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Può un’idea moderna di Patria fondarsi sui valori della Costituzione? Sì, se…

– Il dibattito attorno alla questione dell’identità nazionale, aperto ormai da alcune settimane dall’intervento molto critico di Ernesto Galli della Loggia sulle manifestazioni previste per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, ha messo in luce quanto sia fortemente radicata negli intellettuali e negli osservatori italiani la percezione dell’esistenza di un sentire nazionale drammaticamente debole, sfilacciato, indifferente, che forse non ha mai davvero posseduto una significativa consistenza, ma oggi appare certamente se non moribondo, senza dubbio esangue. Sinceramente, abbiamo difficoltà a contestare questa visione.
Ma della gravità della situazione è indicatore anche la natura del dibattito politico. Le provocazioni della Lega, dal dialetto nelle scuole agli inni e le bandiere regionali da affiancare a quelli italiani, denunciano l’esistenza di un’ostilità del partito di Bossi all’idea di “nazione italiana”. Al tempo stesso, le timide reazioni provenienti dal governo, che prende le distanze, ma al tempo stesso minimizza, mostrano una sottovalutazione della gravità delle posizioni leghiste e del fatto che un partito di governo non perda occasione per manifestare il proprio attaccamento alla fantomatica nazione della «Padania» e per parlare con disprezzo («L’Unità d’Italia? C’è poco da festeggiare») dell’Italia.
Partendo dal dato di fatto di un Paese che per ragioni storiche non ha visto consolidarsi un forte sentimento nazionale, tra le azioni che possono essere intraprese al fine di recuperare almeno quel minimo di sentimento di appartenenza senza il quale difficilmente una comunità politica può pensare di sopravvivere come tale, vi è quella di incidere sul dibattito politico, sottraendolo alla sua mediocrità. Non si va molto lontano se si continua a pensare che gli insulti alla Patria siano derubricabili come sciocchezze da ragazzi (come fa parte della destra attuale) o, come invece usa a sinistra, se ci si limita a strillare sdegnati, senza essere in grado di contrapporre ai particolarismi e alle chiusure leghiste alcuna chiara idea di cosa sia e debba essere il sentimento nazionale (ma d’altro canto la sinistra italiana con l’amor di Patria non ha mai avuto molta consuetudine). Per questo considero di grande importanza le posizioni e le parole recenti di Gianfranco Fini ed in particolare l’interessante riflessione che ha affidato poco meno di due settimane fa alla testata on line formiche.net. Qui vi si ritrovano termini ed espressioni ormai caduti in disuso nel discorso pubblico: patto di cittadinanza, ethos civile, tensione ideale, spirito pubblico e destino comune, solo per fare alcuni esempi. Il riferimento è a quello spirito repubblicano che, ad esempio tra i nostri cugini francesi, svolge quella funzione così importante non solo di collante ma di motivo di adesione ad una comunità “in divenire”, all’interno della quale, insieme, si intraprende – anche –  un cammino comune.
Nell’intervento del Presidente della Camera il “patriottismo costituzionale” viene indicato come lo strumento per “promuovere un moderno sentimento di unità del Paese”.  Il patriottismo costituzionale, inteso come la fedeltà ad un ordinamento politico che trova la propria legittimazione innanzitutto nella volontà popolare, ha il pregio di promuovere un concetto di nazione “aperto”. L’appartenenza alla nazione non discende da un’appartenenza etnica o religiosa, piuttosto da una volontà e un amore verso il paese nel quale si è nati o che si è scelto. Nessuno all’interno di un tale orizzonte potrebbe affermare, come il quotidiano cattolico La Croix faceva alla fine del XIX secolo, che “un ebreo non può essere un francese”. In questo senso la nazione, se è il portato di un processo storico specifico, al tempo stesso si riveste di una dimensione “universalistica”, rimanda a valori che la nostra cultura considera appunto universali quali la libertà e la dignità dell’individuo e la vicenda storica che ha condotto all’affermazione della Patria viene letta, appunto, come l’affermazione di quei principi, dei principi di libertà e democrazia. Così, ad esempio, se l’elemento religioso (ed in particolare la presenza di una religione dominante come quella cattolica in Italia) in una prospettiva storica non può non essere considerato, pur con le sue luci e le sue ombre, parte significativa del cammino sociale e politico di un paese, esso non può divenire fattore discriminante di appartenenza alla comunità nazionale e nemmeno i suoi principi – se non nella misura in cui sono divenuti parte integrante di un diffuso idem sentire che trascende l’appartenenza ad una Chiesa – imposti all’intera comunità solo perché propri della confessione maggioritaria.
