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Il regresso del diritto penale: cade il baluardo della società liberale

– Il diritto penale è la più attendibile cartina al tornasole del tasso di liberalismo di una società e del suo sistema politico. Non l’economia, né la forma di governo. Il diritto penale e la politica criminale attestano quale sia la considerazione che il legislatore di un dato tempo e luogo ha della libertà, dell’inviolabilità della persona, del suo ruolo e della sua posizione all’interno della società.

Mala tempora currunt. Crisi economica e immigrazione costituiscono un mix micidiale. L’Italia di oggi è un paese impaurito, senza slancio né disposizione al sacrificio. Ripiegato sulla caccia all’untore, all’immigrato clandestino e settario. E, ciò che è peggio, con una classe dirigente sempre pronta a cavalcarne gli istinti deteriori a fini elettorali. Oggi l’emergenza nazionale si chiama “sicurezza”. Essa ha mutato le parole d’ordine della politica e delle cronache giornalistiche. Espressioni come “tolleranza zero”, “inasprimento delle pene” sono entrate a far parte dell’idioletto nazionale. Appagano il qualunquismo mediatico, la fame d’ordine, il bisogno di punti di riferimento solidi. Ma sono del tutto inadeguati sotto il profilo dell’efficacia. Si pensi, da ultimo, al reato di immigrazione clandestina. Introdotto dal cd. pacchetto sicurezza di recente approvazione, esso prevede una sanzione amministrativa tra i 5 e i 10 mila euro per gli immigrati che si introducono clandestinamente nel nostro paese. Una norma spot voluta dalla Lega Nord, in spregio al buon senso, oltre che al principio di sussidiarietà, che imporrebbe di utilizzare il diritto penale e il suo strumentario coercitivo soltanto come extrema ratio. C’è qualcuno in Italia che è abbastanza sprovveduto da credere che la previsione di questo reato possa fungere da deterrente? E poi, una volta accertato il reato attraverso un legittimo e giusto processo (che ha dei costi, a meno che non si cominci a pensare di poter fare a meno pure di quello) da quali sostanze lo Stato spera di attingere per il pagamento dell’importo della sanzione? Mi riesce difficile credere che un immigrato clandestino abbia con sè tra i 5 e i 10 mila euro cash da dare allo Stato italiano.
Di talché la faccenda del reato di immigrazione clandestina sarebbe ridicola se non fosse la spia di un regresso civile nel campo della politica criminale e di sicurezza del paese, oltre che di una infruttuosa caccia alle streghe che ha già cannibalizzato i principi più sacri del diritto penale liberale, come quello della responsabilità personale e di colpevolezza. Mi torna alla mente il caso di Azouz Marzouk, il tunisino marito delle vittime della strage di Erba, subito additato all’opinione pubblica come il mostro predestinato. Per ciò solo colpevole. Il tempo e qualche accenno di indagine chiarirono subito la sua estraneità ai fatti. Ma ciò non bastò, qualche mese dopo, per evitargli una condanna sommaria postuma e retroattiva, diffusa a mezzo stampa da un quotidiano nazionale, che in prima pagina titolò “Avevamo ragione noi”, con riferimento all’arresto dello stesso Marzouk per detenzione e spaccio di stupefacenti. Azouz Marzouk, l’immigrato, il tunisino controverso, doveva essere pur sempre colpevole di qualcosa. Non era omicidio plurimo, era detenzione di stupefacenti; ma sempre colpevole era. E giù di linciaggio mediatico. Beninteso, il personaggio non mi sta particolarmente simpatico, ma né più né meno degli italiani suoi colleghi di vedute che per fame di soldi e di fama cercano la sovraesposizione mediatica.  Ciò che non mi va giù è che a Marzouk si sia imputato di essere ciò che è, cioè uno “sporco immigrato”, non ciò che aveva o non aveva fatto. Questo i teorici del diritto penale lo definirebbero come diritto penale d’autore, una tendenza del pensiero penalistico ottocentesco che si basava sull’idea che è soggetto a punizione non tanto il fatto commesso, sebbene contrario a norme penali, quanto piuttosto il modo d’essere dell’agente, la sua mentalità, la sua pische o, peggio, le sue condizioni sociali. Il progresso della scienza e del pensiero giuridico hanno superato questa concezione, la cui reviviscenza è però, oggi, evidente.
I mass media italiani le strizzano l’occhio, spesso e volentieri.
Altro caso, altro delitto. Giallo di Garlasco. Una giovane donna viene assassinata. Gli inquirenti  sospettano del suo fidanzato e lo arrestano. Si chiama Alberto Stasi. A un certo punto, nella normale dialettica processuale, si inserisce un fatto nuovo e pruriginoso. Nel computer di Stasi gli inquirenti trovano materiale hard, anche pedopornografico (qui poi bisognerebbe aprire un’altra parentesi: non è sempre facile distinguere se il protagonista di un filmato hard abbia o no raggiunto la maggiore età). E così il ragazzo della porta accanto assume le sembianze del maniaco cupo e vizioso. L’opinione pubblica, in assenza di un verdetto dei giudici, ha già il suo: Stasi è colpevole. Non dell’omicidio della fidanzata. Ma di una qualche perversione che merita comunque il pubblico ludibrio.

