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Più riforme e meno fantasia, per evitare l’uscita dall’euro

Gli ultimi dati sull’economia dei paesi europei mostrano un continente sostanzialmente spaccato in due: mente Germania e Francia sembrano avviarsi verso una ripresa relativamente più rapida, le economie mediterranee e l’Irlanda restano impantanate nel fango della recessione, con previsioni per la fine dell’anno peggiori di quanto si credesse qualche mese fa.
Il rischio, a questo punto, è che la ripresa franco-tedesca costringa la Banca Centrale Europea ad assumere decisioni restrittive sul tasso d’interesse prima che gli altri paesi dell’unione monetaria siano pronti. L’esigenza di stroncare sul nascere eventuali pressioni inflattive in Germania e Francia, per intenderci, finirebbe per frenare la ripresa di Spagna e Italia.
Che gli interessi dei due “blocchi” siano sempre più divergenti è testimoniato, d’altronde, dai dati relativi alla bilancia commerciale: il robusto avanzo della Germania (o dei Paesi Bassi) fa il pari con  i disavanzi di Spagna, Italia e Grecia.Per l’Italia, poi, la spada di Damocle resta sempre la stessa: il debito pubblico di taglia ciclopica. Appena qualche giorno fa, un articolo de Il Sole 24 Ore (dai toni un po’ naive, per la verità, come sottolineato da Lodovico Pizzati su Noisefromamerika) sottolineava come lo Stato italiano dovrà corrispondere interessi del 5,2 per cento per collocare i propri titoli pubblici trentennali: in termini reali, siamo poco distanti dal 5 per cento. Se non è il peggio che queste lande abbiano visto (nei decenni passati gli interessi reali sono stati più alti), è sicuramente la prova che il mercato considera non insignificante il rischio di default della Repubblica Italiana.
Con un debito pubblico di siffatte dimensioni, l’unica possibilità per l’Italia sarebbe quella di spingere sull’acceleratore della competitività, per ritrovare quel sentiero di crescita – ormai abbandonato da anni – capace di sgombrare il cielo dalle nubi più cupe. Ma chi sente oggi parlare di liberalizzazione, di riduzione della pressione fiscale e di apertura del mercato del lavoro?
Se la sinistra pare aver ritrovato il più squisito ed autentico vocabolario socialdemocratico d’annata, la politica economica della destra di governo è come il gioco attuale del Milan: mancando schemi e prospettive, ci si affida alle fantasie di qualche solista virtuoso. E tra i vari campioni – Tremonti, Sacconi e Brunetta – sembra che la gara sia a chi trova il paradosso più gustoso, lo scenario più suggestivo e la trovata più intelligente. Ora è il turno della partecipazione agli utili dei dipendenti: chi crede che la misura serva a rilanciare l’economia avrà presto una cocente delusione, ma il dibattito che la proposta ha innescato permette di nascondere il vuoto. Nascondere, non colmare.
Eppure basterebbe distogliere lo sguardo dai sondaggi quotidiani per capire che la “frattura” tra le economie della zona euro è un segnale che non va sottovalutato. Se l’Italia – come la Spagna, ma questa per ragioni un po’ diverse – non si riporta sul duo franco-tedesco in fuga, l’uscita dall’euro rischierebbe di essere l’unica possibile soluzione.
Attenzione però, perché al peggio non c’è mai fine. L’uscita dall’euro e la relativa svalutazione potrebbe essere l’arma per permettere all’economia italiana di tornare competitiva, ma potrebbe anche essere l’unica via possibile prima del default. A meno che – come ipotizzato, senza troppa convinzione, da Thomas Catan sul Wall Street Journal – l’Europa non finisca per trasformarsi in una sorta di Fondo Monetario Internazionale, con alcuni paesi che si fanno carico di implementare costosi piani di salvataggio dei loro partner malati. Ma è più probabile, a parere di chi scrive, che Fiume torni italiana.
A far le Cassandre ci si gioca la reputazione, ma si rischia drammaticamente di aver ragione.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “Più riforme e meno fantasia, per evitare l’uscita dall’euro”

  1. Nello Sirico ha detto:

    Ottimo articolo, è opportuno che qualcuno nel Governo torni a riflettere su queste cose…

  2. Alessandro Nasini ha detto:

    Rilancerei: più riforme e PIU’ fantasia, o meglio creatività (che è cosa ben diversa). Il rischio di perdere il treno (temo l’ultimo…) c’è tutto, e la crisi è durata troppo poco per spingere a dei seri cambi di rotta e di abitudini.

    Per tante ragioni l’Italia avrebbe tutte le carte in regola per sfruttare meglio di altri questa timida ripresa, se non altro per il fatto che gli italiani (isterismi e pianti greci a parte) i “soldi in saccoccia” li hanno ancora, contrariamente ad alri paesi europei e non.

    Ci sarebbe bisogno di uno stimolo, di una guida, più che di un aiuto economico. Se veramente si riparte, anche se lentamente, il rischio maggiore che vedo è quello che riparta si, ma bendati e nella direzione sbagliata.

  3. Andrea de Liberato ha detto:

    Il guaio è che i “solisti virtuosi” sono tre socialisti: Tremonti, Brunetta, Sacconi. Anzi, il primo è un paleosocialista, neocolbertiano dirigista.
    Non me ne farò mai una ragione: perché il PdL, il Popolo della Libertà, si accanisce nel far dirigere temi cruciali come il lavoro e l’economia ai neosocialisti?
    Forse per far apparire Bersani un campione di liberalismo?

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