– Dalla lettura del Country Note per l’Italia (disponibile anche in italiano, per chi è interessato) dell’edizione 2009 dell’Employment Outlook dell’Ocse, emerge uno scenario preoccupante.
Quantunque l’impatto della recessione sia stato finora contenuto (la disoccupazione in Italia è cresciuta in un anno solo di 0,8 punti percentuali, giungendo al 7,4 per cento), soprattutto se raffrontato a quanto accaduto in altri paesi, secondo l’Ocse c’è il rischio che da qui al 2010 la disoccupazione tocchi la soglia del 10 per cento, a causa della lentezza con cui l’Italia aggancerà la ripresa economica.
Le previsioni vanno prese per ciò che sono, ovviamente, ma difficilmente si può dissentire dal succo dell’analisi realizzata dall’organizzazione che riunisce le trenta maggiori democrazie ed economie di mercato del pianeta: se in Italia la ripresa non si rafforza rapidamente, la disoccupazione rischia di aumentare e di diventare più persistente, con un maggior numero di persone alla ricerca del lavoro per periodi lunghi e di fatto escluse da ogni forma di tutela economica e di riqualificazione professionale.

A poco valgono, a giudizio di chi scrive, le considerazioni del ministro del Welfare sul “pessimismo” dei dati Ocse (“le previsioni Ocse sulla disoccupazione disegnano l’ipotesi peggiore tra quelle possibili ma non la più probabile”, ha commentato Sacconi) o sulla capacità storica dell’Italia di “smentire” le previsioni internazionali. Come aveva già fatto nel Libro Bianco, anche con le sue ultime dichiarazioni il ministro pare voler eludere il problema principale del mercato del lavoro italiano: un’evidente asimmetria degli strumenti di protezione sociale. Da un lato, troppe pensioni (circa il 60 per cento del totale della spesa sociale, contro una media europea di poco superiore al 45) e, dall’altro, un sistema di ammortizzatori sociali molto generoso con alcuni lavoratori e molto avaro con altri.
Sacconi è lesto nel sottolineare come l’Ocse abbia riconosciuto al Governo italiano di aver concentrato la propria azione sul sostegno alla domanda di lavoro, attraverso la messa a disposizione di fondi addizionali per la cassa integrazione guadagni e l’estensione dell’indennità di disoccupazione. Ma il ministro pare fare orecchie da mercante quando nel documento Ocse si legge: “L’introduzione di un dispositivo generale non è stata considerata fino ad ora”. Detto in altri termini, ciò che latita è la volontà del governo di riformare in senso universalistico l’intero impianto degli ammortizzatori. Si preferisce un sistema frammentato ed iniquo, che lascia alla politica una forte dose di discrezionalità per “fare le ristrutturazioni”, anziché affidarsi a stabilizzatori automatici. Abbandonando le formule suggestive e le frasi ad effetto, sarebbe ora che il Governo ci dicesse il perché di questa scelta. In un certo senso, facciamo nostra la richiesta di Gianfranco Fini, che a Gubbio ha sollecitato l’esecutivo a discutere e a condividere con la maggioranza politica le scelte di politica economica.
Come si diceva all’inizio, comunque, più che la riforma del welfare, ciò che serve al nostro paese per evitare i rischi che l’Ocse paventa è una robusta ripresa economica. Prima della crisi, l’Italia era l’economia della crescita da “zero virgola”. Non essendo cambiato molto, è quasi logico che lo torni ad essere, passata la bufera. Per non “sprecare” la crisi, è ora di mettere mano alle liberalizzazioni, alla riduzione della spesa pubblica, all’alleggerimento della pressione fiscale. Vanno riformati quei settori capaci di essere una leva per la competitività dell’economia, vanno adottati quei provvedimenti capaci di ampliare la base occupazionale italiana e va liberalizzata la contrattazione.
Anche qui, è ora che il Pdl s’interroghi su ciò che davvero vuole e può fare.