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Altro che Indice della Felicità, meglio quello della Libertà

– Lo scorso 14 settembre, in quel contesto così ricco di suggestioni per la storia francese che è l’università Sorbona (il cuore tradizionale della cultura accademica di Parigi, nata libera in età medievale ma poi “catturata” dal potere dei sovrani), il presidente Nicolas Sarkozy ha lanciato l’idea di sostituire il Pil – un indicatore abituale della ricchezza di un Paese – con un nuovo indice, che sappia meglio valutare la reale crescita e che quindi ambisca a misurare addirittura la felicità. Qualche considerazione merita di essere fatta.Parlar male di uno strumento come il Pil è un’operazione doverosa, ma anche molto facile. Da tempo questo strumento è soggetto a una quantità innumerevole di critiche ben fondate, la più solida delle quali – a mio parere – è quella (di matrice “austriaca”) che rileva come in definitiva esso tenti di assommare semplici “cifre”, prezzi o costi che siano, anche se in realtà avrebbe l’ambizione d’individuare il valore stesso della produzione. In altre parole, se un’impresa realizza motociclette per 100 milioni di euro, il suo contributo al Pil è di 100 milioni di euro (a cui bisognerà poi togliere l’insieme dei costi, ovviamente). Il problema è che le cose non stanno così, poiché se vi sono soggetti che sono stati pronti a spendere 100 milioni di euro per acquistare quei prodotti, questo significa che hanno valutato di più (e non si può sapere di quanto) le motociclette di cui sono diventati proprietari. Prezzo e valore non coincidono.
In linea teorica, il problema può essere posto in questi termini: poiché il valore è soggettivo, esso non può essere misurato, e sicuramente non può essere ricondotto ai numerari.
Ma al Pil vanno attribuite molte altre debolezze, a partire dal fatto che per valutare l’apporto del settore pubblico si va ad individuare quanto esso costa ai contribuenti. Il che porta al risultato paradossale che a un leader politico spregiudicato che volesse rapidamente aumentare il Pil basterebbe aumentare del 10% gli stipendi dei funzionari di Stato.
Riconosciuto tutto ciò, l’indice della felicità è qualcosa di ancor più opinabile. Soprattutto se si considera che gli indici sono come le cartine geografiche: semplici strumenti che possono in qualche modo aiutarci, e nessun chiede ad un piccolo pezzo di carta di essere “uguale” alla Sicilia: ci basta che possa aiutarci a percorre la strada che porta da Palermo a Trapani, da Trapani a Mazara del Vallo, e da Mazara a Siracusa.
Sotto questo profilo, il Pil – pur utilizzato con mille avvertenze – può avere una qualche utilità. L’indice di Sarkozy (o di Amartya Sen, o di mille altri ancora) apre invece la strada ad arbitri ben maggiori, poiché è chiaro che esso è progettato al fine di includere tutti quegli elementi non-monetari che sono in linea con la sensibilità prevalente: una certa idea dell’ambiente, ad esempio, o ancor meglio della solidarietà pubblica. Come ha rilevato Oscar Giannino in un suo intervento su Chicago-blog, questo Happiness Index sembra fatto per illudere gli europei che il Vecchio Continente sia l’area più civile e sviluppata del pianeta. Ciò non è più vero da tempo.
Ovviamente, in questo come in altri casi non c’è alcun bisogno di fare scelte da imporre agli altri: e quindi non ha alcun senso proporre di abolire il Pil per sostituirlo con un altro strumento di valutazione. Se qualcuno crede che gli indici sulla felicità (ne esistono già, e per tutti i gusti) siano migliori, li adotti: e magari riuscirà a trarne qualche indicazione utile. Ma chi vorrà continuare ad usare strumenti differenti, come il Pil o altri ancora, seguirà strade alternative.
Pur con la consapevolezza (va ripetuto) che ogni indice ha i suoi difetti, noi riteniamo che all’indice della felicità si debba contrapporre un altro indice, quello della libertà economica. Essenzialmente per due motivi.
In primo luogo, una nozione come è quella di felicità è davvero troppo difficile da precisare in linea generale e impossibile da definire in modo univoco. Chi scrive rifugge ogni spiritualismo ed è perfino membro di una comunità religiosa in cui periodicamente ci si nutre (concretamente, non in senso figurato) di Dio stesso. Però è chiaro che una prospettiva che ambisca – entro tali discussioni – a definire e comunque “misurare” la felicità conduce a prospettive grevemente materialistiche: le cui implicazioni “troppo umane” sono evidenti a chiunque. È l’ideale di una vita da welfare State: una certa quantità di cure mediche, una qualche istruzione, un pacchetto di svaghi e servizi culturali, un po’ di reddito garantito, una vita sufficientemente lunga, e via dicendo. Un’esistenza da pesciolino in una boccia di vetro, o giù di lì.
A questo punto, meglio il Pil: che parla solo di soldi e non pretende di andare oltre.
D’altra parte, se riprendiamo il paragone della cartina geografica ci accorgiamo che nessuno strumento è neutrale e avalutativo. Max Weber è stato un grande studioso, ma la sua idea di una scienza sociale werfrei (aliena da valori o implicazioni morali) fa sorridere. In tali ambiti ogni analisi sottende precise opzioni e ragioni, anche di natura etica. Ebbene, è chiaro a tutti che l’Indice della Felicità annunciato al mondo da Sarkozy non soltanto intende pesare la felicità, ma implicitamente suggerisce che compito della politica economica e più in generale dell’azione pubblica sia quello d’innalzare la felicità dei singoli. Sarkò ci vuole più felici: e ovviamente a modo suo.
Se il Pil chiede già troppo (incaricando lo Stato di far crescere il nostro reddito), questo nuovo indice appare ancor più inquietante.
Quello che i liberali chiedono alla buona politica, invece, è di intralciare le ambizioni (tendenzialmente totalitarie) del potere: schierandosi a difesa della libertà dei singoli. In questo senso, l’indice della Heritage Foundation o quello del Fraser Institute, per citare solo questi due, richiamano l’attenzione su quanto siano pesanti la tassazione e la regolamentazione sulle vite degli individui: e sulla scia di questo stilano la lista dei buoni e dei cattivi. Che poi vivere nello Zimbabwe o in Myanmar (i due istituti sopra citati concordano, e nessuno si sorprenderà, nel porre questi paesi tra quelli che sono in fondo alla classifica) comporti anche un Pil modesto e qualche problema per chi vuole conquistare la propria felicità, lo capisce chiunque.
Ma certo la libertà economica è qualcosa di assai più facile da definire della felicità, e un obiettivo politico assai più legittimo per ogni Sarkozy della terra bene intenzionato nei nostri riguardi.