Di fronte al fenomeno dell’immigrazione, questa prospettiva diventa quindi fondamentale per potere, come ha scritto Fini, “far sentire l’Italia come Patria anche a coloro che vengono da Paesi lontani” e a questi ultimi si può legittimamente chiedere di “partecipare attivamente e lealmente alla vita collettiva, di fare propri i valori della Repubblica, di condividere gli obiettivi di fondo della nostra società e di contribuire alla loro realizzazione” anche attraverso la promozione “non solo della nostra lingua e delle nostre leggi ma anche della nostra storia”. Un patriottismo costituzionale e repubblicano, dunque, non può che essere un patriottismo liberale, nel senso che la sua vocazione a promuovere una società aperta non può che rifuggire ogni comunitarismo, in nome prima di tutto della tutela dei diritti individuali, anche dei nuovi arrivati che delle proprie strutture comunitarie possono essere vittime. Ma un patriottismo costituzionale e repubblicano dovrebbe anche avere gambe per camminare e la classe di governo dovrebbe allora preoccuparsi degli strumenti attraverso i quali promuovere l’educazione alla cittadinanza così intesa, a partire dalla scuola pubblica, che nei decenni della storia repubblicana ha progressivamente e colpevolmente abdicato a questa funzione.
Nel testo del Presidente Fini si fa riferimento alla nostra Costituzione, non solo come Legge fondamentale, ma anche come “Carta dei valori su cui si fonda la convivenza civile”. E’ forse questo il passaggio più problematico, perché, purtroppo, la nostra Costituzione da un lato promuove la libertà e la democrazia, ma dall’altro è in buona parte figlia di due culture altre rispetto al liberalismo, quella comunista e quella cattolica, che hanno condizionato il testo costituzionale ed in particolare la sua prima parte. Come è noto, infatti, tra i partiti della sinistra e la Democrazia cristiana si realizzò un vero e proprio “scambio” tra il Titolo II (Rapporti etico-sociali) riguardante la scuola e la famiglia e il Titolo III relativo ai rapporti economici. Inoltre, l’elaborazione di quella Costituzione –  che segnava l’uscita dalla dittatura, –  non solo ha visto quali protagonisti i due grandi partiti di massa (Dc e Pci), ma quegli stessi partiti si sono proposti quali principali strumenti di partecipazione alla vita democratica e dunque di coesione sociale, lasciando sullo sfondo il ruolo delle istituzioni liberali. Una prospettiva, questa, esplicitamente rivendicata da Giuseppe Dossetti che, come ricordava in un aureo libretto di molti anni fa Giorgio Rebuffa, in sede costituente sostenne che il rafforzamento del ruolo costituzionale dei partiti avrebbe comportato l’affermazione di un “indirizzo diverso della struttura formalistica della democrazia parlamentare” di cinquant’anni prima e dunque un rafforzamento della nuova democrazia.
Può un’idea moderna, repubblicana di Patria fondarsi sui valori della nostra Costituzione? Sì se si guarda a quanto di “liberale” e “universale” vi è nella nostra Carta, un po’ meno – molto meno – se ci si sofferma su principi specifici, così come quelli che aprono la porta a severe limitazioni del diritto di proprietà o propongono un’idea di famiglia molto angusta.  Tutto questo per sostenere che l’idea di patriottismo costituzionale  può essere un’idea forte e importante per avviare un recupero del nostro senso di appartenenza, ma non può servire (come tende a fare una parte della sinistra italiana) a trasformare in un idolo intoccabile un testo che, se da un lato deve essere rispettato sino a che è in vigore, meriterebbe un’approfondita revisione sia nella sua prima parte sia nella seconda. D’altro canto, l’uscita dalla dittatura e la nascita della Repubblica rappresentano un momento cruciale della nostra storia, ma hanno prodotto “esclusioni” e “divisioni” che solo ora cominciano ad essere superate. Forse, senza volere sottovalutare quel passaggio, potrebbe essere positivo per il nostro paese considerare seriamente quanto lo stesso Gianfranco Fini ha sostenuto, ovvero che “il Patriottismo costituzionale, nazionale e repubblicano è inseparabile dall’ideale democratico e sociale che rimanda alla storia stessa del Risorgimento” e rivalutando la lunga strada percorsa verso l’indipendenza (senza timore di incorrere nella “mitizzazione” poiché ogni nazione si basa anche sul mito) approfittare della ricorrenza dei centocinquanta anni dell’Unità d’Italia per fare del 17 marzo 1861 festa nazionale.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

