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Qui non serve un ritorno agli anni ’50

– di Benedetto Della Vedova dal Secolo D’Italia del 16 settembre 2009 –

Sandro Bondi ha saputo in questi anni costruire a Gubbio con tenacia e intelligenza, per Forza Italia prima e per il PdL ora, un appuntamento ambizioso di discussione e confronto. La “scuola di formazione politica” non ha deluso le aspettative e anche quest’anno ha rappresentato uno dei rari (anzi, diciamolo: l’unico) momenti di pubblico dibattito all’interno del centrodestra berlusconiano. E se vogliamo indicare un esito politico cui sono giunti i tre giorni di discussione esso ha proprio coinciso – e non è una tautologia –   con il riconoscimento della “normalità” del dibattito politico.

Non è solo possibile, ma anche auspicabile che in un partito che rappresenta un elettorato complesso, unito attorno ad una leadership e ad un progetto di governo, ma non “omologato” dal punto di vista politico-culturale, ci si possa confrontare, senza dividersi, su letture diverse della realtà e della responsabilità della politica. Si può lealmente sostenere un esecutivo “battezzato” dal voto degli elettori senza ritenere che l’unico compito di un partito (che non è un corpo mistico, ma è fatto dalle idee di quanti lo animano e lo abitano) sia quello di assolvere alla difesa del governo e, per i più bellicosi, all’offesa dell’opposizione, anche perché sul lungo periodo l’unità di un “grande” partito è per definizione dinamica e non statica, adattiva e non ideologica.

Anche sul tema sensibile e ambiguo dell’identità la discussione può essere viva e sensibile, senza essere lacerante. Se tutti trovano e accettano la misura giusta e la consapevolezza di non dovere fondare (o peggio rifondare) il profilo morale del Paese, né quella di incarnare un’ideale antropologicamente superiore. Alla politica italiana, ha già fatto sufficiente danno il mito della superiorità antropologica della sinistra.

Per quello che mi riguarda, come ho avuto modo di ribadire anche a Gubbio, penso che ad una destra rincantucciata in un ideale astrattamente conservatore e compiaciuta della propria durezza identitaria sia necessaria una rottura che, in altri tempi, si sarebbe detta “berlusconiana”. Quelle di trasversalismo ideologico ed eclettismo culturale erano le accuse sanguinose che la sinistra rivolgeva al primo Berlusconi, reo di non avere una cultura politica, ma di limitarsi a riflettere, in tutte le sue contraddizioni, quella del suo elettorato. Non mi pare utile che, a distanza di 15 anni, diventino le accuse che la destra rivolge a se stessa, nel tentativo di farsi migliore. Finendo per vagheggiare come età dell’oro gli anni cinquanta e la loro identità culturale e civile. Anche qui, è una questione di misura: si può continuare a celebrare il 1948, senza eleggere, a distanza di 60 anni, l’Italia post-degasperiana a patria ideale. I seguaci del personalismo di Maritain e dell’individualismo di Popper possono agevolmente convivere nello stesso partito, se i primi non vogliono espellere i secondi.

Sull’immigrazione, sui temi biopolitici, sulla questione più generale dell’identità culturale del partito e di quella costituzionale del Paese, il centrodestra può continuare a non concedere nulla al politicamente corretto, e insieme uscire dalla sindrome dell’assedio e da quella del rimpianto.

“Il ‘900 è finito con la vittoria della libertà” , recitava, citando Baget Bozzo, il titolo della tre giorni di Gubbio. E la celebrazione di questa libertà è culminata in un processo –   non diciamo senza appello, ma con troppi accusatori e pochi difensori –   alla “falsa” libertà di un mondo che ha smarrito il senso della dignità umana. Ma la libertà che dal 1989 ha dilagato nei paesi dell’ex impero sovietico (senza peraltro affermarsi ovunque come aveva previsto troppo ottimisticamente qualche teorico della fine della storia), “quale” libertà era? Non era forse quella “individualistica” e “relativistica” che molti reduci della schiavitù sovietica inseguivano nel costume, negli stili di vita e nello stesso modello politico dell’Occidente liberale reduce, a propria volta, dalle angosce della guerra fredda? Apprestandosi a celebrare la data che segnò la fine del cosiddetto secolo breve, non è intellettualmente troppo disinvolto liquidare come “falsa” quella libertà che i paesi ex sovietici e la stessa Russia spiavano al di là della cortina di ferro ed eleggere come vera quella capace di tornare, un po’ archeologicamente, alle proprie radici profonde, ai tesori del proprio passato, ad una età dell’oro che storicamente non è mai esistita?

