Germania, l’abbandono del nucleare è cosa fatta?

– Com’era prevedibile il dibattito tedesco intorno ai pregi e ai difetti del nucleare è tornato ad infiammarsi ad ormai meno di due mesi dalla sfida per la Cancelleria tra Angela Merkel e Frank-Walter Steinmeier.

Come è noto, la Germania si è incamminata sin dal 2000 sulla strada del definitivo abbandono dell’atomo: entro il 2022-2023 tutti i diciassette reattori ancora funzionanti saranno infatti progressivamente spenti. Nel frattempo, il paese dovrà cercare valide alternative per coprire quel 23% di energia elettrica prodotta con il nucleare, che verrà progressivamente meno nei prossimi anni, sempre che il corso antinuclearista non venga improvvisamente invertito.

Qualora democristiani e liberali dovessero raggiungere la maggioranza assoluta nelle elezioni di settembre, la decisione potrebbe essere rivista e le centrali (ma forse solo le più recenti) rimanere attive ancora per una ventina d’anni. Ad avviso di alcuni anche le società energetiche tedesche punterebbero a dilatare il limite dei 32 anni di vita per ciascun reattore, sancito con l’accordo del 2000. Secondo Gerd Rosenkranz, leader ecologista ed autore di un paper (qui il link in italiano) per la fondazione Heinrich Böll – vicina ai Verdi tedeschi –  ciò testimonierebbe la rapacità dei colossi energetici, poco disponibili “ad investire in nuovi impianti o in nuove tecnologie”. In poche parole, se proprio si vuole proseguire con il nucleare, dice implicitamente Rosenkranz, sarebbe opportuno costruire nuove centrali di ultima generazione. Laddove però i guasti siano stati modesti e gli standard di sicurezza certificati, non si vede perché la centrale non possa rimanere in vita anche 34, 35 o 36 anni, come avviene altrove. D’altra parte, laddove il quadro giuridico e politico non sia sufficientemente chiaro, è davvero difficile che un imprenditore si lanci in un investimento di lungo termine così gravoso economicamente, come quello di costruire un nuovo reattore.

Va comunque detto che le affermazioni di Rosenkranz non corrispondono del tutto a verità, giacché è stato lo stesso Hans-Peter Villis, presidente di EnBW a dirsi recentemente rammaricato di non poter procedere alla costruzione di nuovi reattori nel prossimo futuro.
Nonostante un programma dai toni marcatamente ecologisti, il partito della signora Merkel rimane comunque ancorato all’idea che l’atomo sia una fonte di energia pulita e a basso costo, da utilizzare in un mix energetico che comprenda in misura sempre maggiore le rinnovabili (30-40% del totale di energia elettrica prodotta entro il 2020) e il gas naturale –  via North Stream in particolare.

L’altro interrogativo aperto riguarda il carbone, al quale non tutte le forze politiche sarebbero disposte a rinunciare. Anche tra i Verdi la questione non è del tutto chiara. Sino ad oggi il responso valido rimane quello del 2007, in base al quale la Germania dovrà abbandonare la produzione di energia da carbone entro il 2018, a meno che nel 2012 l’esecutivo non riveda le proprie posizioni. Il che appare ad oggi auspicabile se è vero che, dopo aver rinunciato al coal in patria, la Repubblica federale dovrebbe dipendere ancor più dalle importazioni. E questo proprio mentre la Russia si appresta a puntare sempre più su nucleare e carbone.

La direzione che la Germania potrebbe prendere in tema di politiche ambientali nei prossimi mesi è insomma altamente incerta. Di qui i tentativi di temporeggiare messi in atto dai colossi energetici tedeschi che controllano le centrali nucleari. Alcune di esse sono state provvisoriamente spente (Biblis A, ad esempio) e torneranno in funzione proprio in concomitanza con l’esito della consultazione. Le stesse vertenze giudiziarie in ordine al trasferimento di energia rimasta da un reattore ormai spento a quello la cui vita si desidera prolungare, rimangono pendenti presso diversi tribunali regionali tedeschi. Insomma, in Germania si attende con una buona dose di ansia il responso delle urne. Certo è che, se nei prossimi dieci anni si dovesse rinunciare a nucleare e carbone, la dipendenza dal gas russo diverrebbe più forte, poiché non sarebbe possibile rimpiazzare le enormi quantità di energia prodotte con nucleare e carbone con il ricorso a fonti intermittenti come quelle rinnovabili (in massima parte l’eolico; il solare rimane ipersussidiato e come ricordava Chicco Testa tempo fa  contribuisce per lo 0,6% alla produzione di energia elettrica nazionale). Questa scelta farebbe inoltre ulteriormente lievitare il costo della bolletta, già piuttosto alto per via delle ecotasse sull’energia.