8 Responses to “Può un’idea moderna di Patria fondarsi sui valori della Costituzione? Sì, se…”

  1. DM ha detto:

    Professoressa, ottimo pezzo. Complimenti

  2. Livio Verderio ha detto:

    Ottimo. Argomentazioni che bisogna divulgare.

  3. Alberto Scarcella ha detto:

    Insomma ancora retorica. Non è molto più funzionale eliminare completamente quanto c’è di mitico e di inesistente e affrontare la questione cinicamente? Senza favole? Tanto alla fine al minimo problema le storielle crollano e volenti o nolenti si arriva al nocciolo della questione: money. Per i lavoratori, dal netturbino al professionista, per gli impiegati dello stato, per i disoccupati e per gli immigrati. Si tratta di risorse e di come entrarne in possesso e assicurarsi la sopravvivenza ed un tenore di vita soddisfacente per se stessi. Niente di più. Queste esortazioni al “sentimento nazionale” e a tutte le altre balle servono solo a ritardare il traguardo finale.

    Mi sembrano il piagnisteo di un idealista nel dormiveglia che cerca di ritardare il risveglio perchè teme di non trovare la colazione pronta. Perdonate la metafora.

  4. Sofia Ventura ha detto:

    Non vi è comunità politica che possa sopravvivere senza un comune sentimento di appartenenza e una “retorica” condivisa. Pensare di ridurre le complesse relazioni tra individui e gruppi di un paese agli interessi materiali è ancor più velleitario (e storicamente erroneo) che contare sulla forza dei miti.

  5. Alberto Scarcella ha detto:

    “Pensare di ridurre le complesse relazioni tra individui e gruppi di un paese agli interessi materiali”…

    :D È esattamente quello il movente: l’interesse. Che può essere materiale o emozionale. Sbaglia chi considera l’interesse solo come materiale. C’è chi ne è consapevole e chi non ne è consapevole e continua ad autoingannarsi spiegandosi la realtà con mille motivazioni tranne che con quelle reali. La verità è che tutto ciò che è convenzione umana non ha fondamento in natura e non può essere preso come un valore assoluto.

    Quanto all’erroneità storica, nella storia nessuno ha provato a spiegare alla gente come stiano le cose, nella maniera più cruda e brutale, ossia realista. Ma la storia stessa è un calderone di puttanate ideologiche: miti, religioni, leggende, teorie dei diritti inesistenti, tutte impalcature retoriche per mascherare la realtà dei fatti: l’accaparramento di risorse tramite l’uso spregiudicato della forza bruta e l’inseguimento dei propri sogni di potere personale, della soddisfazione del proprio ego, consistente nel dominio fine a se stesso o nell’imposizione della propria visione ideologica. Che è un interesse personale.
    E il paternalismo, la Propaganda usata come anestetico, per velare gli occhi delle persone temendo che queste non siano in grado di reggere l’impatto con la realtà. Ma affrontare la realtà è il primo passo per accettarla. E non c’è niente di male nel dire le cose come stanno. Chi promuove ideologie e miti retorici, con linguaggi edulcorati, richiamo a sentimenti inesistenti e via dicendo lo fa più per amor di se stesso che per gli altri. Per affermare la sua capacità di trascinatore e di oratore. Puro esercizio di stile formale. La verità è la realtà. E la realtà è brutale, per niente gentile.