Autore: Carlo Lottieri

Nato a Brescia nel 1960, insegna Dottrina dello Stato a Siena. Ha studiato filosofia a Genova e quando all’ingresso di via Balbi poteva scegliere tra un volantino offertogli dai trockisti e uno offertogli dai leninisti. Direttore del dipartimento Teoria politica dell’Istituto Bruno Leoni, di recente ha pubblicato “Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks” (Rubbettino).

5 Responses to “Altro che Indice della Felicità, meglio quello della Libertà”

  1. DM ha detto:

    Articolo molto interessante.

  2. Silvana Bononcini ha detto:

    …liberale e libertario mi va bene.
    Alla mia felicità vorrei pensarci io, senza alcun indice statale!

  3. bagnascus ha detto:

    bene l’articolo ma cos a pensate delle giaculatorie di Fini comparse sul sole 24 ore riguardo l’economia sociale di mercato ? forse BDV si snetirà vicino a Fini sul probelam immigrazione e sulla bioetica ma in campo economico sociale le posizioni mi sembrano distanti..quindi eviterei di incensarlo tanto..

  4. libertyfighter ha detto:

    Grazie Carlo per questo articolo che condivido appieno.
    Spero che tu ne abbia fatto una versione in francese da spedire a Sarkozy, perche’ molte volte questo individuo risulta inquietante.

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