Però il problema principale legato all’atomo e che tanto ha fatto discutere l’opinione pubblica tedesca negli ultimi mesi è quello relativo alle scorie e alla distribuzione dei costi dello smaltimento. Nelle scorse settimane un reportage molto critico (io direi apertamente antinuclearista) pubblicato sulla versione cartacea del settimanale Der Spiegel, metteva in guardia l’opinione pubblica dal considerare l’atomo una fonte di energia sicura e conveniente. Di recente il guasto del reattore di Krümmel ha infatti riacceso il dibattito intorno alla sicurezza degli impianti tedeschi. Al di là della tanta demagogia che anche in Germania circola sull’argomento, il problema riguardava il trasformatore della centrale e con il nucleare c’entrava ben poco. Ma si sa, quando si è a ridosso delle elezioni, ogni piccolo incidente viene facilmente strumentalizzato.
Per quanto attiene ai casi di leucemia rinvenibili in tassi superiori alla media nazionale proprio nella zona del summenzionato reattore, anche qui si è fatta e si fa tuttora molta propaganda. In Italia ad unirsi al coro dei demagoghi ci ha pensato Milena Gabanelli con un suo reportage antinuclearista di qualche mese fa. Come rilevato dall’Associazione Italiana Nucleare in risposta al servizio trasmesso da Report e come ribadito in un recente articolo pubblicato sul quotidiano Die Welt, non è stata finora dimostrata alcuna correlazione fra gli impianti nucleari di Kruemmel e i casi di leucemia in eccesso.

Si è fatto un gran parlare anche della pericolosità delle scorie radioattive presenti nelle gallerie di Asse. Le infiltrazioni d’acqua nella ex-miniera, usata come deposito, non ci sono dall’altro ieri, ma dal 1906 e, stando ad alcuni studi, non compromettono affatto la sua sicurezza. Sui rischi di crollo della miniera e sui costi per prelevare le scorie e trasportarle altrove (nell’altro deposito di Gorleben, ad esempio) i numeri e le opinioni si inseguono e si contraddicono.

Tra il 2013 e il 2014 dovrebbe comunque entrare in funzione il deposito di Schacht-Konrad per rifiuti di medio-bassa radioattività. Per quelli più pericolosi, invece, il governo di Große Koalition, negli accordi di inizio legislatura, si era proposto di individuare una volta per tutte il cosiddetto Endlager, la discarica definitiva. Ancora oggi però l’ipotesi di Gorleben è al vaglio dell’establishment. I Verdi, in particolare, si oppongono da anni (fin dai tempi del governo rosso-verde) a tale eventualità, adducendo ogni genere di problemi. Se un deposito definitivo non si è ancora trovato, una buona responsabilità ce l’ha quindi anche la dirigenza del movimento ecologista.

D’altra parte, ormai, le scorie ci sono e girare la testa dall’altra parte o addirittura temporeggiare, come hanno mostrato di fare con disinvoltura i Grünen, non aiuta molto la causa dell’ambiente.
I dubbi e le perplessità  degli ecologisti si appuntano sulla sicurezza dei siti di stoccaggio. Ma ciò risulta a dir poco bislacco se è vero che ai tempi del precedente esecutivo fu lo stesso Ministro dell’Ambiente, l’ecologista Jürgen Trittin, a rassicurare i tedeschi circa gli alti standard di sicurezza delle operazioni di smaltimento dei residui. Leggere qui per credere. Walter Hohlefelder, presidente del Forum atomico tedesco, ricorda comunque che in un massimo di 100.000 anni la radioattività verrà meno ed essendo Gorleben una cupola salina vecchia più di 100.000.000 di anni i rischi sono assai contenuti.

L’accusa principale che viene mossa dalle associazioni ecologiste è però principalmente quella secondo cui E.on, Vattenfall, EnBW e RWE sarebbero società talmente irresponsabili da non essersi mai fatte pienamente carico dei costi dello smaltimento. E ciò benché l’Atomgesetz espressamente lo preveda, come ricordato di recente in questa risposta del sottosegretario all’ambiente ad un’interrogazione parlamentare. In realtà il problema sostanziale è che tali società tengono indenne la collettività per un numero limitato di anni. Chi può dire se tra mille anni la Germania esisterà ancora? Assicurazioni su migliaia di anni non se ne sono mai viste e sono ad oggi impossibili.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

3 Responses to “Germania, l’abbandono del nucleare è cosa fatta?”

  1. Pietruccio ha detto:

    Ottimo articolo. Complimenti.

  2. Alessandro Caforio ha detto:

    Benvenuto su Libertiamo.it

  3. DM ha detto:

    Benvenuto su libertiamo.it! ;)

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