– Forse è per l’imbarazzo di molti, nella comunità scientifica così come nella classe politica di mezzo mondo, che l’attenzione è distratta da un fenomeno dai riflessi a dir poco spiazzanti.
L’Osservatorio nazionale solare di Tucson, Arizona, registra da tempo una riduzione anomala delle macchie solari. L’andamento osservato è irregolare in quanto, dopo il minimo toccato tra il 2007 e il 2008, ci si aspettava una ripresa dell’attività solare, in vista di un nuovo picco, che verificandosi ogni 11 anni, sarebbe atteso per il 2012. Anche quest’estate, invece, dopo la comparsa incoraggiante delle macchie denominate “1024”, il Sole è tornato nuovamente privo di macchie. Nulla di imbarazzante, diranno i più, senonché, ci dicono gli astronomi, una debole attività magnetica del sole e quindi la comparsa di poche macchie solari può portare ad un abbassamento della temperatura sulla Terra. Tra il 1645 e il 1750 il ciclo solare non ebbe luogo toccando il cosiddetto “minimo di Maunden”, le macchie sparirono quasi del tutto e si ebbero gli anni più freddi della cosiddetta “piccola era glaciale”.

L’astronomo Vincenzo Zappalà, studioso del sistema solare e di asteroidi (porta il suo nome l’asteroide 2813 scoperto nel 1981) ritiene ci siano non poche probabilità che la Terra stia per andare verso un periodo di grande freddo. Aggiunge inoltre, dato di cui tener conto, che ciò trova parziale conferma nel “fatto che il riscaldamento sembra si sia praticamente bloccato a partire dal 1998”.
Certo, potrebbe trattarsi di un banale ritardo e il ciclo undecennale delle macchie solari potrebbe riprendere già nei prossimi anni. La pensano un po’ diversamente, tuttavia, due ricercatori americani, William Livingston e Matthew Penn, del citato National Solar Observatory di Tucson. Dalle loro ricerche (vedi qui e qui), infatti, condotte sulla base delle osservazioni effettuate dal 1990 al 2005, emerge un quadro di costante indebolimento, indipendente dal ciclo di 11 anni, dei campi magnetici responsabili delle macchie solari, che potrebbe condurre alla scomparsa delle macchie solari entro il 2015.

La teoria potrebbe non avverarsi, ma quanti ritengono, per una ragione od un’altra, che il clima subirà un raffreddamento anziché un riscaldamento potrebbero ben trovarsi nella condizione di chi alcuni secoli fa lottava contro la verità scolpita nella sabbia dal principio tolemaico. Può darsi che qualche genio della politica, letta da qualche parte la notizia, abbia già iniziato a ragionare sopra l’opportunità di istituire per decreto di nuove macchie solari per scongiurare una nuova possibile glaciazione. Di certo viene minata alla radice la convinzione che la riduzione delle emissioni di CO2 sia un obiettivo da centrare ad ogni costo per salvare l’umanità dall’inaridimento altrimenti inarrestabile del pianeta. E’ comprensibile il piacere che si prova nell’investirsi del compito di salvare il mondo. Resta da vedere se, appurato che la temperatura sulla Terra è destinata a diminuire, qualcuno trarrà le logicissime conclusioni che bisogna incentivare, con piani faraonici e investimenti nelle più inquinanti tecnologie riesumate dall’era sovietica, l’emissione di quanti più gas climalteranti possibili per contrastare timori di future glaciazione.

Le prime obiezioni al Kyotismo sono venute da chi ravvisava la scarsa incisività che possono avere gli strumenti volti a ridurre le emissioni di CO2 a confronto con le quantità di anidride carbonica presente nell’atmosfera. A queste, si aggiungono pezzi di comunità scientifica che, studiando fenomeni di diversa natura, producono effetti opposti a quelli presunti dai climatologi di Kyoto.
Si tratta di evidenti crepe in una logica, che pare giustificare un interventismo della politica globale e diffuso tra più livelli di governo, facendo appello a obiettivi e schemi che possono sfuggire sia allo scibile che all’azione dell’uomo.
Eppure la storia dell’economia insegna che è la necessità di competere con tecnologie sempre nuove e più efficienti (quindi pulite) a dar maggiori benefici all’ambiente. E soprattutto è la stessa storia giuridica ad affondare le radici del diritto ambientale nel diritto alla salute, quindi ad un ambiente salubre. Perciò, se su un interesse così semplice, concreto, verificabile come la tutela della salute, od anche sul diritto alla proprietà, estensibile al diritto di non veder deteriorata la qualità dell’aria sovrastante, può essere eretto un diritto ambientale solido, perché lanciarsi in missioni impossibili contrassegnate da dubitabili presupposti e mete incerte? Si rischia, così facendo, di edificare un colossale sistema di diritto ambientale globale (e, quel che è peggio, la sua credibilità) sull’argilla.