– Sul caso Boffo, sulle sue premesse e sulle sue conseguenze si sono sprecate le posizioni terziste. Ad andare per la maggiore sono stati i richiami alla sobrietà, alla misura, alla convenienza. Sono talmente giusti, che non mi convincono. Non per semplice bastiancontrarismo. E neppure per faziosità e simpatia. Non tifo per nessuno di quelli che le opposte “curve politiche” osannano come campioni o insultano come reprobi dell’informazione nazionale.
Il d’avanzismo e/o il feltrismo non sono il genere di giornalismo che mi appassiona (anche se D’Avanzo e Feltri fanno alla grande il loro mestiere, e tanto di cappello − ma è per l’appunto quel mestiere).

Tra il modello di giornale-partito e quello di partito-giornale non saprei francamente quale buttare prima (i giornali di partito invece li adoro, ma sono un’altra cosa, e abbisognano di partiti che vogliano avere un giornale per discutere e scornarsi e non solo per fare la trombetta).
L’idea che tocchi ad un giornale (Repubblica) e non ad un partito (il Pd) difendere la trincea dell’opposizione anti-berlusconiana mi sembra insieme eroico (per Repubblica) e desolante (per il Pd). E mi appare alquanto deprimente che i giornali governativi siano impegnati pancia a terra a fare opposizione all’opposizione e al pezzo di maggioranza non “etnicamente” berlusconiana.
Insomma, in teoria, avrei proprio la complessione psichica del terzista e sarei nella disposizione morale e d’animo per iscrivermi al partito del “né con D’Avanzo, né con Feltri, né con Repubblica, né con il Giornale”.

Sarebbe tutto perfetto, se non mi suonasse intellettualmente inverosimile (e anche un po’ disonesta) l’idea che, da Noemi in poi, tutto il giornalismo italiano avrebbe potuto assistere con impassibile riserbo ad un caso che in tutto il mondo avrebbe suscitato un uguale scalpore, un uguale scatenamento mediatico, un’uguale morbosità gossippara e avrebbe comportato – à la guerre comme à la guerre – un contrattacco altrettanto scandalistico.
Non fingo di stupirmi per uno spettacolo prevedibile e previsto dal giorno in cui Veronica Lario denunciò all’Ansa il “divertimento dell’imperatore”.

Anche per questa ragione, a differenza di altri, ho molte perplessità sulla “politica della querela”, che da Palazzo Chigi hanno scelto di inaugurare. Perché chi partecipa del gioco pubblico dovrebbe riconoscere che, anche quando appaia giusto, non è mai conveniente tentare di “tradurre” uno scandalo politico in una diffamazione personale, affinché a pronunciarsi sia un giudice, nel nome del popolo italiano. Sugli scandali politici, il popolo si pronuncia diversamente, e come Berlusconi ha già avuto modo di apprezzare, è meglio, molto meglio che sia così.

Ovviamente ad innescare ulteriormente i fuochi artificiali della morbosità mediatica ha contribuito il fatto che lunga teoria di scandali privati di personaggi pubblici abbia coinciso con una stagione politica moralistica e querula, che, a destra come a sinistra, discetta di valori e vanitosamente se ne ammanta. A rendere invece molto meno pesanti per tutti (in primis per Berlusconi) le conseguenze delle botte da orbi che i protagonisti della tenzone continuano a tirarsi per via mediatica, è il fatto che in Italia il massimo del moralismo e il massimo dell’indulgenza e dell’auto-indulgenza morale riescono pacificamente a convivere, senza chiedersi reciprocamente ragione e senza darsi torto. Se questa attitudine del carattere nazionale e della morale “privata” degli italiani riveli saggezza o doppiezza è questione decisiva, ma meriterebbe tutto un altro discorso.

Non mi scandalizza né mi sorprende, dunque, che anche “questo” giornalismo (quello delle registrazioni dal lettone di Putin, e delle attestazioni para-poliziesche sulle inclinazioni sessuali del direttore del giornale della Cei) faccia – a pieno titolo – parte del sistema mediatico e della lotta politica. A volte mi può anche fare schifo o (peggio) apparirmi inutile e ozioso. Ma se da un giorno all’altro “questo” giornalismo sparisse mi preoccuperei, certo di vivere in un paese meno libero e meno sicuro. Anche le “iene-dattilografe” fanno parte dell’ecosistema politico. Se fossero sterminate per via politica o giudiziaria, l’equilibrio ambientale non ne guadagnerebbe. Anzi.