In conclusione, assistiamo ad un costante allargamento dell’area del “penalmente rilevante”, ed alla maratona dell’inasprimento delle sanzioni. Pene più severe, punizioni più dure, condanne esemplari, sono le parole d’ordine maggiormente utilizzate da politici in ansia da prestazione, che ostentano il pugno di ferro come panacea dei mali della giustizia penale italiana. Ma già nel XVIII secolo Cesare Beccaria, il padre dei penalisti italiani, ne spiegava l’inutilità, invocando, per converso, certezza ed efficacia della pena. Egli scriveva: “Quanto la pena sarà piú pronta e piú vicina al delitto commesso, ella sarà tanto piú giusta e tanto piú utile. Dico piú giusta, perché risparmia al reo gli inutili e fieri tormenti dell’incertezza, che crescono col vigore dell’immaginazione e col sentimento della propria debolezza; piú giusta, perché la privazione della libertà essendo una pena, essa non può precedere la sentenza se non quando la necessità lo chiede.
In generale il peso della pena e la conseguenza di un delitto dev’essere la piú efficace per gli altri e la meno dura che sia possibile per chi la soffre, perché non si può chiamare legittima società quella dove non sia principio infallibile che gli uomini si sian voluti assoggettare ai minori mali possibili
”  (Dei delitti e delle pene  – 1764).


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

6 Responses to “Il regresso del diritto penale: cade il baluardo della società liberale”

  1. DM scrive:

    Complimenti Lucio, ottimo pezzo.

  2. elenasofia scrive:

    Mi sembra che lei abbia messo in un unico calderone questioni molto diverse tra loro.

    Lei tiene la porta di casa sua spalancata notte e giorno e lascia entrare chiunque senza sapere chi è e non fa una piega se costui prende dimora stabile in casa sua senza chiederle il permesso?

    Lo stato è la casa di noi tutti cittadini che ne facciamo LEGALMENTE parte – stabilire il reato di immigrazione clandestina è stabilire una cosa ovvia, è una tautologia.

    Il discorso delle pene da comminare, di che entità debbano essere e come farle applicare, è un problema diverso, che non inficia il principio che l’immigrazione clandestina è un reato.

    Concordo invece con lei sulla barbarie della colpevolizzazione di un imputato a tutti i costi …. questo forse è dovuto non tanto al senso di insicurezza diffuso (ma più che giustificato dal dilagare della criminalità) quanto al fatto che grazie ai media siamo tornati ai processi sommari in piazza …. processi basati sull’emotività e sulla “sete di sangue” (l’essere umano in fondo è sempre lo stesso … )

  3. Lucio scrive:

    Io ritengo che le risposte dello Stato, massimamente quando si scomoda il diritto penale, che incide sulla sfera di libertà degli individui, debbano essere assistite dai principi di necessità ed efficacia. Sono d’accordo con Lei sul fatto che il fenomeno dell’immigrazione clandestina vada in qualche modo controllato (non illudiamoci di poterlo fermare, sono flussi umani di portata storica, ci sono sempre stati e sempre ci saranno), ma non credo che sia il diritto penale, e la previsione di un reato specifico, la via più efficace e meno invasiva per farlo. Eppoi,quand’anche volessi concordare sull’opportunità e l’efficacia tecnica di una simile previsione legislativa, non ne condividerei le motivazioni politiche poste alla base. L’Italia è un Paese percorso da spinte xenofobe alimentate dalla paura e dalla dissennatezza incendiaria di alcune forze politiche che la cavalcano. In questa “caccia all’untore”,c’è un senso di umana pietas e di onestà intellettuale che mi spinge a non stare con i cacciatori ma con gli untori.

  4. elenasofia scrive:

    Scusi se insisto, mi sembra che lei ragioni in termini di buonismo … uno stato non può regolarsi secondo principi di questo genere, che in astratto SEMBRANO ottimi, ma in concreto non possono che produrre devastazione: si è chiesto che cosa succederebbe se tutti gli italiani fossero pietosi come lei e accogliessero tutti i disperati che ci sono sul pianeta, circa tre miliardi di persone? Fame, aggressività, violenza, malattie per tutti …

    Quella che lei chiama xenofobia, in gran parte è la giusta reazione della gente a una politica (buonista o finalizzata ad altri interessi …) che non ha tenuto conto delle più elementari regole della convivenza civile.

