongiurare il rischio di “afghanistanizzazione” del Pakistan è la nostra coalizione, la nostra casa politica e il nostro ombrello militare.

La campana dell’11 settembre è suonata per tutti. In modo confuso, pieno di contraddizioni e di errori, la nostra coalizione e in primo luogo gli Usa stanno cercando di istituire nel mondo devastato e dominato dall’estremismo islamico e dal terrorismo anti-occidentale un ordine politico umanamente sostenibile e politicamente compatibile con quello del “nostro” mondo. Obama, che non ha un pedigree neo-con, ha capito che un’ exit strategy sostenibile comporta che gli Usa non se ne escano dall’Afghanistan come fecero i sovietici venti anni fa, chiudendosi la porta alle spalle e sperando di non essere investiti dall’esplosione che ne sarebbe seguita.

Alla riflessione su come stare in Afghanistan e sul quando e come uscirne deve ovviamente concorrere anche l’Italia. Ma con il senso di questa responsabilità comune e del ruolo del Paese nel sistema delle alleanze internazionali.

Anche questa consapevolezza, non solo un saluto deferente, dobbiamo ai sei militari italiani di cui oggi celebriamo le esequie.