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La partecipazione agli utili porta dritto alla cogestione. Intervista ad Adriano Teso

– Partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa. Non si tratta di una proposta nuova, se pensiamo che già il Congresso del partito fascista repubblicano l’aveva inclusa al punto 12 del Manifesto di Verona del 1943. Provocazioni a parte, questa volta il Governo sembra fare sul serio: “entro la fine dell’anno”, ha dichiarato Maurizio Sacconi. E’ da un anno circa che il ministro del Welfare pensa ad un provvedimento normativo che incentivi la distribuzione di una parte degli utili d’impresa ai dipendenti, e non gli è parso vero che il suo collega Tremonti abbia rilanciato con vigore la misura.
A fronte di un consenso politico trasversale particolarmente robusto, corroborato dalla disponibilità di Cisl, Uil e Ugl (non della Cgil, quindi), Libertiamo si trova nella spiacevole ma non inconsueta condizione di bastian contrario. Non sono pochi i dubbi che esprimiamo sulla misura, tanto che abbiamo deciso di seguire la questione nel dettaglio e – se necessario – di condurre una battaglia autenticamente liberale nei prossimi mesi, durante la discussione parlamentare sul provvedimento che l’esecutivo pare intenzionato a varare. Sulla faccenda abbiamo intervistato Adriano Teso, imprenditore, già sottosegretario per il lavoro e la previdenza sociale e socio fondatore di Libertiamo.
AT. Anzitutto c’è un equivoco di fondo: l’utile non è dato dalla produttività del singolo lavoratore, di un ufficio o di una data area organizzativa. L’utile è il risultato di un mix estremamente vario di fattori, sia interni che esterni all’azienda. Chi pensa che la partecipazione agli utili possa essere una leva significativa per l’aumento della produttività, si sbaglia di grosso, non conosce la realtà produttiva. Affinché un incentivo sia efficace, esso deve essere riguardare in modo specifico l’attività che il lavoratore svolge, non certo il risultato complessivo dell’azienda. E parlo anche nell’interesse degli stessi lavoratori.

PCF. D’accordo, ma come risponde a quanti sostengono che la partecipazione permetterebbe un miglioramento delle relazioni industriali, considerato da alcuni un asset fondamentale in tempo di crisi?

AT. Rispondo che, al contrario di quanto pensano costoro, la compartecipazione agli utili complica i rapporti tra proprietà e lavoratori e mette a rischio una gestione razionale e lungimirante dell’azienda. Le spiego: la formazione dell’utile è il frutto di una strategia complessa, fatta di scelte in materia di investimenti, di finanza aziendale, di tempi. Si può privilegiare il conseguimento di un utile a medio-lungo termine – magari investendo in ricerca e sviluppo – a scapito di un risultato di breve periodo, oppure si può pensare di fare esattamente l’opposto. In un caso o nell’altro, è chiaro che la partecipazione agli utili dei dipendenti rappresenta una variabile di complessità e di rischio ulteriore.

PCF. Insomma, da un lato ci si chiede come ovviare ai problemi di corporate governance del nostro sistema capitalistico, dall’altro li si vuole complicare… Da quel che ho capito, Lei è contrario anche alla proposta di mediazione di coloro che dicono: sì alla partecipazione agli utili, ma no alla cogestione sul modello tedesco.

AT. Guardi che la partecipazione agli utili conduce direttamente alla cogestione, soprattutto in un paese pieno di aziende di piccola e media taglia. Una follia, vero? E gli imprenditori, in tutto questo, vivono nella spiacevole condizione di vedere questi stregoni pasticciare a loro danno, intellettuali che non sanno nemmeno cosa voglia dire guidare un’azienda. A me pare che la proposta di partecipazione agli utili venga vista da qualcuno come una soluzione facile per un problema difficile.

PCF. Proporre soluzioni facili per problemi complessi: mi viene alla mente la parola “populismo”. Ma lasciamo perdere… Qual è il problema?