    Solo due esempi –
    Come possono i cittadini delle periferie accogliere con gioia accanto a loro decine di migliaia di persone che ritengono loro diritto vivere di furto?
    Come possono dei commercianti gravati da un numero non indifferente di tasse vedere di buon occhio i venditori abusivi, che, esercitando senza pagare allo stato neanche una lira e senza essere sottoposti a nessun controllo, fanno loro una concorrenza sleale? Tralasciamo poi l’incremento che l’abusivimo dà alla malavita …

    In Italia si è instaurata una situazione assurda, per cui gli italiani sono tenuti ad osservare le leggi, i clandestini no …

    Tutto questo non può che portare ad un degrado della vita sociale ed economica.

    Certo che questi movimenti migratori sono difficili da arginare! Però … se l’Olanda avesse lasciato fare alla natura sarebbe stata sommersa dal mare, invece ha provveduto a costruire dighe e ha reso sicura la propria vita…

  5. Lucio scrive:

    Mi spiace se le ho dato l’impressione di essere buonista,non lo sono. E condivido tutte le sue preoccupazioni. Solo mi chiedo: il reato di immigrazione clandestina aiuterà a risolvere il problema? Funzionerà da deterrente o in qualunque altro modo? Secondo me no, per nulla. E per i clandestini che delinquono, al pari di chiunque altro delinqua sotto la giurisdizione italiana, abbiamo già un codice penale ben fornito cui attingere. Avrei trovato più efficace e onesto fare della clandestinità un’aggravante. Invece ne abbiamo fatto un reato per aggiungere l’ennesimo spot elettorale in una materia delicata che andrebbe affrontata senza propagandismo e parole d’ordine. Tutti i paesi ricchi attraggono immigrazione, clandestina o regolare che sia. Vogliamo essere cinici? Allora chiediamoci anche perchè nel nostro paese arrivano soltanto disperati senz’arte nè parte mentre nel resto dell’occidente industrializzato approdano i migliori ingegneri indiani e i più dinamici capitalisti cinesi. Cominciamo col selezionare l’immigrazione, facciamo arrivare gente che apporti un valore aggiunto che poi resti al Paese. In quest’ottica, però, dovremmo essere noi i primi a sprovincializzarci, ad aprire le università al mondo e al merito, a non vivere la mobilità fisica come un dramma e la mobilità sociale come un vulnus del nostro tessuto civile.

  6. elenasofia scrive:

    E’ troppo bello trovare in un forum una persona educata come lei con cui essere in disaccordo! Mi scusi ma ne approfitto!

    Lei dice: “il reato di immigrazione clandestina aiuterà a risolvere il problema? “

    Vede il punto non è questo : neanche il reato di omicidio, di rapina, di corruzione risolve il problema dei relativi delitti, ma la cosa fondamentale, in uno stato di diritto, è stabilire delle regole, altrimenti si genera il caos a scapito dei più deboli e indifesi (perché è bene ricordare che tra i clandestini ci sono molti delinquenti, tanto che non è illegittimo il sospetto che le autorità dei rispettivi paesi li abbiano lasciati andare molto volentieri: anche per questo non si può accettare la clandestinità fatalisticamente)

    Cito ancora dalla sua risposta:

    “Allora chiediamoci anche perchè nel nostro paese arrivano soltanto disperati senz’arte nè parte mentre nel resto dell’occidente industrializzato approdano i migliori ingegneri indiani e i più dinamici capitalisti cinesi. Cominciamo col selezionare l’immigrazione, facciamo arrivare gente che apporti un valore aggiunto che poi resti al Paese.”

    Prima di tutto, per selezionare, bisogna controllare, quindi si torna a quanto detto sopra.
    E poi diciamo la verità fino in fondo: l’immigrazione clandestina non è solo la conseguenza di uno sconsiderato buonismo, ma anche la programmata acquisizione di mano d’ opera non qualificata, di cui il nostro paese ha disperato bisogno, infatti noi italiani siamo tutti laureati o diplomati e nessuno di noi vuol fare certi lavori (tanto o la cassa integrazione o il sussidio di disoccupazione o i genitori o i nonni pensionati, qualcuno provvederà ….) –

    Se poi da noi mancano i cervelli, o perché i migliori emigrano o perché le nostre università non riescono a formarli, questo è un altro discorso ….

    La ringrazio dell’attenzione e la saluto –

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