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Sul modello contrattuale la linea del Governo è chiara, quella della Lega no

– A distanza di una settimana, divampano ancora le polemiche sulle fantomatiche gabbie salariali, termine infelice, di cui nessuno in questi giorni ha definito con chiarezza il “nuovo” significato, anche se tutti, a partire dai leghisti, ne hanno rinnegato il “vecchio”.

La miccia accesa da Calderoli muoveva da alcune buone ragioni. Infatti, un eccessivo accentramento a livello nazionale della contrattazione collettiva, se impone i medesimi standard retribuitivi, ha degli evidenti riflessi negativi. Da un lato alimenta la disoccupazione, la precarietà e il lavoro irregolare nelle piccole imprese e nelle regioni dove il costo della vita è più basso; non a caso la regione con la maggiore percentuale di lavoratori “atipici” è la Calabria. Dall’altro frena la produttività e la crescita del potere d’acquisto nelle realtà più dinamiche.

Anche nel settore pubblico si può legare maggiormente la retribuzione alla produttività e, indirettamente, guardando alla mappa geografica dell’efficienza nella P.A, perseguire la parità del salario reale, anziché del salario nominale, a vantaggio dei lavoratori del Nord. E si potrebbe spingere anche su proposte di robusto decentramento della contrattazione collettiva nelle pubbliche amministrazioni. Eventuali iniziative in questo senso si inquadrerebbero nell’ambito di attuazione delle importantissime deleghe sul federalismo fiscale e sulla riforma del pubblico impiego. Il che non significa che all’impiegato del catasto di Treviso la retribuzione vada “a prescindere” aumentata rispetto a quella di un suo collega di Bari.

Ma è in riferimento al settore privato, che la boutade leghista sulle gabbie salariali dimostra tutte le caratteristiche dell’estemporaneità, non tenendo conto del confronto sviluppatosi nelle sedi più adatte e competenti e culminato in un nuovo accordo tra le parti sociali (ad esclusione della sola CGIL), firmato il 15 aprile scorso  , già all’attenzione del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, nonché della Commissione lavoro alla Camera, da mesi peraltro impegnata in un’indagine conoscitiva sulle possibili riforme del sistema delle relazioni industriali e del sistema di contrattazione collettiva.
Purtroppo le dichiarazioni improvvisate trovano ampio riscontro nei mass media, anche quando elaborano bizzarre teorie neo-razziali, come quella proposta dal democratico Burtone, secondo il quale una maggiore propensione allo studio nelle popolazioni meridionali le indurrebbe ad una più massiccia partecipazione ai concorsi pubblici.

In questa confusione, varrebbe piuttosto la pena di non perdere di vista i contenuti emersi durante le audizioni delle parti sociali e dei principali soggetti istituzionali compenti in materia di lavoro e dinamiche salariali tenutesi durante l’indagine conoscitiva, i cui lavori si sono protratti per 8 mesi (dal 25 giugno 2008 al 25 febbraio 2009). In quell’ambito si è valutato anche l’accordo quadro di riforma degli assetti contrattuali, sottoscritto il 22 gennaio .

Le convergenze più evidenti si sono manifestate proprio con riferimento alla necessità di superare il monolitico modello di contrattazione nazionale generato dagli accordi del 1993, considerato troppo burocratizzato e centralizzato dalle parti sociali, compresa la CGIL, che ha lamentato il mancato decollo della contrattazione di secondo livello, che pare abbia interessato solo un terzo delle aziende. Nel corso delle audizioni sono stati espressi anche numerosi apprezzamenti per le misure adottate dai governi Prodi e Berlusconi, finalizzate ad incentivare la produttività a livello aziendale mediante sgravi fiscali e contributivi (es. la detassazione di premi e straordinari), di cui si auspicava l’estensione (formalmente complessa) ai lavoratori atipici.