AT. I salari sono bassi, è inutile negarlo, ma la responsabilità è delle tasse e del sistema di contrattazione. Ma anziché puntare alla liberalizzazione contrattuale e ad una riduzione della pressione fiscale, da realizzare con una politica rigorosa di tagli di spesa pubblica, il Governo pensa di imporre alle imprese il pagamento di un ulteriore balzello. Questo è, se ci si riflette.

PCF. Il suo ragionamento è questo: per irrobustire i salari, bisognerebbe spostare la contrattazione a livello aziendale e…

AT. Scusi… individuale sarebbe meglio. Da un lato l’imprenditore-cliente, dall’altro il collaboratore-fornitore di servizi… qui ci vuole un cambio di mentalità vero… E poi, si abbia il coraggio di dire che è lo Stato ad espropriare il lavoratore di una parte importante del proprio reddito. Si veda la differenza di quanto all’impresa costa un lavoratore  e di quanto arriva a fine mese sul conto corrente di quest’ultimo.

PCF. Va bene… dicevamo: bisognerebbe riformare la contrattazione e ridurre le tasse. Tremonti e Sacconi, invece, pensano di risolvere il problema dei salari imponendo una nuova tassa mascherata sugli utili d’azienda. E poi, diciamocela tutta: la partecipazione agli utili dei lavoratori non “redistribuisce” risorse dal ricco e spietato padrone in favore dell’operaio. La misura colpirà piccoli e piccolissimi imprenditori e, per le società quotate, metterà l’uno di fronte all’altro il lavoratore e il piccolo risparmiatore, a sua volta lavoratore di un’altra azienda.

AT. Mi permette un’ultima considerazione?

PCF. Anche due…

AT. Mi chiedo: ma che bisogno c’è di legiferare su una cosa del genere? Qualcuno pensa che oggi sia forse vietato per un imprenditore far partecipare i lavoratori agli utili? Si dica chiaro e tondo che il progetto è quello di imporre la partecipazione e, in prospettiva, la cogestione. Ancora, è forse vietato oggi per un lavoratore diventare azionista dell’impresa in cui è impiegato?

PCF. Ha ancora una considerazione a Sua disposizione…

AT. E la sfrutto, allora! Di questa proposta, il Pdl non ha mai parlato in campagna elettorale. Per me questo vuol dire tradire gli elettori, in particolare quei milioni di italiani che continuano a votare il centrodestra sulla promessa della riduzione delle tasse.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

5 Responses to “La partecipazione agli utili porta dritto alla cogestione. Intervista ad Adriano Teso”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

    Una considerazione: sarò una dei pochi a chiedersi perchè tradiscono così il voto che gli ho dato?

  2. Simone Berti ha detto:

    Ottima la precisazione che l’utile aziendale è una grandezza economica frutto di tutte le aree gestionali dell’azienda e che la produttività del lavoro non trova correlazione diretta alla stessa grandezza…. un’ultima consierazione di basso profilo … ma lo sa Sacconi che tutte le PMI si arrampicano su tutti gli specchi per attenuare l’utile civile prima fonte per la determimazione del reddito fiscale per non essere massacrati dal fisco?

  3. Andrea de Liberato ha detto:

    Davvero una bellissima intervista.
    Magari con queste tasse mascherate qualcuno spera di arginare la spesa pubblica corrente fuori controllo.
    Ricordo con nostalgia la partecipazione di un vero liberale come Teso al Governo: erano, con tutta evidenza, tempi migliori.

  4. DM ha detto:

    Posizioni interessanti.

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  1. […] P.S. Non è un caso, tra l’altro, che Tremonti voglia introdurre meccanismi per favorire la “compartecipazione dei lavoratori agli utili di impresa”. Precisamente quanto era statuito dalla Costituzione “di sinistra” della Repubblica di Salò (da leggere anche quanto ha scritto l‘ottimo Adriano Teso). […]