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Il federalismo dei portafogli è più nobile (e utile) di quello dei dialetti

– Anche questa estate la Lega Nord tiene banco con alcune proposte dal taglio localista e identitario – come quelle sui dialetti o sulle bandiere e gli inni regionali – che sono immancabilmente stigmatizzate dalla maggior parte degli altri partiti come un oltraggio alla sacralità della patria italiana e dei suoi simboli.

La reazione alle iniziative della Lega sono spesso esagerate e pretestuose, in quanto ad esempio non ci sarebbe niente di anomalo nel fatto che il carattere federale di uno Stato si riflettesse anche sulla simbologia. E’ quello che avviene in tutti gli Stati federali, dal Belgio alla Spagna, dal Canada agli Stati Uniti.

In ogni caso non si può non notare come negli anni l’approccio della Lega all’autonomismo sia sostanzialmente cambiato. Negli anni ’90 il focus era primariamente su rivendicazioni economiche e fiscali – il “Basta tasse, basta Roma” – mentre questo tipo di tematiche è oggi presente molto meno nel vocabolario leghista.
Oltre alla questione della sicurezza su cui il partito di Bossi ha costruito di recente buona parte del suo successo elettorale, i temi forti sono principalmente quelli della preservazione della “biodiversità” etnoculturale.
E’ un federalismo dei santi patroni, dello slow-food, dei dialetti e delle tradizioni, quasi che il futuro delle regioni più ricche ed avanzate del paese risiedesse nel recupero del modello sociale “dei nonni”.

Questo cambio di priorità si spiega solamente in parte con dinamiche interne alla Lega Nord.
Nei fatti il bisogno di riscoprire ed in qualche misura persino di inventarsi un’identità culturale per le varie regioni è funzionale a rendere più “accettabile” lo stesso concetto di autodeterminazione.
Se ci si pensa, accade di frequente che movimenti autonomisti ed indipendentisti in Europa e nel mondo siano guardati con favore, persino a sinistra. Non sono in pochi a fare il tifo, ad esempio, per i catalani, per i baschi, per gli scozzesi o per i québecois – e del resto inserire nel proprio repertorio politico un pizzico di critica alla globalizzazione selvaggia o all’imperialismo culturale (per definizione “americano”) fa guadagnare  punti in molti contesti.
La presenza dell’elemento della peculiarità etno-linguistica viene considerato, a quanto pare, essenziale per giustificare l’autogoverno, incluso l’autogoverno economico.

E’ significativo da questo punto di vista il diverso atteggiamento che il centro-sinistra italiano ha nei confronti dell’autonomismo valdostano o altoatestino, rispetto ad analoghe rivendicazioni che vengano da un bergamasco o da un trevigiano. Alle minoranze linguistiche è concesso uno status di autonomia non solamente culturale, ma anche e soprattutto fiscale – mentre lombardi e veneti sono condannati a vedere le proprie risorse economiche assorbite in nome di un’indistinta italianità.

Secondo il mainstream culturale si può aspirare ad essere Stato solo se si è anche Nazione. Se si è uniti “di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor”.
Il fatto che le rivendicazioni del Nord siano invece partite come rivendicazioni economiche e quindi “egoistiche” le ha, nei fatti, squalificate agli occhi di molti ed in particolare degli intellettuali.

Non c’è da stupirsi pertanto se un partito a vocazione autonomista come la Lega cerca di adeguarsi al trend generale, promuovendo una visione non puramente economica del padanismo. Lombardi, veneti, piemontesi avrebbero diritto ad autogovernarsi in primo luogo perché sono dei “popoli”, con culture, lingue e tradizioni specifiche, diverse da quelle dal resto d’Italia.

