La Consob e quei sussidi mascherati alla stampa

– Il presidente Cardia ha purtroppo vinto la sua battaglia: dopo che ha minacciato di andarsene dalla Consob, è stato ripristinato l’obbligo di comunicazione sui giornali delle informazioni sulle società quotate. Un favore agli editori mascherato da servizio di pubblica utilità.
Come Alberto Sordi che diceva “…Oppure vado al Colosseo e me butto de sotto”, così Lamberto Cardia ha minacciato lo scorso 27 giugno il gesto folle delle dimissioni. E’ infatti un po’ una scenetta alla Alberto Sordi quella che ha visto di recente protagonista il presidente della Consob, che da tempo siede in prorogatio (quasi) sine die sulla poltrona della vigilanza di Piazza Affari. Il motivo di un minaccia così forte (soprattutto in Italia, dove l’istituto delle dimissioni è alquanto in disuso) risiede in una polemica che da un po’ il presidente di Consob portava avanti nei confronti degli altri commissari, discussione che si trascinava da mesi relativamente all’ obbligo di pubblicazione delle comunicazioni riguardanti la vita delle società quotate e delle compagnie di gestione del risparmio. La Consob, nel recepire la direttiva europea “Transparency”, aveva deciso che gli avvisi societari – ad esempio convocazioni di assemblee, prospetti informativi, pubblicità di documenti contabili e la quotazione dei fondi comuni – dovessero avere Internet come mezzo di diffusione principale. Ogni documento per il quale sussisteva l’ obbligo di pubblicazione sulla carta stampata avrebbe avuto tempi di “migrazione” sulla rete diversi. La decisione avrebbe avuto un preciso risvolto economico: avrebbe significato la fine della pubblicazione sulla cosiddetta stampa specializzata (Il Sole 24 Ore, Milano Finanza, Finanza e Mercati, per fare alcuni nomi) di questi avvisi, con conseguente perdita degli introiti che a questa stampa derivavano. Un sussidio bello e buono ai giornali che passa sotto forma di obbligo di informazione, assolutamente inutile tra l’altro: qualcuno di voi ha mai sottoscritto un aumento di capitale perché convinto dalla lettura del prospetto informativo pubblicato sul Sole? Qualcuno di voi è stato per caso avvertito dell’imminente assemblea di Telecom dalle pubblicità su MF, e non dagli articoli di giornale che la preannunciavano o dalla sua (eventualmente) buona memoria? Insomma, l’obbligo di pubblicità è un orpello inutile che poteva benissimo essere eliminato con l’utilizzo delle nuove tecnologie.
E invece no. Non appena il pericolo che il regolamento venisse posto in attuazione è diventato serio, è cominciata la pressione della Federazione italiana degli editori di giornali (Fieg), la quale ha messo in atto una serie di tentativi per ritardarne l’attuazione. Con motivazioni che sfioravano il ridicolo: “Internet non è appannaggio di tutta la popolazione, visto che solo il 40 per cento degli italiani possiede una connessione”, facevano sapere gli editori. I quali, però, si dimenticavano di ricordare che secondo i loro stessi dati a leggere un quotidiano in Italia è solo il 9 per cento della stessa popolazione.
L’Assonime (la rappresentante delle società quotate) ha svolto il suo lavoro di contro-lobbying e il provvedimento è passato. Ma a quel punto è arrivato Alberto Sordi, pardon: Lamberto Cardia. Il presidente ha annunciato che si sarebbe dimesso, invitando piuttosto rumorosamente il governo a intervenire nella questione con una legge che annullasse la decisione degli altri commissari. I motivi che hanno spinto Cardia alla mossa sono chiari e semplici: la stampa, tanto vituperata per la sua incapacità di influenzare il grande pubblico a causa della sua scarsa diffusione, è però ancora molto letta dalla classe dirigente del paese. E si sa, avere una “buona stampa” può essere decisivo per i personaggi che ricoprono ruoli istituzionali, specialmente quando quei ruoli, dopo una proroga contestata, sono ormai in scadenza. Cardia si dimette, il governo respinge le dimissioni e subito dopo vara un decreto apposito per ripristinare l’obbligo tolto il 31 marzo scorso. Nell’attesa che il tutto torni come mamma Fieg vuole, per eccesso di zelo il 18 agosto la Consob ha introdotto un regime transitorio per riportare sulle testate a diffusione nazionale la pubblicazione degli annunci. L’ intervento ha carattere transitorio “in attesa di una revisione organica – chiarisce l’ autorità guidata da Cardia – della disciplina di settore, che sarà possibile solo al termine della consultazione con il mercato”. Con un piccolo particolare che nota Alessandro Penati su Repubblica di Ferragosto: nella fretta legislativa che prende soltanto chi deve rispondere agli ordini il più rapidamente possibile, il decreto legge impone “la pubblicazione tramite carta stampata” a tutta l’informativa obbligatoria che riguarda le società quotate. Ovvero, in punta di legge, non solo agli annunci di assemblea, ma anche, ad esempio, alle note che Consob impone di emettere alle aziende che sono oggetto, ad esempio, di indiscrezioni di stampa. Ecco quindi che, parlando per assurdo, a questo punto alla stampa converrà ancora di più pubblicare notizie price sensitive, anche se infondate, sulle società quotate: così, per smentirle il giorno dopo, queste potrebbero dover comprare una pagina del giornale che l’ha pubblicata.
Non è la prima volta che Cardia si dimostra non troppo in sintonia con i suoi commissari. Era già successo quando il presidente aveva sollecitato “a titolo personale” il governo ad abbassare dal 2 all’1% la soglia entro la quale è obbligatorio comunicare al mercato il possesso di azioni di una società. Una mossa che rende così il nostro listino di Borsa ancora più controllato e assicurato, contro quei noiosi alfieri del libero mercato. E che va in aperto contrasto con le posizioni di Antitrust e Banca d’Italia. Ma tutto questo non importa: un favore alla Fieg oggi, un piacere ad Assonime domani ed ecco che Cardia sarà pronto, una volta uscito da Palazzo Mezzanotte, ad un altro incarico. Altrimenti? Altrimenti “vado ar Colosseo e me butto de sotto!”.


Autore: Alessandro D'Amato

Nato a Roma nel 1976, è giornalista professionista e collabora con Liberal e con l'Adn Kronos; è direttore responsabile di www.giornalettismo.com.

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