– A chi ama, rispetta ed ammira il popolo americano, non può non far piacere il cambio di direzione attuato in tutto il mondo nei confronti della Casa Bianca da quando a Pennsylvania Avenue siede Barack Obama. Avendo passato anni a “difendere” gli USA, possiamo solo essere contenti del fatto che quando giunge il Presidente non si metta a ferro e fuoco una città ma lo si accolga come merita. Tuttavia, noi non dimentichiamo quanti danni abbia apportato ad una corretta percezione degli Stati Uniti la character assassination perpetrata ai danni di Bush, anche perché non si è certo fermata con l’elezione di Obama: quando ci si annoia, ce la si prende con Bush. Una specie di “piove, governo ladro” mondiale. Questa pratica, la cui analisi andrebbe affidata a qualche psichiatra abituato a prendersi cura delle grandi fobie collettive, è oggi diventata un problema anche per chi da essa avrebbe dovuto trarre solo vantaggi, per comparazione. Esaurita la luna di miele con l’elettorato, durante la quale Obama ha comunque avuto modo di mettere in pratica le sue idee con un paio di bills da centinaia di miliardi di dollari e qualche viaggio di scuse in giro per il mondo, i sondaggisti americani evidenziano come più Obama si allontana da quanto fatto da Bush (che, a scanso di equivoci, chi scrive giudica tutt’altro che immune da errori), più aumentano i suoi problemi. Tanto più che, quando si è carezzata ed incoraggiata la costante leggenda per la quale tutto ciò che è stato fatto dall’amministrazione Bush è stato sbagliato, in malafede o anticostituzionale, appare difficile persino l’opzione-Clinton, ovvera una virata verso posizioni centriste più sinergiche alla maggioranza degli americani.

E’ qui che si vede la mancanza di esperienza di Obama e di molti dei suoi consiglieri. L’ultimo Presidente senza precedenti esperienze di Governatore o di Vice Presidente fu JFK. Da allora in poi, diversi sono stati i cambi di presidenza piuttosto bruschi: Carter prese il posto di un Ford azzoppato dal perdono presidenziale a Nixon, e in piena crisi per l’economia e gli ostaggi in Iran venne poi annientato elettoralmente da Reagan; Bush successe ad un Clinton uscito indenne per miracolo da un impeachment e dopo aver battuto nel modo in cui ricordiamo il suo vice Gore. Tornando più indietro, si pensi ad Eisenhower che prese il posto di un Truman a pezzi per la guerra di Corea. Eppure, nessuno di questi presidenti ha mai assistito così silente ed accomodante ad una palese e volgare umiliazione del suo predecessore. Nella successione alla Casa Bianca c’è una continuità nella rappresentanza del popolo che trascende le divergenze e in qualche modo unisce per un minimo comune denominatore tutti i predecessori: ciò dovrebbe valere soprattutto se chi entra nello studio ovale è diventato giustamente celebre per un magnifico discorso il cui money quote era “Non esistono gli Stati rossi d’America né gli Stati blu d’America. Esistono gli Stati Uniti d’America”.

Diventa difficile, nell’ottavo anniversario dell’11 settembre, giustificare coloro che lo chiamano “incidente”, o cedere al peggior politically correct ed ipocritamente rinominare la guerra al terrorismo come “overseas contingency operation”. Diventa difficile condannare le persone ed i metodi che hanno permesso il miracolo di contraddire tutti coloro, e non c’erano dissenzienti, che il 12 settembre si dicevano certi di non doversi chiedere “se” gli Stati Uniti sarebbero stati di nuovo attaccati sul loro terreno, ma semplicemente”quando”, “quante volte” e “con quante migliaia di ulteriori morti”. Diventa difficile fare a meno di quelle “extraordinary rendition” inventate da Clinton ed usate da Bush per la sicurezza nazionale. Diventa difficile rinunciare a Guantanamo, che è ancora lì, quando si passa a dover decidere come evitare di liberare pericolosi criminali per accontentare i pruriti di chi alza il ditino e manda a morire gli altri per sua difesa.

