Lo scontro politico tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Camera non farà male al Pdl. Potrebbe fargli bene, o potrebbe non fargli nulla – e questa sarebbe forse l’ipotesi peggiore. Se il Congresso dello scorso marzo ha costituito formalmente il Pdl, il suo atto di nascita politico potrebbe portare la data del 10 settembre 2009. Non serve più chiamare equivoci i dissensi, non è più necessario chiamare incomprensioni gli attacchi: né per chi attacca, né per chi si difende. Si può tranquillamente dire che non va tutto bene, proprio perché non va tutto male, e la rinuncia al silenzio e all’accomodamento non prelude alla congiura.

Non ci sono i barbari alle porte, non c’è più la Crisi con la maiuscola (rimane quella con la minuscola, che accompagna da 15 anni i bassi tassi di crescita della nostra economia), non ha più senso invocare un clima di emergenza permanente, che giustifichi la gestione eccezionale e puramente “governista” della discussione interna al partito. Putroppo non c’è un’opposizione concorrenziale e questa è una vera sciagura non solo per il centro-sinistra, ma anche per il centro-destra. Comunque, ora c’è tutto il tempo e il modo per scornarsi, per riconoscersi le ragioni e per rinfacciarsi i torti, per aprire i dossier su quello che sarà questo Paese nei prossimi decenni e per pensare il Pdl nel lungo periodo, quando le cose – giocoforza – non potranno iniziare e finire nelle cene del lunedì tra Silvio ed Umberto, e anche Fini, che non è Berlusconi e non intende diventarlo, non potrà affermare la propria leadership in modo berlusconiano, e non potrà giocare a fare l’uomo solo al comando.