Sebbene il modello inglese, fondato sulla centralità della contrattazione aziendale, sia stato considerato poco più che un caso scolastico, pressoché unanime è stato invece il consenso espresso a favore di un decentramento della contrattazione. Con sfumature diverse, naturalmente. CGIL e UIL si sono detti favorevoli ad una maggior valorizzazione della dimensione territoriale e l’UGL della contrattazione di filiera. Solo la CGIL non ha firmato lo schema del 22 gennaio e l’accordo interconfederale del 15 aprile, ma una delle critiche e delle ragioni del diniego verte proprio sul rischio che non si diffonda affatto la contrattazione a livello di sito, filiera o territorio e si depotenzi il livello della contrattazione nazionale.

Lo schema condiviso dalle parti sociali prevede che i contratti nazionali siano inferiori per numero, più “leggeri” nella parte normativa (istituti essenziali, principi e criteri) e più “asciutti” nella parte economica (difesa del potere di acquisto). Il resto è lasciato al secondo livello, aziendale o, ove poco praticabile, territoriale. L’accordo-quadro riconosce formalmente anche le clausole di uscita, aspramente criticate dalla CGIL. La derogabilità del contratto nazionale è tuttavia già ammessa anche dalla giurisprudenza in alcuni casi e troverebbe regolamentazione nelle sue forme e nei suoi limiti ad opera delle parti sociali (si parla pertanto di derogabilità presidiata).

Naturalmente l’applicazione del principio di “sussidiarietà sociale”, implicito nella contrattazione a doppio livello, comporta la necessità di un adeguamento della strutturazione delle rappresentanze sindacali. Tuttavia, quello che fino ad oggi è sempre apparso un principio base condiviso da parti sociali e istituzioni è proprio l’autonomia negoziale delle organizzazioni rappresentative delle imprese e dei lavoratori e il loro spontaneo adeguamento all’orientamento espresso con gli accordi del 22 gennaio e del 15 aprile ai fini della loro attuazione.
Lo stesso Ministro del lavoro è intervenuto nell’ambito dell’indagine conoscitiva per affermare che il confronto tra le parti sociali dovrebbe svolgersi all’interno di un quadro fondato su libertà e responsabilità, non burocratizzato o irrigidito da discipline pubblicistiche. La stessa commissione parlamentare ha tracciato alcune conclusioni che hanno il sapore della moral suasion, come quelle volte a sollecitare l’adeguamento della struttura e il coordinamento delle rappresentanze sindacali al nuovo modello di contrattazione.

Di fatto l’orientamento espresso finora dalle organizzazioni datoriali e dai sindacati va nella direzione di un decentramento della contrattazione che dà una risposta anche alle questioni sollevate dalla Lega Nord. Gli accordi intervenuti tra le parti sociali e le posizioni espresse da esponenti del partito di Calderoli prendono le mosse da premesse diverse: le parti sociali intendono ancorare i salari alla produttività, mentre Calderoli parla di una necessaria correlazione al costo della vita. In concreto, però, gli obiettivi sono simili, prevedendo il superamento del sistema monolitico di contrattazione nazionale per adeguare i salari alle diverse realtà aziendali e territoriali.
Ad apparire radicalmente diversi, però, sono gli strumenti con cui si pretende di razionalizzare, o per meglio dire superare, il modello sancito dagli accordi del 1993.

Probabilmente le vacanze estive serviranno ai vertici della Lega per definire meglio le proprie eventuali proposte. Se i vertici della Lega Nord insistessero nel concetto di gabbie salariali, dovrebbero chiarirne una volta per tutte il significato, che però difficilmente eviterebbe una connotazione dirigistica e di certo non si concilierebbe con l’autonomia delle parti sociali finora riconosciuta dall’esecutivo. Le proposte leghiste equivarrebbero quindi ad una dichiarazione di guerra contro le parti sociali e lo stesso Ministero del lavoro, mentre il Governo, per venire incontro alle istanze della Lega, dovrebbe invertire bruscamente la rotta per intervenire a gamba tesa sull’attuazione degli accordi stipulati tra le parti sociali, singolare e unico alleato la CGIL. Più probabile che passato il caldo dell’estate, con lo scendere della temperatura, si addivenga a più miti consigli e che le questioni sollevate dai vertici della Lega si inseriscano nel quadro che già le parti sociali hanno autonomamente delineato nei mesi scorsi, senza porlo nuovamente in discussione.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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