– Ad un anno dal fallimento della Lehman Brothers, è fin troppo facile ricavarne una chiave di lettura “globale”, e adattarne lo schema per rileggere fenomeni che non hanno diretta attinenza con la tempesta finanziaria che, dopo l’11 settembre, ha più segnato la storia politica dell’ultimo decennio.
Però è forse vero che anche quell’evento è in grado di insegnare qualcosa al di fuori dei confini (tutt’altro che definiti) del sistema finanziario. Di ammonire chiunque “governi” un’organizzazione di interessi complessa (un Paese, una banca, un partito, una famiglia…) a misurare le proprie responsabilità e i propri successi e insuccessi su un tempo lungo e su obiettivi larghi, che non coincidono sempre (anzi, che non coincidono mai) con la vicenda biografica e con la fortuna “privata” dei suoi amministratori e neppure dei suoi fondatori.

Sarebbe opportuno che anche il Pdl facesse davvero tesoro di questa lezione, ieri richiamata con ammirevole chiarezza dal professor Alessandro Campi in un pezzo pubblicato su Ffwebmagazine. Il “presentismo” compromette la possibilità che la straordinaria e tutt’altro che lineare parabola politica berlusconiana, si consolidi in una eredità politicamente spendibile. Una rottura (e che rottura!), che ha segnato in profondità la storia politica italiana, sarebbe così condannata dai suoi stessi apologeti a divenire una semplice “parentesi”, chiusa la quale tornerebbe la normalità.
Se si vuole costruire il futuro e non consumare il presente, bisognerebbe anche ammettere che l’eccezionalità della leadership berlusconiana non giustifica l’eccezionalismo politico del suo partito e un’interpretazione religiosa del suo carisma politico. L’organizzazione politica e la formazione della classe dirigente non possono ispirarsi alla dottrina della successione apostolica. E la stessa scelta di essere “popolo” e non “partito”, in questa declinazione del tutto anomala che sta assumendo nel Pdl, non serve, in teoria, neppure ad evitare il rischio della degenerazione frazionista, che, Berlusconi regnante, è politicamente impossibile, ma che diverrebbe politicamente inevitabile se il Pdl non riuscisse nel frattempo a trovare un fattore di unità diverso dalla leadership berlusconiana.
Peraltro, in nessuna democrazia del mondo l’unità politica di un grande partito di governo si fonda sulla leadership intesa in senso “personale”, quanto piuttosto sulle regole, del tutto impersonali, che rendono un partito capace di costruire leadership, e di rinnovare la propria capacità di offerta politica. Insomma il passaggio dal leader che costruisce il partito al partito che costruisce le leadership è, anche per il Pdl, ineludibile. E per tante ragioni, non solo legate alla biografia e all’età di Berlusconi, non può essere rinviato. E temiamo che Berlusconi, anche per non sentirsene minacciato, debba guidare questo processo, sentirsene partecipe quanto (se non più) delle sorti del suo governo. Anche in questo modo farebbe il bene del Paese.
Certo, per tornare alla “metafora Lehman”, ci si può illudere che il Pdl sia too big to fail e si può continuare a giocare spregiudicatamente, con una “leva” sempre più lunga, col patrimonio politico berlusconiano. Ma il valore di questo patrimonio è destinato a diminuire e se non torna a “patrimonializzarsi” politicamente, anche il Pdl rischia il collasso.