In realtà non c’è nessuna ragione perché il legame di comunità politica debba fondarsi solamente su peculiarità etnolinguistiche. Esso dovrebbe fondarsi primariamente sull’effettivo consenso di chi vive in un certo territorio.
L’elemento etnolinguistico è solamente uno dei possibili sui quali può fondarsi un patto comunitario.
I coloni americani che si ribellarono agli inglesi alla fine del ‘700 ne condividevano la razza, la lingua e la religione, ma fondarono la loro protesta in primis su una rivendicazione fiscale.
E in fondo oggi un abitante di Seattle non è più “diverso” da uno di Vancouver di quanto lo sia da uno di New Orleans. Ed un abitante di Monaco non è più “diverso” da uno di Vienna di quanto non lo sia da uno di Lipsia. Questo non impedisce, tuttavia, che Stati Uniti e Canada siano due Stati diversi e che Germania e Austria siano due Stati diversi.

L’assenza di identità regionali “forti” non è affatto incompatibile con una riforma devoluzionista anche radicale. Anzi, potrebbe persino renderla più agevole, in quanto avrebbe il merito di non creare “minoranze”.
E’ chiaro che in una Lombardia che esasperasse i connotati lombardisti, una parte consistente dei lombardi non si troverebbe al suo posto. Una Lombardia solo per lombardi “doc” sarebbe una Lombardia conflittuale e problematica da gestire e non consentirebbe di utilizzare al meglio il contributo sociale e produttivo di tutta la popolazione.
Ma soprattutto la previsione di un simile scenario può complicare il processo devoluzionista, diminuendone la base di consenso e fornendo immeritati alibi ai sostenitori del mantenimento di un assetto centralista.
Viceversa un approccio culturalmente più neutrale può rivelarsi più promettente per l’affermazione delle prospettive di autogoverno.
E’ per questo che alle posizioni della Lega non deve essere contrapposto, come spesso avviene, un arroccamento su rancide posizioni centraliste e patriottiche. Semmai la Lega andrebbe anche “scavalcata” sui temi della riforma federale della Stato, rilanciando una forte devolution motivata in primo luogo con argomentazioni economiche.

Insomma non c’è alcuna ragione per cui un bergamasco per avere diritto all’autonomia debba dimenticarsi l’italiano e diventare allergico alla pizza e agli spaghetti.
Il superamento del centralismo è necessario non perché esistano fondamentali differenze etniche tra le varie aree del nostro paese. Esso è necessario per ragioni più impellenti e più concrete.
E’ necessario perché le aree più produttive del paese hanno il sacrosanto diritto di beneficiare dei frutti del proprio lavoro e del proprio modello di sviluppo.
E’ necessario perché governi più “piccoli” sono più controllabili. Nel momento in cui si rende evidente il rapporto tra tasse e servizi, tra soldi spesi ed effetti della spese, gli amministratori vengono più responsabilizzati e diventa maggiore la possibilità per gli elettori di verificare gli esiti del loro operato.
E’ necessario perché un assetto federale innescherebbe una concorrenza virtuosa tra le varie regioni, in particolare sul piano della tassazione e delle regole del mercato del lavoro. Tale situazione eleverebbe il livello di competitività complessiva del sistema Italia e l’appetibilità del nostro paese per gli investitori esteri.
E’, infine, necessario perché la via assistenziale alla questione meridionale ha fallito. Nessuna area in Europa è stata beneficiaria di un trasferimento di risorse così ingente e così prolungato nel tempo come il Sud d’Italia. Eppure questo non ha certo creato le condizioni di uno sviluppo duraturo, bensì ha alimentato parassitismo, clientelismo, accaparramento e criminalità.
Il Sud potrà riprendersi solo se sarà “lasciato a se stesso”, perché a quel punto sarà costretto a rivedere il proprio modello sociale e produttivo ed ad implementare quelle riforme economiche liberali che hanno consentito ad altre zone depresse come l’Irlanda, l’Estonia, la Polonia, la Repubblica Ceca o la Slovacchia di intraprendere un percorso di sviluppo e di significativa crescita economica.

In definitiva le argomentazioni economiche, per quanto considerate tradizionalmente meno nobili di quelle culturali, sono nei fatti quelle che più sensatamente possono condurre ad una riforma istituzionale efficace quanto serena e condivisa. E’ necessario pertanto non solo sdoganarle, ma farne il cuore della questione federalista.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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