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L’eutanasia era un’idea generosa, ora è solo una brutta parola

– La parola “eutanasia” sta ormai abbandonando il campo semantico che le era proprio, e che copre le aree di significato relative alla cura pratica e morale dei morenti.  Se la parola oggi evoca prima l’immagine del tribunale che quella del capezzale, prima il caso giudiziario che il problema morale legato alle nostre responsabilità rispetto all’altrui morire, forse bisognerà prenderne atto.

A nulla – temo –  vale rifugiarsi nella origine storica e nella forza etimologica della parola, che esige un buon morire per il morente e una valutazione partecipe del suo interesse umano, e non autorizza (e a dir la verità neppure evoca) un uso selettivo, eugenetico o “efficientistico” della morte come forma di igiene del mondo e dell’umanità.
A nulla vale neppure che, anche oggi, chi esplicitamente chiede la legalizzazione dell’eutanasia attiva si riferisca esclusivamente a quella “volontaria”, visto che secoli di evoluzione della dottrina e della sensibilità deontologica hanno saggiamente consigliato di ancorare la valutazione dell’interesse del paziente a ciò che egli intende come tale, e dunque alla sua volontà dichiarata. L’eutanasia non volontaria è espressione logica e culturale di quel “paternalismo medico” che giustifica la subordinazione del paziente al medico nella determinazione delle scelte di cura. Da questo punto di vista l’“eutanasia di Stato”, burocraticamente amministrata da una classe medica “indipendente”, è uguale e contraria alla “cura di Stato”, che i medici somministrano esercitando il potere, loro delegato dall’autorità pubblica, di difendere la vita contro la volontà dei viventi.

In questi giorni, i media hanno discusso dell’ennesimo caso di “eutanasia”. Un’infermiera torinese, secondo la denuncia di un medico del reparto presso cui lavorava, avrebbe praticato un’iniezione letale ad un paziente in coma irreversibile, in seguito ad un tentato suicidio.  E avrebbe poi candidamente “rivendicato” il suo gesto: “Gli ho dato una spinta”. L’infermiera nega, dice di essersi limitata a somministrare al paziente una dose extra di calmanti, per garantirgli un’effettiva sedazione, secondo una prassi comune nei casi in cui l’osservazione faccia ritenere che la posologia prescritta non sia sufficiente a risparmiare al morente le gravi sofferenze del morire. L’autopsia, in attesa degli esami tossicologici, conferma che la morte del paziente è comunque “compatibile con l’evoluzione clinica sfavorevole” di un quadro compromesso da una grave “insufficienza multi-organo”.

In questo caso si danno tre possibilità: è possibile, in primo luogo, che la morte del paziente sia indipendente dal sovradosaggio del farmaco da parte dell’infermiera. Oppure, se esistono elementi per concludere che il sovradosaggio abbia (o possa avere) anticipato la morte del paziente, delle due l’una: o si tratta di uno di quei casi in cui le pratiche adottate per lenire le sofferenze dei pazienti terminali comportano una abbreviazione della vita residua –  e si tratta di pratiche considerate lecite anche in ambito ecclesiale (Catechismo della Chiesa Cattolica − paragrafo 2279) – oppure il sovradosaggio del sedativo è da considerarsi alla stregua di una pratica esplicitamente finalizzata a “uccidere” il paziente.

A rigore, nel primo e nel secondo caso potremmo parlare di eutanasia, nel terzo no, essendo l’eutanasia non volontaria una “categoria” che resiste, almeno nel nostro paese, solo nelle classificazioni dottrinarie e non nelle rivendicazioni politiche. Esiste e viene evocata a significare ciò che nessuno vuole, non ciò che qualcuno chiede. Invece i media, spinti da una politica che anche in questo caso ha preventivamente vinto la guerra delle parole per meglio combattere la guerra delle cose, fanno esattamente il contrario.  L’attenzione partecipe alla sofferenza del morire, l’uso dei farmaci per lenirne l’intensità, non sono nulla e “eutanasicamente” non rilevano. L’omicidio del non consenziente diventa invece eutanasia. Insomma, l’eutanasia non è l’eutanasia, il “buon morire”, ma l’iniezione letale, cioè un cattivissimo uccidere.

Il paradosso, dunque, è che questo sospetto caso di eutanasia sarebbe davvero tale solo se fosse smentito, e cesserebbe di essere tale se fosse confermato. Grande è la confusione sotto il cielo bio-politico, ma la situazione non è eccellente.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

5 Responses to “L’eutanasia era un’idea generosa, ora è solo una brutta parola”

  1. Lucio ha detto:

    Non so, Carmelo, per quanto ragionevoli siano le tue tesi, non mi fido. Sarà anche etimologicamente dolce, ma la parola eutanasia mi pare sempre l’anticamera della discrezionalità sulla vita di un paziente, un modo per allontanare dagli occhi dei “vivi”, dei “sani”, la sgradevolezza della vista del dolore e della sofferenza.

  2. Silvana Bononcini ha detto:

    Eutanasia significa ” dolce morte ”

    Io vorrei poter decidere per me se mi servisse!

    Ma la nostra classe politica ha perso ogni ben dell’intelletto, e da amica di Piero dico che per fortuna non vede tutte queste meschinità, tutta questa ipocrisia, tutta questa crudeltà|

    La foto è esplicativa…..
    :-(

  3. Carmelo Palma ha detto:

    Lucio, hai ragione a temere (la temo anch’io) una deriva “olandese” dell’eutanasia, un uso pietistico e efficientistico del paternalismo medico.
    Ma a me interessava sottolineare come un termine che esprime una sollecitudine moralmente umanistica, non necessariamente legata a favorire o a consentire una morte “prematura”, sia divenuto sostanzialmente sinonimo dell’atteggiamento contrario.
    Bisognerà arrendersi, perché l’uso comune di una parola ne detta il significato, ma l’eutanasia non è “l’omicidio del consenziente”.

  4. Andrea de Liberato ha detto:

    Il caso specifico potrebbe addirittura configurare un caso-limite di paternalismo medico (“cattivissimo uccidere”), ma è la naturale conseguenza dell’eutanasia selvaggia che si applica in questo Paese, quotidianamente (come, del resto, candidamente sembrerebbe ammettere l’infermiera), senza alcun tipo di regolamentazione.
    Con due sicure conseguenze: a) il classismo: nel senso che, nei casi limite più sfortunati, solo gli abbienti possono permettersi costose peregrinazioni all’estero, mentre tutti gli altri rischiano di essere condannati a un infernale residuo di esistenza; b) la mancata tutela, in un quadro normativo preciso del cittadino, con tutti gli abusi che ne potrebbero conseguire e ai quali spesso non si pensa.

  5. Alberto Scarcella ha detto:

    Quando qualsiasi concetto e definizione viene distorto e filtrato da preti e politici loro amici il risultato è questo. Anche il semplice concetto di egoismo, istinto e sentimento perfettamente naturale ed alla base dell’agire umano ha preso una valenza negativa, grazie al lavaggio del cervello secolare di socialisti religiosi ed atei, che con tutta la loro etica e la loro morale si sono dimenticati della REALTÀ.

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