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Prigioni private, un’opzione pragmatica contro il sovraffollamento delle carceri

– L’iniziativa organizzata dai Radicali, la visita ferragostana di diversi parlamentari nelle carceri italiane, ha il merito di sollevare (ancora una volta) il dibattito sulle condizioni delle prigioni italiane – sovraffollate, inadeguate e spesso fatiscenti: è di pochi giorni fa la notizia della condanna dello Stato italiano a risarcire un detenuto bosniaco a causa dell’eccessiva “densità abitativa” delle nostre prigioni (per poco più di 43mila posti vi sono 62mila detenuti circa, che sarebbero stati 80mila senza l’indulto). In più, al sovraffollamento si aggiunge la scarsa qualità delle politiche di assistenza e rieducazione dei detenuti. Il problema del sovraffollamento va affrontato, prima di tutto, sul piano della previsione di pene alternative alla detenzione, quando questo sia ragionevole e di depenalizzazione di alcuni reati. Ma stante la situazione attuale, la questione di nuovi e più adeguati istituti di pena si pone in modo ineludibile. Appena qualche mese fa, abbiamo letto della proposta del ministro Alfano di dotare il nostro Paese di prigioni galleggianti, piattaforme ormeggiate nei porti italiani il cui scopo sarebbe quello di ampliare in modo relativamente rapido ed economico i posti a disposizione. Carceri di questo tipo esistono in altri paesi, sottolineano i sostenitori della proposta, e funzionano bene. L’idea, a suo modo suggestiva e innovativa, è rimasta per ora lettera morta.
Semplificando (ma neanche tanto, in realtà), le inefficienze del sistema carcerario italiano sono abbastanza “tipiche” del settore pubblico: ad una domanda crescente, si contrappongono vincoli di bilancio sempre più stringenti ed un’assenza di veri stimoli al miglioramento della qualità dei servizi erogati.
Per affrontare con tempi e costi compatibili con le necessità il tema della “offerta” di servizi penitenziari, la nostra proposta è quella di puntare sull’ingresso di operatori privati, per garantire una maggiore efficienza nell’uso delle risorse, senza che questo comporti alcuna “abdicazione” dello Stato dalle sue funzioni fondamentali. Il che consentirebbe di mobilitare da subito investimenti consistenti da parte di finanziatori privati laddove gli stringenti vincoli di bilancio pubblico rendono difficile il reperimento delle risorse per costruire nuovi istituti di detenzione.

In molti stati degli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna, Australia o Sud Africa per restare alle realtà più grandi, prigioni private s’integrano da molti anni a quelle pubbliche, con tempi di realizzazione più bassi, maggiore qualità offerta e costi di gestione più contenuti. Lo Stato, grazie all’esistenza dei penitenziari privati, può ridurre i propri oneri di gestione diretta, per dedicarsi alla funzione di controllo della qualità, alla formazione delle guardie carcerarie e, soprattutto, alla tutela dei diritti e delle condizioni dei detenuti. Le prigioni private, a loro volta, sono indotte ad una ricerca costante di efficienza economica e di qualità dei servizi erogati: il mantenimento di una elevata reputazione presso l’opinione pubblica, i manager dei penitenziari privati lo sanno bene, è una condizione essenziale per sperare in futuri contratti con il settore pubblico. Lo scrutinio, anche severo, delle carceri da parte delle organizzazioni di tutela dei diritti umani nel sistema penale è fisiologico e, peraltro, auspicabile: siamo convinti che associazioni come Antigone, per citarne una tra le più note, non mancherebbero di fare della certificazione della qualità delle prigioni private una loro attività istituzionale. I risultati di questa pressione reputazionale sono evidenti: come ci informa la Reason Foundation, think tank americano molto attivo sul tema, mentre solo il 10 per cento circa delle prigioni pubbliche è stata accreditata dall’American Corrections Association (un’organizzazione indipendente che si occupa di certificare la qualità delle carceri), ben il 44 per cento dei penitenziari privati ha ricevuto tale riconoscimento. Un altro studio, realizzato dal Vanderbilt Institute for Public Policy Studies nel 2008, evidenzia come tutti gli stati americani che – nel periodo tra il 1999 ed il 2004 – abbiano affiancato penitenziari privati a quelli pubblici, siano stati in grado di beneficiare di risparmi nei loro budget. E queste risorse, è bene sottolinearlo, possono essere molto utili nell’aumento quantitativo e qualitativo dell’offerta di posti nelle carceri.
Grazie a contratti precisi tra governi e compagnie private, insieme ad una precisa e severa azione di monitoraggio pubblico ed un elevato livello competitivo tra gli istituti, negli Stati Uniti le prigioni private hanno raggiunto nel 2006 – a poco più di venti anni dai primi casi moderni di penitenziari non pubblici – il 7,2 per cento del totale. Risultati simili si verificano ormai anche negli altri paesi che hanno aperto le porte dei loro sistemi carcerari al privato: in Gran Bretagna, circa il 10,5 per cento dei detenuti è ormai ospitato in penitenziari privati, cifra che arriva al 17 per cento per l’Australia. Si tratta di un anello sempre più indispensabile nei sistemi penitenziari di questi paesi, grazie al quale si realizza un uso più efficiente delle risorse e si garantisce ai detenuti una maggiore tutela dei loro diritti. E dovunque s’implementano prigioni private, si determina una virtuosa pressione sul sistema pubblico, spinto ad “inseguire” sul fronte della qualità.
Ci auguriamo che le forze politiche sensibili ai guasti e alle tensioni del sistema carcerario italiano considerino questa come un’opzione concreta e pragmatica per contribuire ad affrontare il problema del cronico sovraffollamento delle carceri italiane.


Autore: Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca

Benedetto Della Vedova - Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, guida il gruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Piercamillo Falasca - Nato a Sarno nel 1980, laureato in Economia alla Bocconi, è fellow dell’Istituto Bruno Leoni, per il quale si occupa di fisco, politiche di apertura del mercato e di Mezzogiorno. È stato tra gli ideatori di Epistemes.org. E’ vicepresidente dell’associazione Libertiamo.

3 Responses to “Prigioni private, un’opzione pragmatica contro il sovraffollamento delle carceri”

  1. Alessandro Lunetta ha detto:

    Mi pare che il viziaccio del tutto italico di copiare le cose peggiori dall’estero non abbia limite. Basti pensare a tutte le storture presenti nel “sistema italia” per capire cosa vorrebbe dire se una proposta del genere venisse attuata.

    Perchè non andare invece al nocciolo della questione che riguarda l’inefficienza della macchina statale cercando di tagliare gli sprechi, comabattere gli abusi, migliorare e valorizzare le professionalità, ottimizzare le spese, ecc ecc ?

    I Italia i servizi pubblici quando sono stati privatizzati hanno peggiorato in efficienze anzichè migliorare, per quale motivo nel settore carceri le cose dovrebbero funzionare diversamente?

  2. PIETRO ha detto:

    La borghesia imprenditora cerca nuove fonti di guadagno nei servizi. Sa qui l’attacco alla scuola, alla sanita, la proposta di privatizzare la gestione delle carceri.

    Tutto al suo scopo di continuare ad ammassare potere e ricchezza.

  3. Giovanni ha detto:

    Credo che sia un ottima idea. Quanti carceri sono stati costruiti per poi non essere mai utilizzati o usati solo in modo parziale attingento alle casse dello stato cioè al portafoglio sempre più vuoto dei cittadini. Se non altro servirà a ridurre una delle tante forme di parassistismo statale.

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