Categorized | Partiti e Stato

Agli amici di Libertiamo, una riflessione da repubblicano

– La crisi della politica – di cui tanto si è parlato in quest’ultimo anno – è più che altro decadenza dell’individualismo politico. Sembrerebbe che l’apice dell’individualismo fosse oggi la regola, ma invece mi pare di scorgere segni di scadimento.

Dall’entrata in scena di Berlusconi in poi, la maggior parte dei partiti di opposizione e maggioranza ha utilizzato strategie di comunicazione politica incentrate principalmente sulla figura carismatica del leader di partito. Lo hanno fatto a tal punto, che soggetti come PD, UDC e IDV copiando Berlusconi, hanno provveduto ad inserire il nome del proprio leader nel simbolo del partito. Una personalizzazione ingiustificabile se si pensa alla funzione di indirizzo che dovrebbe svolgere la politica. Non è un caso che la sfiducia dei giorni nostri sia per lo più indirizzata alle persone più che ai partiti. La leadership che si è affermata ai giorni nostri sembra fondarsi principalmente sulla capacità di risolvere i problemi nell’immediato, sul possesso di competenze o di uno staff di persone altamente competenti a comunicare e gestire le emergenze, più che a condurre le istituzioni del paese. Lo stesso risultato di Berlusconi del ’94 fu il frutto di una comunicazione fondata sulle competenze dell’uomo, sulla sua capacità e pragmaticità imprenditoriale.

E’ proprio in questo clima che la tradizione politica e la struttura ideologica del Partito Repubblicano può acquisire nuovo vigore. Un’ideologia “plastica”, in grado di adattarsi alle diverse situazioni congiunturali e al tempo stesso capace di proporre una visione di società a cui tendere.

Ogni giorno passato dal 1948 ad oggi ci ha permesso di prendere consapevolezza del fatto che la democrazia non è stato il punto di arrivo della nostra società ma quello di partenza. Le lotte democratiche per i diritti civili sono guerre quotidiane che vanno combattute con tutta la voce in corpo e tutto l’intelletto di cui disponiamo. Le conquiste democratiche sono da intendersi come rinvigorimento e non come degenerazioni para-anarchiche. E’ necessario avere una visione “religiosa” del progetto politico di cui siamo portatori. In che senso? Nel senso di un progetto in cui la rivelazione – intesa come raggiungimento di un macro/micro obiettivo politico – sia da intendersi come ri-velazione ovvero come madre di un rinnovamento ideologico a cui tendere. In assenza di questa plasticità della religiosità ideologica è difficile che un progetto politico come il nostro possa prosperare.

Qual è allora l’Italia per cui questo PRI deve battersi?

E’ un’Italia in cui il riconoscimento dei diritti civili sia il più ampio possibile. In cui le coppie di fatto siano riconosciute come realtà di fatto e di diritto. In cui la diversità sia valorizzata a tal punto da non farci sentire diversi. Un’Italia in cui chi fa politica sia di esempio ai cittadini. In cui la class action non sia solo oggetto di studio nelle università ma anche istituto da attuare nei tribunali. In cui la burocrazia non permetta allo Stato di avere sempre il coltello dalla parte del manico. In cui la tecnologia e la ricerca ci permettano di contribuire al benessere globale. In cui nessun gruppo economico possa fare cartello a svantaggio dei cittadini. In cui la consapevolezza dell’identità permetta al cittadino di aprirsi positivamente ad altre culture. In cui più che togliere i crocifissi dalle scuole si possano aggiungere mezzelune, stelle di Davide o immagini del Buddha. In cui si possa credere in Dio e in uno Stato laico. In cui gli autobus non siano dei carri bestiame ma delle valide alternative alla propria autovettura. In cui i sindacati, più che tutelare gli interessi dei propri iscritti, pensino anche a quelli delle generazioni future. In cui la pena venga scontata dal primo all’ultimo giorno. In cui il carcere abbia una funzione rieducativa e non esclusivamente punitiva. In cui la politica sia una cosa di tutti e non di pochi. In cui il consenso si fondi sulla consapevolezza del cittadino e non sulla sua presunta ignoranza.

Retorica? Sono consapevole di quanto questa visione ideale sia difficile da realizzare, ma sono altrettanto consapevole della necessità di avere un’idea di società a cui tendere, una metà senza la quale il nostro cammino politico equivarrebbe esclusivamente ad un vagabondaggio.


Autore: Vito Kahlun

Responsabile delle Politiche Giovanili del Partito Repubblicano Italiano, consultore della comunità ebraica di Roma, opinionista de "La Voce Repubblicana" e vicepresidente della Onlus Ben Yehuda

One Response to “Agli amici di Libertiamo, una riflessione da repubblicano”

  1. A.M.Colonna ha detto:

    Sottoscrivo in pieno le parole di Kahlun. Sarebbe bello se il centrodestra riuscisse a fare un po’ più sue le idee presenti su questo sito e riflessioni come quella del nostro amico repubblicano.

Trackbacks/Pingbacks