– Diventa sempre più difficile parlare di determinati argomenti senza correre il rischio di essere fraintesi, di venir automaticamente inseriti in uno schieramento piuttosto che in un altro, quasi che una posizione escluda automaticamente l’altra.
L’aggressione ai danni dei due ragazzi omosessuali, avvenuta a Roma nella notte fra venerdì e sabato scorso, rappresenta un atto ignobile, intollerabile, al quale le istituzioni tutte devono fornire la massima attenzione. La deriva pericolosa che il paese sembra aver preso su questi argomenti non può che preoccupare.
Così come preoccupano – e molto – i comportamenti di alcuni magistrati, i quali assumendo atteggiamenti difficilmente comprensibili e, cosa ancor più grave, altalenanti e contraddittori alimentano un clima di confusione che certo non contribuisce a pacificare un clima già rovente.È fuori discussione che i giudici nello svolgimento del loro ufficio non debbano, o in teoria non dovrebbero, agire prestando attenzione all’ambiente che li circonda, proprio in forza di quella indipendenza costituzionale che li fa soggiacere solo alla legge. Allo stesso modo però è innegabile come ad azioni in alcuni casi singolari corrispondano reazioni scomposte proprio perché non comprese.
Le decisione da parte dei giudici della Procura di Roma di denunciare a piede libero il presunto aggressore, personaggio già noto alle forze dell’ordine e meglio conosciuto con il “rassicurante” soprannome di “Svastichella”, era apparsa da subito difficile da capire alla luce del concreto pericolo di fuga dell’indagato e soprattutto in relazione alla pericolosità sociale di un soggetto già destinatario di diversi provvedimenti penali. Eppure il giudice nella sua discrezionalità aveva preferito soprassedere procedendo nei confronti dell’uomo libero.
Nei giorni successivi però il capovolgimento della situazione: dopo polemiche fortissime verso i giudici e dopo aspre critiche mosse in primo luogo dal Sindaco di Roma, il Gip è tornato sui proprio passi emettendo, su impulso della Procura, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.
Tutti felici e soddisfatti dunque, ora che finalmente il pericoloso indagato ha avuto quello che meritava.
Purtroppo, però, ancora una volta si assistito – almeno questo è il forte sospetto – ad una magistratura troppo incline ad assecondare gli umori di piazza, siano essi dell’opinione pubblica o delle altre istituzioni dello Stato.
Non si vuole discutere nel merito del provvedimento di carcerazione che peraltro, viste le condizioni, appare più che giustificato, quanto dell’operato di certi giudici che troppo spesso e repentinamente prendono decisioni diametralmente opposte tra loro sull’onda dello sdegno popolare.
La magistratura, proprio per la delicatezza dei comportamenti che si trova ad assumere, dovrebbe agire in piena indipendenza, indipendenza tutelata in maniera solida dalla stessa normativa ordinamentale che il legislatore costituzionale ed ordinario ha inteso apprestare, tutelandola da indebiti condizionamenti che – sovente in buona fede, come nel caso specifico – settori dell’opinione pubblica tendono ad esplicare.
Un comportamento siffatto può diventare molto pericoloso perché assoggetta una funzione dello Stato agli umori di piazza che nella maggior parte dei casi sono molto pericolosi.
Per fortuna in questa situazione il cambio di rotta ha messo d’accordo tutti e ha tutelato un povero giovane finito suo malgrado in un letto d’ospedale a lottare per la vita; ma cosa sarebbe successo se le pressioni esterne avessero condotto ad una scelta impopolare e magari palesemente sbagliata?
Assumere posizioni anche criticabili o controverse e per questo subire attacchi di ogni sorta fa parte del ruolo di un magistrato che deve comunque perseverare nel suo operato anche a costo di difendere una posizione isolata. L’incondizionabilità è un corollario dell’indipendenza.
Come dire, a ciascuno i propri compiti e ruoli: all’opinione pubblica quello di criticare e protestare in maniera sacrosanta contro provvedimenti ritenuti ingiusti, alla magistratura però quello di proseguire sulla propria strada.
In caso contrario il verificarsi di sovrapposizioni di ruoli è un rischio troppo pericoloso che qualsiasi democrazia matura non può permettersi di correre.