Regole o obiettivi: quale etica per il mercato?

– L’ultima enciclica papale, di cui ho recentemente scritto un commento per Libertiamo, si pone l’importante problema del rapporto tra etica e mercato. Leggendo questo interessante articolo pubblicato su Giornalettismo da Stefania Dellerio, mi sono però reso conto che la riflessione sull’argomento richiede alcune importanti distinzioni concettuali, ed è perciò fondamentale ispirarsi ad un gigante del pensiero liberale come Hayek, impiegando la sua distinzione tra nomocrazia, la società basata su regole comuni, e teleocrazia, la società fondata sul perseguimento di fini condivisi.
Quando l’enciclica parla di etica del mercato sembra impiegare entrambe i concetti senza operare una distinzione esplicita. Da un lato, c’è il tema della governance dei processi di mercato, l’idea secondo cui il mercato ha bisogno di un Demiurgo sociale che lo riempia di contenuti etici, senza i quali esso sarebbe vuoto e senz’anima; dall’altro, c’è una più implicita ammissione che il mercato sia caratterizzato da una sua moralità intrinseca, non imposta dall’alto, che è quella della giustizia commutativa. A pensarci bene, sempre di nomocrazia e teleocrazia si tratta: occorre immaginare la moralità del mercato come qualcosa di imposto dall’alto o dobbiamo considerare le regole che consentono ai mercati di funzionare?
Per rendere la discussione meno astratta, ricorrerò ad un esempio tratto dai commenti all’articolo di Dellerio precedentemente richiamato: è possibile concepire un mercato che premi gli operatori economici in base al valore morale delle loro azioni anziché alla relativa scarsità delle risorse? Possiamo immaginare un’economia funzionante in cui chi trasporta le carrozzelle degli ospiti di una casa di cura venga per questo ricompensato più dell’economista che decide come coprire un portafoglio finanziario dal rischio di cambio? Al di là del problema (irrisolvibile, se non immaginando l’esistenza di un dittatore sociale) di trovare una scala di misura di questo sfuggente valore morale, occorre notare che non possiamo permetterci di far funzionare un’economia di mercato in questo modo. Voler imporre una moralità teleocratica (in questo caso la realizzazione di una particolare idea di bene) al mercato ha come necessaria conseguenza la sua distruzione, con ovvie gravissime conseguenze per il benessere (oltre che per la libertà) di tutti, in quanto renderebbe impossibile impiegare il sistema dei prezzi per coordinare le attività economiche. I giocatori di calcio non guadagnano in base al valore morale delle proprie azioni, ma in base alle scelte dei consumatori interessati ai loro servizi – i tifosi: un prezzo di mercato è dato dal confronto tra l’importanza che i consumatori danno ad una merce e la facilità con cui i produttori possono produrla.
Il tipo di moralità sottostante i mercati, quella che già Hume, ripetutamente citato da Hayek, riassumeva in tre leggi – stabilità del possesso, trasferimento del consenso e mantenimento delle promesse – non è la stessa moralità con cui giudichiamo se è meglio dare 10 euro a un senzatetto o giocarlo al Lotto. Il tipo di moralità di cui il mercato – e quindi il benessere e la libertà – ha bisogno deve essere basata su determinate regole, i diritti di proprietà, che fissano dei confini e dei paletti, e non impongono obiettivi sociali dall’alto.
Questa rimane una differenza di centrale importanza tra il liberalismo e tutte le ideologie collettiviste, anche di carattere democratico: per un liberale, la società non deve avere un fine condiviso, né imporne uno deve essere oggetto di scelta collettiva, anche se temperata da procedure democratiche. Non è possibile immaginare un individuo che non si ponga un obiettivo che informi le sue azioni, ma c’è una sorta di fallacia antropomorfa (o forse una pathetic fallacy, che nella letteratura inglese indica il dare caratteristiche umane ad oggetti inanimati, come in questo caso la società) nel ritenere che la società nel suo complesso non possa esistere senza un fine condiviso. L’”anarchia della produzione” di cui Marx accusava l’economia di mercato è anche anarchia degli obiettivi, dei fini e delle scale di valori. Quando si parla di etica del mercato non ci si deve quindi riferire ad un fine condiviso – che dato il politeismo dei valori della società contemporanea è un ideale impossibile da realizzare e che darebbe necessariamente adito ad infiniti conflitti – ma a regole condivise, come il “non uccidere”, “non rubare” e “non dire falsa testimonianza” contenuti nelle Scritture.
Viene da chiedersi, in conclusione, se è possibile analizzare un tema così complesso e importante senza ricorrere alla distinzione hayekiana ora discussa. Anche se è definitivamente sbagliato ritenere l’enciclica “a sinistra di Obama”, come è stato più volte affermato (si pensi, oltre alle diverse aperture a favore della globalizzazione, ad un principio strutturalmente liberale e antitotalitario come quello di sussidiarietà, che gioca un ruolo centrale nella dottrina sociale della Chiesa), la cultura liberale e quella cattolica hanno ancora diversi punti di contrasto, e nei miei due ultimi articoli spero di averne sottolineati alcuni meritevoli di un’approfondita discussione.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

4 Responses to “Regole o obiettivi: quale etica per il mercato?”

  1. DM ha detto:

    Complimenti, nuovamente. Ottimo pezzo. Pietro, per caso sei su FB?

  2. Alberto Berton ha detto:

    Complimenti, l’articolo tocca un bel po’ di temi “scottanti”, facendoci riflettere ancora una volta su quanto la libertà sia importante.

  3. Marco Rossini ha detto:

    Ottimo articolo, esprimo dal mio piccolo l’apprezzamento. Da studente di Finanza in Bocconi, alla quale in merito a questa crisi non è sembrato vero di subissarci di articoli e casi in classe, penso che ci sia infatti troppo focalizzati sui vettori, le cause materiali e pratiche che hanno portato al collasso, non endogenizzandole in un contesto fatto comunque da uomini e “libero arbitrio” in quanto a costumi etici e comportamentali. Il teatrino dell’economia è si animato da marionette meccanicistiche (curve esplicative, strumenti finanziari, meccanismi di mercato), ma chi muove quest’ultime sono di certo mani umane e senza un minimo di copione condiviso e comprovato la riuscita è…

  4. Pietro M. ha detto:

    Ero in ferie e non mi ero accorto della pubblicazione. Grazie per i commenti.

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