Categorized | Diritto e giustizia

Se il popolo chiede ingiustizia, la politica gliela dà

– La situazione (disperata) delle carceri italiane è ormai nota a tutti, così come è ormai acclarato il fallimento del processo penale. Quotidianamente assistiamo a dibattiti nei quali è messo in luce il dramma degli istituti di pena affollati, dove la capienza reale (non quella “tollerabile”, concetto privo di senso, inventato da burocrati privi di un principio di realtà) è ampiamente superata e in parecchie celle ci sono i letti a castello a “quattro piani”.

In molti, tra esperti del settore e parlamentari (peraltro supportati da precise dichiarazioni della magistratura organizzata), avevano previsto l’inutilità dell’indulto, quando non fosse stato accompagnato da una più ampia amnistia che, interessando il reato e non la pena, avrebbe veramente liberato le scrivanie dei giudici da centinaia di pratiche. Appelli inascoltati, ovviamente: la politica non ha avuto il coraggio di approvare entrambi i provvedimenti, visto che già l’indulto aveva scatenato, sull’onda di prese di posizioni populistiche, fortissime polemiche. La classe dirigente invece ha preferito, ed ancora preferisce, salvare le apparenze scegliendo ipocritamente un’amnistia strisciante e “di classe”, dimostrata da circa centomila prescrizioni annue, di cui possono giovarsi coloro i quali hanno la possibilità di difendersi “dal processo”.

Tutte queste posizioni però sarebbero insostenibili se il degrado della giustizia non fosse culturalmente e politicamente legittimato da parte di ampi settori dell’opinione pubblica.
È probabilmente proprio questa la ragione ch,  in qualche modo giustifica e spiega, “l’accartocciamento” della nostra società su concezioni punitive in palese contrasto con i più elementari principi garantisti della nostra Costituzione.
Escludendo una percentuale ridotta di persone che per interesse professionale e sensibilità politica continua a coltivare (in una situazione di totale isolamento culturale) l’illusione di una effettiva centralità politica delle questioni della giustizia penale, l’opinione pubblica non risulta toccata dal problema di un processo penale che ha fallito, dal sovraffollamento delle carceri e da una situazione ormai insostenibile di disuguaglianza di fronte alla legge e, ancora di più, di fronte alla pena. Dopo un lungo periodo in cui, da sinistra, si teorizzava la funzione sociale di una giustizia militante e “combattente”, oggi si assiste da destra alla celebrazione di un “cattivismo” giudiziario e normativo di segno culturalmente analogo, con il totale asservimento delle regole della giustizia penale alle esigenze della sicurezza.

E’ perfino irrilevante che, come accade nell’universo carcerario, questa regola di giustizia operi in una situazione di sostanziale illegalità. E finisce per apparire rituale e stucchevole anche il richiamo ai principi sanciti nella nostra Carta Fondamentale. Le terribili condizioni carcerarie per lo più non destano allarme o riprovazione, come se il degrado, la violenza, le umiliazioni che tanti detenuti ogni giorno subiscono, fossero una sorta di meritata “pena accessoria”. Per non parlare della sostanziale “impronunciabilità” del principio di non colpevolezza, se non a beneficio di alcuni imputati eccellenti (e non detenuti).

Se tale è il pensiero del “paese profondo” non si vede perché mai i politici dovrebbero assumere posizioni contrarie, infruttuose sotto il profilo dei voti e del consenso.
Il rapporto tra la cultura sociale della giustizia e le proposte politiche in tema di giustizia non riguarda solo la nostra società: su questo temi infatti già da tempo si interroga, su tutte, la dottrina americana.
Uno dei più famosi studiosi statunitensi di diritto penale e sociologia, David Garland, professore alla New York University, nel suo più importante saggio (The Culture of Control: Crime and Social Order in Contemporary Society) ha posto in evidenza come il “collasso” ideologico delle elite liberali, unite all’avanzare di una politica sempre più demagogica nel corso degli anni abbia comportato il prepotente ritorno di una visione punitiva e repressiva dell’ordine e del diritto penale; proprio quello che ormai da tempo sta avvenendo in Italia, dove le poche voci garantiste rappresentano posizioni isolate e minoritarie, spesso criticate quando non addirittura attaccate come complici, inconsapevoli o interessati, dei presunti criminali.

Si comprende allora come il vero disastro non sia (solo) quello di una politica sorda a certi problemi ma anche quello di un elettorato insensibile, in gran parte incapace di pungolare la classe dirigente, pretendendo il rispetto, per tutti, di quegli standard minimi di garanzie che, autentici pilastri democratici, dovrebbero connotare qualsiasi governo liberale degno di questo nome.
Bisognerebbe comprendere quanto poi, questo elettorato e la sua cultura della giustizia (per effetto di un inevitabile circolo vizioso), sia a sua volta  il prodotto di una politica interessata a cavalcarlo e a consolidarlo e di una informazione allarmistica e scandalistica, interessata a vendere le profittevoli notizie di sempre nuovi “mostri” giudiziari. Ma questo discorso ci porterebbe lontano e a considerazioni ancora più pessimistiche sui destini della giustizia nel nostro paese.


Autore: Enrico Gagliardi

Nato il 3 ottobre, lo stesso giorno in cui il protagonista della canzone degli Squallor "Carceri d'Oro" veniva fucilato per non aver pagato l'IVA, è convinto che, persino l'Italia, sia degna di un sistema giuridico autenticamente liberale. Fermamente convinto che un gran numero di problemi possano essere risolti con una buona degustazione etilica.

3 Responses to “Se il popolo chiede ingiustizia, la politica gliela dà”

  1. DM ha detto:

    Articolo apprezzato, riferimento bibliografico preso. Un testo interessante sul genere potrebbe essere “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault.

  2. Enrico Gagliardi ha detto:

    Libro che cita moltissimo proprio Garland nelle sue teorie.

  3. Alessandro Caforio ha detto:

    prendo appunto… :-)

Trackbacks/Pingbacks