    Aggiungo poi che non provo e non desidero provare nessun “senso di appartenenza” ad una presunta comunità dove il sentimento prevalente è l’invidia, dove la stragrande maggioranza delle persone non capisce un tubo di quanto gli accada intorno ed in barba a tutti i proclami sulla solidarietà, la “società” ecc. ecc. nei fatti pensa soltanto al suo interesse, che consiste nell’ottenere l’emolumento dallo stato, pagato dagli altri. Accaparramento di risorse economiche. Stop. E zero lungimiranza, nè da parte dei cittadini comuni, nè da parte di chi si mette in testa di “guidarli”, e decidere per loro.

    In definitiva i proclami di Fini mi fanno sganasciare dal ridere. È solo un altro pifferaio, il fatto che stia cambiando canzone non altera il suo modo di suonare.

    Non si offenda per la mia veemenza, è che noto poca lucidità in tutti i discorsi imperniati sull’inesistente. La realtà quotidiana delle persone non è fatta di ideali poetici o politici, è fatta di conti in tasca, lavoro e quando è possibile svago. La stragrande maggioranza della gente non capisce nulla di politica perchè non se ne interessa, e non le si può dare torto alla fin fine. Chi ha voglia di avvelenarsi il sangue a leggere chili di libri dopo 8 ore di lavoro? È uno sforzo che pochissimi sono disposti a fare, e di questi pochissimi solo una piccolissima parte capisce in pieno quello che legge.

    Alla fine dei conti chiunque si metta a fare politica è un socialista esaltato. Qualunque cosa creda di essere.

  6. italo ha detto:

    Homo sum… diceva una celebre massima e riassumeva il limite e la grandezza di ciò che proviene dagli uomini che, essendo moltiplicabili e assai animati, devono per forza coesistere schiacciati in una sfera dalla forza di gravità!
    Questo è l’unico atto di forza: la convivenza.
    La sfera è rotonda in ogni lato e prima o poi ci si incontra tutti…
    La convenienza invece si può scegliere, e a questo dovrebbe servire la politica vera, in quanto scienza.
    Purtroppo presuppone intelligenza, passione, buoni propositi (come nell’ambito del diritto e della legalità) e una gestione degli interessi collettivi o meno in ogni ambito.
    Le utopie e le società perfette, i miti e le ideologie devono esserci perchè ne sono gli ingredienti alchemici senza i quali prevarrebbero o il mero uso brutale della forza o il piattume apatico anticamera dell’estinzione.
    Ogni idea o genialità è un astratta proiezione che necessità di concretizzarsi nella realtà… l’ideologia non è da meno: è la prospettiva per un nuovo orizzonte, una frontiera da scoprire, una bandiera da piantare, un totem da elevare.
    In Italia ne abbiamo viste e provate di tutti i colori, fra guerre, invasioni, autoflagellazioni e difficoltà di ogni sorta nella storia.
    Ci mancava pure l’eterna antinomia de “la destra” e “la sinistra”…
    Il fatto che nemmeno siamo capaci di ricordarci un minimo di essere un popolo, in un territorio, con una lingua in certi frangenti è a dir poco disarmante… peggio del mito di colei che non s’accorse di stare già in paradiso, cercando frutti miracolosi o proibiti dai serpenti!
    Ma per ovviare a questo non servono altri conflitti ma nuovi sguardi, non lauree ma buon senso, non leggi ma idee, non imprenditori ma coraggiosi.
    Per questo chi seguita ad essere ipocritamente “italiano”, “democratico”, “globalizzato”, “multiculturale e interdipendente” è un cieco e sprezzante parassita che intossica l’ambiente in cui giace.
    Pensasse solo un istante a tutte quelle moltitudini di morti anche solo per liberare o difendere 1 solo metro di questo territorio, dai piemontesi agli alpini, dovrebbe sotterrarsi di vergogna e ignoranza per l’eternità!
    Purtroppo (e per forutna) i morti non possono vendicarsi…

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  1. […] delle Acli e scrivere editoriali su Formiche (qui ci viene spiegato dottamente cosa sia il nuovo patriottismo costituzionale finiano e qui si commenta), rifugiandosi poi nel “formalismo peloso”, direbbe Campi, […]