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L’Afghanistan al voto: la democrazia versa inchiostro, i talebani sangue

Alle presidenziali di cinque anni fa avevano votato sette afgani su dieci. Domani potrebbero recarsi ai seggi meno della metà di loro. La situazione politica del paese sembra replicare, in chiave democratica, la stessa logica tribale che ha condotto per secoli i destini di questi genti. Clan etnico-religiosi, signorie guerriere e cartelli criminali condizionano le scelte di molti candidati, a partire da Karzai. Un paese, che, come scrive oggi Alberto Negri sul Sole 24 Ore, non è uno Stato, ma al massimo uno “stato delle cose”, rischia che i codici dell’organizzazione tribale siano semplicemente “risciacquati” nell’acqua democratica e legittimati come strumento di dominio degli uomini e, soprattutto, delle donne sottoposte alla loro giurisdizione.

Malgrado tutto, gli oltre 1300 militari occidentali morti in Afghanistan dal 2001 (tra cui 14 italiani) non sono caduti invano, posto che il valore di questo sacrificio venga giudicato in base ai criteri che ne avevano giustificato l’impegno: smantellare la base logistica dell’internazionale del terrore di Al Qaeda, e restituire agli afgani la possibilità di affrancarsi da una condizione di disumana schiavitù politica.

L’Afghanistan è oggi peggio di come molti speravano che sarebbe divenuto, otto anni dopo l’intervento. Ma è incomparabilmente meglio di ciò che era sotto il dominio del mullah Omar.
I Talebani organizzeranno attentati nei seggi e fuori dai seggi, useranno tutta la potenza di fuoco disponibile per bloccare il paese, far disertare le urne, delegittimare il candidato eletto o quelli che andranno eventualmente al ballottaggio di ottobre. E minacciano di tagliare le dita a quanti le avranno macchiate di inchiostro indelebile, segno dell’espressione del voto.

Ci piacerebbe pensare che lo scontro sia tra quanti vogliono “colorare” i corpi degli afgani con l’inchiostro della democrazia e quanti invece lo vogliono “sporcare” con il sangue di chi si reca, malgrado le minacce, a votare. Purtroppo, i confini tra questi due “partiti” in Afghanistan non sono così definiti, e vari gruppi e fazioni sono ampiamente disponibili a passare da una parte all’altra, in nome degli stessi interessi e della medesima convenienza.
Nondimeno, il voto di domani, quali ne siano gli esiti, servirà perlomeno ad indicare che proprio attorno a quel primo indispensabile confine si gioca il destino degli afgani e anche quello delle truppe alleate.


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