Non penso, illuministicamente, che la storia umana muova necessariamente nella direzione di un’umanità migliore.   Ma mi pare abbastanza dimostrabile che mai la persona umana è stata al centro della politica più di quanto è avvenuto nell’esperienza delle “democrazie relativistiche” dell’Occidente liberale del secondo dopoguerra. Forse che il rispetto e la dignità della persona umana erano maggiori   nella Spagna di Franco “trono, spada ed altare” che in quella di Zapatero? Nell’America devotamente segregazionista, più che in quella dell’edonismo reaganiano? Nell’Italia spregiudicatamente concordataria dell’uomo della Provvidenza Benito Mussolini, più che in quella della legge Baslini-Fortuna sul divorzio?

Si può rileggere la storia delle idee, scartare idee nuove e riesumarne di vecchie. Ma senza trasformare la politica in un’inutile ancella della teologia morale. E senza barare, per esigenze di retorica: ad esempio, si può anche riesumare il vecchio slogan mazziniano “Dio, patria, famiglia”, ma mi pare assai arduo asservirlo ad un ideale di restaurazione tradizionalista.

Mi pare escluso che l’ideale religioso possa costituire un fondamento costituzionale di legittimazione politica, una “radice”, come usa dirsi, di insperati rigogli normativi. Ad escluderlo, oltre a molte ragioni di fatto e di diritto, è la banale constatazione che su quella trincea combattiamo le pretese dell’islamismo politico. O no?

La Patria, poi, oggi è davvero (anche nel cuore dei nostri soldati in Afghanistan) quella “costituzionale”, prima che quella nazionale. E’ il tricolore che sventola a Herat. E’ l’ideale politico universalistico della libertà e della dignità umana e coincide sempre meno con la difesa dei sacri confini della nazione e degli italiani “di sangue”. Ed è anche, come ha giustamente sottolineato Fini, l’ideale che “rende italiani” gli stranieri che scelgono di esserlo, impegnandosi ad esserlo davvero.

E la famiglia? La famiglia che dobbiamo difendere, ad esempio, dall’offensiva culturale maschilista dell’islamismo radicale è quella egualitaria post-divorzio e post-riforma del diritto di famiglia, mica quella con un capo-famiglia maschio e una moglie giuridicamente subordinata, che fino agli anni settanta è stata la bella famiglia italiana (e che agli islamici starebbe assai più comoda di quella contaminata dal femminismo). O vogliamo tornare a quella?

Negli anni settanta liberali, socialisti e anche molti cattolici – penso alle Acli – hanno cambiato il paese sfidando la Chiesa su quello che per allora era un valore non negoziabile, l’indissolubilità del matrimonio. Nessuno di noi, credo, anche di noi eletti del PdL che vivono liberamente e responsabilmente le loro relazioni, rimpiange la sconfitta di Almirante e Fanfani, o no? Archiviamo come “nichilismo anni settanta” anche quella stagione riformatrice che ha rifondato nella responsabilità e nella libertà le nostre famiglie (quelle reali –   di ciascuno di noi, non quelle ideali – di nessuno)?

Qual è la tradizione cui vogliamo ancorare il PdL? Quella del delitto d’onore? Se posso scegliere, io preferisco quella dell’Occidente tollerante, quello della piena cittadinanza per gli omosessuali, anche attraverso il riconoscimento giuridico delle coppie conviventi.

Se invece in nome della centralità della persona nella politica e nel Governo intendiamo mettere al centro della nostra azione i problemi concreti e quotidiani con cui le persone si confrontano (sanità,   scuola,   trasporti, rifiuti, ambiente, casa, welfare, sicurezza), secondo i principi della libertà nella responsabilità, del mercato e della sussidiarietà, avremo un terreno comune su cui lavorare proficuamente al riparo delle dispute ideologiche ed etiche, evitando di dividerci tra la curva sud dei cattolici e quella nord dei laici. Sia chiaro: non dobbiamo rinunciare a ciò che ci divide, ma lavorare su ciò che ci unisce. Ma per fare questo, diciamo così, il disarmo deve essere bilaterale.


One Response to “Qui non serve un ritorno agli anni ’50”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

    sarà na faticata……

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