Diventa difficile continuare a tendere la mano a tiranni antidemocratici, come se si trattasse di ragionevoli leader dotati del consenso della loro gente mossi dal legittimo interesse nazionale e dal rispetto per diritti umani condivisi. La mano tesa di Obama nei confronti dell’Iran ha portato finora tre feedback: elezioni finite nel sangue, una totale chiusura sul nucleare, la nomina di un conclamato terrorista a Ministro della Difesa.
Diventa difficile continuare a condannare il surge in Iraq sul quale Obama votò contro, rivelatosi poi per sua stessa ammissione la strategia vincente. Diventa difficile, mentre il generale che ha la responsabilità della guerra “giusta” ti dice che lo stesso va fatto in Afghanistan, veder rinascere la pattuglia pacifista che vuole abbandonare gli afgani al proprio destino talebano, senza preoccuparsi di cosa accadrebbe poi a loro, a tutto il Medio Oriente, alla sicurezza nazionale che l’11 settembre ha pagato proprio l’approccio soft clintoniano alla minaccia di Al Qaeda, alla memoria dei militari americani caduti. Dalla Casa Bianca si capisce molto meglio quanto sia difficile condurre una guerra dovendo rispondere di ogni minuscolo passaggio ad una opinione pubblica che esce da anni di martellamento contro chi quella guerra la iniziò, e ad un sistema di media che così comportandosi avrebbe seriamente compromesso anche l’esito delle guerre mondiali.

Diventa difficile continuare a comportarsi come se chiunque lo abbia preceduto non sia stato in grado di fare ciò che Obama può facilmente portare a termine: che si parli di nuova percezione degli USA in giro per il mondo, di riforma sanitaria, di un diverso approccio al capitalismo, della lotta alle lobbies di Washington, di utilizzo delle energie rinnovabili… si perdono consensi se si trattano i predecessori come incapaci o inadeguati, peraltro vellicando le peggiori accuse da parte del proprio elettorato, dai sindacati ai movimenti più liberal, dalla stampa di sinistra a tutto quel mondo intellettuale che non perde mai l’occasione per fustigare la società americana esaltando modelli perdenti o illiberali. Diventa difficile persino giustificare le differenti posizioni che su diversi argomenti esistono nell’Amministrazione Obama, primo su tutti l’approccio verso l’Iran: accade sempre tra i consulenti ed i ministri di ogni Presidente, ma solo durante l’era di Bush è assurto tra i media al rango di “guerra senza precedenti”.

Diventa difficile anche proporre una riforma sanitaria affidandola ad un solo partito, e questo Obama sembra averlo capito dicendosi aperto a nuove idee (e comunque ora rischia di perdersi l’ala di sinistra estrema del suo partito che non vuole rinunciare alla sanità pubblica). Dubitiamo peraltro che il discorso al Congresso di due giorni fa possa soddisfare il popolo repubblicano che non si fida del big government né dei democratici.

Obama è dunque oggi stretto tra il mondo liberal deluso dalla sua obbligata frenata sulla strada della distruzione della tradizione vincente americana del ventesimo secolo, e una maggioranza di americani che non si rispecchia nell’estremismo democrat e che – se proprio deve – quando pensa ad un Presidente democratico rimpiange il pragmatismo centrista clintoniano. Si potrebbe riassumere tutto ciò col vecchio andare “chi è causa del suo mal, pianga sé stesso”, ed è in parte così.
Chi scrive ha un’enorme fiducia nelle capacità di cambiamento e rinascita della nazione americana, della sua società, del suo capitalismo individuale, fatto di cadute e risalite, di fatica e successo, di merito e fiducia in sé stessi. E così, continuo a credere che il vero change, da tanti auspicato durante la campagna elettorale, sarà quello che riguarderà Barack Obama, che da uomo dotato di intelligenza non comune, avrà modo di imparare a fare il mestiere di Presidente degli Stati Uniti d’America e non quello di leader di una qualsiasi socialdemocrazia europea.